l'astronauta perduto


giovedì 1 giugno 2017

I distratti

Distratti i quattro distratti dal biancore intermittente,
lungo strade di corallo ancora intonso,
che poi, detto tra noi, quello non è nemmeno così rosso.
Non gli s'è sciaguattata addosso la marea di mille anni:
è un corallo cresciuto ramengo tra le vette della montagna più alta che conosci,
tra il freddo,
tra il biancore del ghiacci assolati da un sole vicino, quasi stretto,
tra aria pungete sferzata dal vento.
Proprio là,
dove si osservano i pascoli lontani
e l'incresparsi dell'erba dal verde più acceso che conosci ti fa venire il dubbio che quel verde sia il vero verde, e che quel verdino di merda che ti ritrovi in giardino sia solo il più pallido del suo darsi, una partecipazione per sbieco.
A dire il vero, andrebbe riformulato tutto:
distratti i distratti dal biancore intermittente,
lungo strade di pietra bagnata dalla pioggia della notte,
mentre adesso c'è del sole ed è mattino,
e ci sono le pozzanghere,
che un bambino con un guscio di noce ci passerebbe un pomeriggio a divertirsi con la sua barchetta.
Abbiamo capito che le strade non sono di corallo,
ma fredde e dure,
di marmo.
E quei distratti, che riformulando potrebbero chiamarsi i sovrappensiero, ovvero quelli con la testa tra le nuvole, se ne stavano con la testa tra le nuvole per vari motivi.
Che poi, detto tra noi, se la gente ti vede con la testa tra le nuvole ti chiama distratto o sovrappensiero.
Parecchia gente è distratta.
Quei distratti di cui parlavamo al principio di questo scritto erano distratti per quattro motivi che mi appesto rapidamente ad elencare:
ora, ad esser sinceri, non me li ricordo,
non mi sovviene,
ma mi sovvien l'eterno,
e il suon di Lei.
Lei che è vestita di clorofilla,
e ce l'ho immortalata nella pupilla, mentre si dà il mascara nel bagno di un bar dell'autostrada che puzza di piscio. L'autogrill tra Firenze e Bologna, in quella notte senza stelle, che avevi il gesso alla mano destra e la mattina ti eri sparato un segone di mancino. Quella sera che lei si truccava e tu la guardavi con un dubbio in testa: chi dei due ha sbagliato bagno?
Poi la mano ti faceva male, e quella era una donna sola all'apparenza, te ne accorgi quando il suo braccio e la sua mano scivolano giù da quel suo corpo sinuoso dalle tette immense, e ancora con il mascara tenuto come una penna è tenuta in mano da una sexy professoressa, si stringe il pacco tra le gambe, quel pacco che non avevi notato e che non è più grosso del tuo, sicuro come la risurrezione di Cristo salvatore, e ti dice: vuoi essere il primo?
Al che mi sciacquai il viso come può sciacquarsi il viso uno col gesso, impacciato come la prima volta che ti metti un preservativo mentre ti tremano le mani, che il terremoto è iniziato, che poi nulla sarà più come prima. Sto bene così, grazie- risposi lei dopo averci pensato per almeno novanta secondi mentre i neon del bagno lampeggiavano e l'acqua aveva smesso di scorrere. Poi si accese una sigaretta, mi guardò sorpresa e la guardai sorpreso. Il marmo del pavimento era lucido da sembrare molle, qua e là dei pezzetti di carta color carta.
I distratti coi cui abbiamo aperto non erano quattro ma solo uno, me medesimo. I motivi della distrazione non erano quattro, ma uno soltanto: lei.
Quel lei/lui con degli occhi troppo belli, merito delle lenti, sicuro.
Salgo in macchina e inizio a masticare un bastoncino di liquirizia, visto che ho smesso di fumare. Ma non sono nervoso, chi cazzo ti ha detto che sono nervoso, ma che cazzo vuoi?
Penso, non parto, il bastoncino ha adesso la testa bianchiccia e sembra lo spazzolino da denti di uno che non l'ha mai cambiato. Come si chiamerà? Parto col dubbio. Il non sapere mi rende appagato.
Durante il tragitto rutteggio quel cazzo di giapponese del cazzo. Distratto, sbaglio l'uscita e mi ritrovo a Frittole, nei boschi, nel verde.
Ho deciso di dormire qui, alle prime luci dell'alba ritroverò la strada. Poi comincia a piovere, benedetta la miseria. Ho anche una macchina che non è mia, col cambio automatico. Alterno un Padre nostro a un om scomposto, un urlo di disappunto a un segno della croce. Riprendo l'autostrada nella direzione opposta, ma non in contromano. Sono a casa che è quasi giorno. Il distratto, distratto mentre tornava da una cena, in un posto puzzolente ma abbagliante e lampeggiante, distratto da un essere di cui non so il nome ma che mi ha distratto.

