l'astronauta perduto


giovedì 19 maggio 2011

"Il compleanno".





Dalla sua bocca carnosa, un violento sputo catarroso da fumatore raggiunse terra e si confuse nell'erba.
Con l'avambraccio si asciugò le labbra e proseguì il suo ragionamento.
Carlo, non riusciva minimamente a spiegarsi cosa gli stesse succedendo.
Stava seduto all'ombra di un grande tiglio con le gambe incrociate.
I suoi riccioli neri e folti si lasciavano pettinare dal vento e proprio sul lato sinistro della nuca, si era formata una zona di vuoto causata dal forte fiato asciutto e caldo di Luglio.
Come quando un elicottero atterra su di un prato con l'erba alta.
L'effetto sembrava lo stesso.
Domande su domande gli riempivano la testa.
Una mosca, disegnava intriganti traiettorie davanti alle sue mani.
Quando questa, beata, si posò su di un giallo fiore di campo con il cuore amaranto e dallo stelo storto e solo alla base dritto, Carlo, avvicinò la sua lunga mano e la aprì sul fiore. Come se la sua mano fosse la bocca vorace di un leone davanti alla sua preda.
Immobile, chiuse gli occhi per concentrarsi meglio e repentinamente strinse il pugno per catturare e divorarsi la sua vittima.
Mancata.
La mosca riprese a fluttuare leggera nell'aria e sembrava non fosse stata minimamente impaurita dal gesto del ragazzo.
Carlo, si sentiva come la mosca all'ombra della sua mano.
Pronto a scappare per non farsi uccidere, attendeva un gesto del suo aguzzino per mettersi in fuga.
Ma di chi fosse quella mano della quale sentiva l'agrodolce odore, non lo sapeva.
Tirò fuori dalla tasca dei pantaloni del tabacco e una cartina.
Preparò il tutto e accese la sigaretta.
Il fumo, gli dava un aspetto mistico e aveva trasformato quella sua esile figura in un qualcosa di astratto ma allo stesso modo lussureggiante e signorile.
Fisicamente, non era più un bambino ma un uomo quasi fatto.
Con tanto di barba e sguardo da pensatore.
Il suo sguardo e quei suoi occhi verdi come l'acqua di un fiume profondo, erano velati da un sottile strato di inquietudine e tristezza che lo facevano sembrare vecchio e malandato.
Spense la sigaretta e si alzò in piedi.
Si stiracchiò e uno svarione lo obbligò a risedersi a terra.
Fu distratto dal passaggio di un superleggero che silente tagliava l'etere.
Il sole, rifletteva la struttura argentea del veicolo e lo faceva brillare nel cielo azzurro del pomeriggio toscano.
Carlo, credeva di aver affrontato e risolto, una dopo l'altra, le problematiche che in passato lo avevano tormentato e proprio non riusciva ad arrivare alla radice di quel suo rinnovato malessere.
In più di un occasione, in passato, trovandosi arreso, convenne che il vero problema consistesse nel fatto che non ci fosse soluzione.
Poi la soluzione fu trovata e conseguentemente anche la pace.
Un filo di formiche, procedeva veloce verso una direzione a lui sconosciuta.
Carlo, si chinò su di esse per osservarle e le parevano felici con quei semini rubati alla natura, utilizzati come provvista per l'inverno.
Quali fossero le sue provviste per l'inverno, invece, a Carlo, ancora non era chiaro.
La maturità scolastica e fisica da poco conquistate, si contrapponevano a quel suo spirito errante alla ricerca di se stesso.
Anima perduta in pensieri irrazionali che lo facevano sentire lontano dalla realtà e quindi incapace di affrontarla.
Il problema consisteva forse nella scelta che doveva fare?
Studiare o lavorare?
In lui, combattevano tra di loro, opinioni differenti su quello che avrebbe voluto fare.
Lasciarsi trasportare come una foglia secca a Novembre da quello che il fato sicuramente gli avrebbe riservato?
Voler far tutto e per questo non fare niente?
Ci pensava.
Ma no, la sua scelta l'aveva fatta.
Studiare.
Iscriversi all'università e diventare professore di storia.
A settembre, avrebbe iniziato gli studi e si sarebbe arrangiato con qualche lavoretto per campare.
Oppure lavorare?
Entrare nel calzaturificio del padre ed occuparsi dei disegni per i nuovi modelli di scarpe o magari dedicarsi alla ricerca di nuovi tessuti.
No, non lo stimolava a sufficienza.
Avrebbe voluto studiare.
Dentro di sé, Carlo aveva tutto chiaro.
Professore di storia, questo voleva diventare.
Non gli interessavano le proposte del padre, le critiche a quello che avrebbe voluto fare o i dubbi, suoi personali o dei suoi familiari.
Il problema non era quello.
La scelta, era un qualcosa di materiale che non aveva la potenza di tormentarlo.
Il problemi di quel pomeriggio, erano altri.
Di tutt'altra entità e appartenenza.
Nelle logiche che forse, logiche lo erano solo a lui, quel pomeriggio non riusciva a far chiarezza.
Magari era proprio la meta-fisicità di quel problema a tormentarlo.
Il fatto di non avere un qualcosa di tangibile da affrontare e accusare per quel rinnovato malessere lo faceva tormentare maggiormente.