martedì 13 dicembre 2016

Tornerà a fare fiori

 1

Me ne sto col suo libro in mano. Lui viene dal mare. Col mare sono in fissa da sempre, e lui il mare lo vive, gli scorre dentro. Mare come metafora dell'esistenza, del tipo che siamo tutti sulla stessa barca, del naufragio e dello spettatore, del sublime. Mare mare.
Fa freddo ma il giubbotto non me lo sono messo. Era sporco di mota, che ero stato fuori con i cani a fare due passi per sgranchire le gambe. 
Ho preferito presentarmi con un semplice maglioncino nero di lana. Anonimo sarebbe l'aggettivo giusto.
Credo che questo, in precedenza, sia stato tipo un monastero francescano, c'è proprio anche un'aria mistica, con la nebbia che scivola tra le chiome dei pini, che son morbidi e potenti, e alti da dover girare un po' il collo. Le piante che ci sono sono state potate da poco, lo si nota dal colore chiaro là dove sono state recise.
Sono nervoso per molti motivi. Che poi, si sa, sto in ansia un po' per tutto, tipo che è una costante della mia esistenza. Però son migliorato tanto, tipo 'sto tic che mi fa ruotare il collo e muovere la testa ora lo faccio meno: ditemelo che sto meglio. 
Entro dentro.
2

Passeggio nervosamente fra foto appese a cornici appese a muri dipinti di bianco. Questo posto è bello, ristrutturato da poco, ristrutturato a modo. Sarà costato tanti soldi. Penso: “Tu c'hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”. Ma non pensiamo subito male, che a pensar male ci si rimette il fegato. 
Alcuni operatori mi salutano distrattamente e io ricambio, sempre distrattamente. Alcuni li conosco, altri no.
Sono stato invitato a pranzo, qui in questa struttura che si occupa di accogliere i migranti, che ci saranno Pietro Bartolo (medico di Lampedusa) e Lidia Tilotta (la giornalista della Rai che ha messo insieme le storie raccolte da Bartolo in questi anni), a presentare il loro libro in Mugello. Aspetto da più di mezz'ora e ho fame, maremma cane.
Siamo una quindicina di persone.
Ho ancora il suo libro in mano, di quei libri che ti fanno star lì incollato ad ogni pagina, direi capaci di trasfigurarti e renderti diverso. Catartico sarebbe la parola giusta. Umanità e mare, sangue ed occhi vitrei. Sale e lacrime, lacrime di sale.
Pietro Bartolo si definisce un uomo di mare, di quelli che seguono delle leggi non scritte, quelle universali, che il mare ribadisce ad ogni onda. 
Lampedusa, confine d'Italia e confino, strumento politico italiano ed europeo. Lampaduza, isola luminosa e affascinante, terraferma per chi viene dal mare. 
Bartolo si occupa delle prime visite ai migranti sbarcati sull'isola, e stima di aver visitato trecentomila persone in venticinque anni, anche se, dice, “i numeri non sono importanti, sono persone”. Si occupa anche di effettuare le ispezioni cadaveriche, alle quali, afferma, “non ci si abitua mai”. [Sto leggendo su internet mentre aspetto]
È dal 1992 che ricopre questo ruolo, da quando è tornato sull'isola, dopo aver studiato fuori (c'è un aneddoto divertente nel libro) e dopo aver convinto la moglie a seguirlo. L'inizio del suo lavoro sull'isola coincide con l'inizio del fenomeno migratorio: “i primi a sbarcare sull'isola furono tre tunisini nel 1991”. [Stesso discorso di prima.] 
Poi arrivano.

3

Il pranzo è molto informale, amichevole direi, e lui, Bartolo, si presenta come una persona umile e sorridente, carismatica e aperta ad ogni domanda.
“Fuocoammare riuscirà a vincere l'Oscar?” domando io mentre mi strafogo di polpette affogate in un intingolo piccante. “Serve che lo vinca, tutto il mondo deve vedere cosa sta accadendo nel Mediterraneo, la vergogna d'Europa”, dice lui. Fuocoammare è un docufilm di Gianfranco Rosi, già premiato con l'Orso d'oro a Berlino, e Bartolo è tra i protagonisti.
Il pranzo finisce dopo degli ottimi tortelli e una sorta di piadina africana, con la mia agitazione che è calata in maniera direttamente proporzionale al vino che ho bevuto, il quale vino mi ha dato anche la forza di non essere timido e di parlare senza balbettare, e soprattutto di fare una domanda, anche se stupida.
Mentre prendiamo il caffè, Bartolo mi chiede se voglio andare con loro ad incontrare i ragazzi delle scuole, a teatro.
Quando mi ricapita di potergli fare qualche domanda in tutta tranquillità? Ovviamente accetto l'invito.
Diceva della vergogna e della colpa Europea. In che senso?”
Mi risponde più o meno così (perdonatemi ma ho provato a prendere appunti, il fatto è che eravamo in macchina e stavo per vomitare addosso alla Tilotta e mi sarebbe dispiaciuto parecchio, allora provo a ricordare): “in due sensi, il primo è che l'Africa è stata sfruttata dall'Occidente per decenni, depredata delle sue risorse, spartita tra i vari paesi, con confini tracciati col righello, senza tener conto delle diverse etnie, dei diversi credo religiosi, delle persone. Il secondo è che Frontex è una vergogna: collaborano tutti i paesi europei nel salvataggio degli immigrati, proprio tutti, ma allo stesso tempo molti di questi paesi costruiscono recinzioni col filo spinato per fare in modo che non entrino nei loro confini.”
Il paradosso di Frontex. Un po' come fecero i Romani, come fece Adriano col suo vallo, per prevenire le incursioni delle tribù dei Pitti.
“Poi -prosegue- c'è un'altra cosa importante: dopo in naufragio del 3 ottobre 2013, quello famoso che ha fatto smuovere il culo a tutti, l'Italia si è mobilitata mettendo in piedi l'operazione Mare Nostrum, e dal novembre 2014 è partita Frontex, quella che ti dicevo, in cui partecipano tutti i paesi europei. Questa è stata una manna per i trafficanti. Frontex arriva fino a 20 miglia dalla costa libica, cosa che Mare Nostrum non faceva. La manna per i trafficanti sta in questo: se prima caricavano le persone su barche capaci di affrontare il mare, adesso li caricano su dei gommoni che non hanno neanche lo scafo, tanto la strada da fare è poca (m'immagino tipo quelli che ci sono davanti al market dei cinesi, o nei bazar di un qualsiasi lungomare). Con Frontex sono aumentati i morti, ed è nata una nuova malattia, quella dei gommoni, che colpisce in prevalenza donne e bambini. Non bastavano l'ipotermia, la disidratazione e i molti disagi psichici. La malattia dei gommoni colpisce le donne in quanto stanno sedute al centro del gommone, là dove il carburante si mescola all'acqua salata e crea una miscela che ustiona. Dovremmo fare un solo sforzo: andiamoli a prendere direttamente là, senza troppe polemiche inutili. Questo è un genocidio.”
L'Europa e i genocidi, una storia che sa di Novecento, che ha il sapore di un sogno dal quale ci siam destati, sogno che invece si ripete in una sorta di eterno ritorno dell'uguale, lo stesso atto che si ripete cambiando attori. 
Arriviamo a destinazione.