Confusione, disordine e quindi sgomento.
Nuove ansie si erano presentate al cospetto della sua anima.
Si sentiva il galleggiante di una lenza al cui amo è abboccato un pesce.
Tirato verso l'alto da un orgoglioso pescatore che non vuol perdere la sua cena e allo stesso modo spinto verso il fondale più profondo dallo spirito eroico di un pesce che non vuol lasciarsi vincere.
Lui, era là in mezzo. In certi tratti annegava e in altri poteva respirare a polmoni aperti.
In quel momento, stava vincendo il temerario pesce.
Gli sarebbe basto starsene semplicemente a galla, magari libero da una lenza che implica guerra o battaglia.
Si era fatta sera, a casa lo aspettavano per festeggiare il suo compleanno.
C'erano i parenti a cena.
L'imbrunire invase il paesaggio.
In fondo alla valle, alcuni ragazzi nuotavano nudi nel lago e urlavano come pazzi per una qualche gioia.
Demoniaca giornata, pensava, camminando a testa china verso casa.
Proprio davanti al portone dai pomelli di ottone, frugandosi in tasca alla ricerca delle chiavi, sentì il richiamo della scala .
Entrato che fu nell'androne, la scalinata in pietra serena che aveva sceso e salito migliaia di volte in tutta la sua vita, lo guardò negli occhi e sembrò imprecarlo di sedersi davanti a lei.
Sedersi ad ascoltare quello che gli stava per dire.
Non poteva dire di no alla sua scala e si sedette.
La scala, è la sirena buona che con le sue dolci parole più volte lo aveva aiutato.
Dopo un secondo, sua madre aprì la porta di casa e vedendo il figlio gli disse: “Carlo, ma cosa stai facendo seduto laggiù? Dai, è pronto vieni a tavola che ti stiamo aspettando.”
Entrò in casa con un falso sorriso.
Pacche sulle spalle e baci al tiramisù gli davano gli insulti di vomito.
Sperava che tutto finisse presto per potersi sedere davanti alla scala in pietra serena che forse aveva capito quel suo dolore.
Sicuramente lo aveva capito, bastava la pressione esercitata dai piedi di Carlo ad ogni scalino per renderla conscia di quale fosse il suo stato d'animo.
Crostini, lasagne, roastbeaf, patate al forno e tiramisù.
Il menù delle grandi feste, della sua festa.
Tavola imbandita con piatti e sottopiatti, bicchieri e bicchierini.
Il regalo più bello gli fu fatto da sua zia: un cactus in un vaso rosso che si curò di posizionare in camera.
Salutati tutti con la banale scusa di aver fissato con gli amici, Carlo uscì di casa e si sedette in fondo alla scala nel silenzio e nella penombra.
“Dimmi scala, dimmi.. .”
Con le mani ad annaspare nella folta chioma, si mise in ascolto della scala.
Poi, eccola che parla dal suo profondo odore di terra e di Toscana.
“Carlo.. Carlo.. Perché ti tormenti così? Ognuno ha momenti in cui tutto sembra sbagliato, in cui la tristezza diventa padrona del' essere e destabilizza.
Oggi è il giorno del tuo compleanno, ormai sei un uomo e cerca di non pensare troppo a quella sensazione opprimente che ti ammanta.
Non c'è nulla che non va, è la vita che alterna pioggia e sole.
É giusto che sia così, in giornate come questa che hai appena affrontato, ti sei reso conto che stai diventando grande, ti è servita per fermarti e riflettere.
Vorresti essere uno di quelli che sorride sempre?
Sai benissimo dove il riso abbonda...
Ti ricordi l'ultima volta che ci siamo parlati?
Eri in preda ai tormenti psicologici dell'adolescenza e io ti dissi che tutto sarebbe passato crescendo. Tu, mi dicesti che avresti voluto crescere presto.
Ora che sei cresciuto, ti dico che certe sensazioni vanno accettate e rispettate.
Servono ad ogni uomo per fermarsi e riflettere.
Sei una persona intelligente ed ora, io, ti tratto per quello che sei: un adulto.
La panacea per queste cose non esiste, sono cose normali e devi farne tesoro.
Goditi il giorno del tuo compleanno, ora divertiti e vivi. ”
Sollevato dalle parole della scala, ne fece tesoro e si tranquillizzò.
La lenza, sembrò essersi finalmente strappata.
Di fretta salì gli scalini a due a due e aprì la porta di casa.
“Carlo, ti sei dimenticato qualcosa?”
“No mamma, sono venuto a ringraziarvi tutti per esser stati qui a festeggiare il mio compleanno. Grazie zio e grazie zia. Prima non vi ho neanche salutato.
Ciao, grazie a tutti.”
Si tirò dietro la porta e scese nuovamente le scale.
Raggiunse gli amici, era il suo compleanno avrebbe deciso lui cosa fare quella sera.
Si diressero al lago e si gettarono nell'acqua nudi, a nuotare.
Sospeso a braccia aperte in mezzo al lago, sorretto da eureka, si sentì leggero come una mosca.
Come la mosca.
L'acqua fredda del lago, gli aveva levato da dosso anche quell'agrodolce tanfo che sentiva su di sé.
Galleggiava e si sentiva grande.
La stella polare fissata in cielo, osservata facendo il morto, lo fece sentire parte di un universo che da quel giorno, avrebbe affrontato da adulto.
Buon diciannovesimo compleanno Carlo.