4

L'aria s'è fatta davvero fredda e mi maledico per non aver preso il giubbotto. Cosa importava se era sporco di mota? L'inutilità della parvenza.
Il teatro esplode in un applauso sentito e caloroso con l'ingresso di Bartolo.
Poi le luci calano, e anche il silenzio in sala. Il poco brusio di sottofondo si annichilisce nel momento in cui Bartolo spiega alcune foto fatte negli anni. Il pubblico tace. Sono agghiaccianti, si vedono corpi ammassati nella stiva di una barca, corpi in posizioni innaturali. Foto di cadaveri gonfi quasi fino a scoppiare che galleggiano su un mare piatto e limpido da vedere il fondo. Cordoni ombelicali legati con ciocche di capelli, facce tremanti nonostante la staticità della fotografia. Mentre guardo queste foto sono in fondo alla sala: nessun risolino attorno, nessun brusio, l'unico ronzio è quello del proiettore.
Credo che una narrazione come quella di Bartolo, supportata da immagini e video, sia necessaria per far comprendere quello che è il fenomeno migratorio. Mentre sono lì e mi scaccolo, completamente rapito da quelle immagini, mi chiedo: sarà un fenomeno voluto? L'Europa, che è il continente demograficamente più anziano del mondo, ha in qualche modo alimentato rivoluzioni e guerre per rinverdire la sua popolazione? È la soluzione al problema (diffuso in tutti gli stati europei) di tenuta del welfare (o stato sociale, chiamatelo come vi pare). 
Mi sento di aver fatto una scoperta e assumo anche la posizione di colui che ha fatto una scoperta. 
Esco dal teatro per fumare.
Rientro dopo aver fumato.
Il pubblico fa domande.
“Si è mai sentito arreso o sconfortato in questi anni?” Domanda un ragazzino al quale invidio la voce forte e pulita, senza un balbettio.
Sì, mi capita, mi capita spesso, sono afflitto da incubi continui, da molti anni, mi chiedo se posso fare di più, vedo tutte le facce delle persone che ho salvato, poi di tutti quei morti che ho dovuto ispezionare, che non ho potuto salvare, i bambini che piangono per la paura o perché hanno perso qualche caro, o quelli che non dicono nulla, e guardano il vuoto. Li rivedo tutti ogni notte. Spero che tutto finisca ieri. Mi rivolgo spesso alla Madonna, è lei che mi dà la forza ogni giorno.”
L'incontro finisce che è buio pesto, ora di cena.
I bambini escono dal teatro, una madre chiede a uno di questi se si è divertito. La sua risposta è esemplare: “non c'era nulla da ridere”.
Rimontiamo in macchina. Siamo tutti stanchi. Domando un'altra cosa a Bartolo: “ho letto in un libro che nel centro di prima accoglienza di Lampedusa non viene rispettata nessuna norma igienico sanitaria, non c'è nessuna attenzione alla diverse etnie ospitate, i casi di suicidio sono molti e che è lecito parlare di violazione dei diritti umani. Nel tuo libro (in precedenza mi ha detto che posso dargli del tu, dopo che gliel'ho dato senza pensarci) parli solo di mancanza di spazi e organizzazione. Come stanno le cose?” 
Siamo sempre pieni, facciamo quello che possiamo”, mi risponde secco, e capisco che è stanco e non è più il caso di far domande. L'ho tediato a sufficienza. Ci diamo appuntamento per dopocena, che il libro verrà presentato di nuovo, ma a tutti i cittadini, e ci sarà anche il sindaco.


Arrivo in ritardo. Tutto è già cominciato. Bartolo sta spiegando i problemi di Lampaduza supportato da alcune foto. Ne mostra alcune che nel pomeriggio non aveva mostrato: crude, roba pesa, da avere i bordoni. Mi viene la nausea.
Esco a prendere aria che mi sta venendo anche l'ansia.
Mi siedo su uno scalino.
Sento piangere nei paraggi.
Mi batte il cuore. Vado a vedere.
Dietro alcune piante c'è una ragazzo nigeriano che piange. Gli chiedo se va tutto bene. Ha rivisto il male-mare che ha passato.
Non resisto e comincio a piangere anch'io. Ci abbracciamo e lui mi stringe forte aggiungendo lamenti al pianto. Singhiozzi.
Poi gli offro una sigaretta. Ci sediamo. Non smettiamo di piangere. “My sister” mi dice. E piange. E ripiango anch'io. La sua testa è inclinata e le lacrime cadono a terra, sul ghiaino, sotto il quale spuntano fili d'erba deboli ma presenti, facilmente calpestabili.
Mentre fumiamo mi vengono in mente molte cose, tipo che se li andassimo davvero a prendere in Libia si eviterebbero molte sofferenze, molte ferite.
Gli indico un roso appena potato e gli dico, mentre lo guardo negli occhi, col mio inglese imbarazzante, “He will return to make flowers”. Sorride e si asciuga il volto col dorso della mano. Ha capito.
Poi sorride di nuovo e mi mette il braccio destro attorno al collo. Restiamo così per un po'.
Poi la porta si apre. Della gente esce lentamente, sospirando sotto i giubbotti.
Ci alziamo e ci battiamo il cinque. Un ultimo abbraccio e me ne vado, con lui che solleva il pollice della mancina in segno di ok, io stringo i pugni e me li scuoto davanti in segno di forza, per dargliela. La mia figura svanisce nel buio di una notte densa di vita, nonostante tutto, forse richiamata per negazione.

6

Sono le tre di notte e non riesco a dormire. Mi domando cosa avrebbe detto Cristo. Da Bartolo non mi sono fatto neanche autografare il libro. Domande su domande mi rimpallano in testa. Le foto viste durante il giorno. Quel ragazzo che piangeva. Mi sento inutile e stupido davanti a tanta sofferenza. E intanto ricomincio a ruotare il collo e a muovere la testa. Come posso rendermi utile? Forse così, scrivendo due righe da dedicare a tutte quelle piante che torneranno a fare fiori. 

sabato 1 ottobre 2016

Benemerito, Rino, la Bogdy e i cinesi

1
Io sono come John Nash. Ma non sono un matematico, ho semplicemente le visioni. Tipo Bogdana, che è nell'altra stanza, ma non so se è reale o cosa. Bogdana vorrei fosse la mia puttana, ma non si lascia accarezzare neanche con una forchetta. Si rigira sempre come un cane con la rabbia. La rabbiosa Bogdana che vorrei fosse la mia puttana. Dai Bogdy, massaggiami un po' che ho un dolore strano. Ma non c'è nulla da fare, quel ghiacciolo non si scioglie. Abitiamo insieme da alcuni anni, i primi tempi la spiavo dal buco della serratura mentre si cambiava, ma adesso lo copre sempre con dei vestiti. L'astuta Bogdy. Vedova albanese, maggiorata, bionda ossigenata, credo in menopausa. Mi lascia solo in casa solo il giovedì pomeriggio e la domenica, che le badanti sono libere. Per il resto dei giorni stiamo sempre insieme, che da quando sono diventato pazzo e handicappato ho sempre bisogno di qualcuno tra i coglioni.


2

Il mio nome è Benemerito Minchioni, trentasei anni, fisicamente prestante, impiegato a tempo indeterminato da Rino de Rais, Rino il boss. Di lavoro punisco le persone che non fanno quel che dice Rino, Rino de Rais.
Per scelta ho i capelli lunghi fino alle spalle, capelli ricci e un po' crespi, spesso unti. Il mio numero di carta d'identità è AS 1736673, per chi volesse denunciarmi, seduta stante. Poi magari vengo lì e t'inculo, seduta stante.
Al bar non c'è nessuno, e le slot sono rotte. Allora prendo l'autobus per andare a Firenze, per andare a giocare in quella sala slot aperta da poco. Un tipo seduto davanti a me mangia delle Pringles all'aglio, una donna si è appena fatta i capelli e puzza di lacca, quintali di lacca per tenere in piedi una struttura di capelli mostruosa sopra la sua testa. Dopo quattro curve mi viene da vomitare e scendo, l'autista guida come un cieco ubriaco. Torno a casa a piedi, prendendo a calci quello che trovo tra un passo e l'altro. Quando Rino non mi dà incarichi non so che cazzo fare. Arrivo a casa e mi butto sul divano. Poi faccio un cannone con questo fumo del cazzo che mi ha portato quel coglione di Josef. Paraffina pura. Quel bastardo andrebbe amputato. Prima o poi gli do una lezione.
Fuori c'è il sole, ma non ho voglia di portare Tormento a pisciare, è un cane troppo noioso, piscia sempre nei soliti posti. Lo lascio andare in terrazza.
Speriamo che Rino mi chiami, mi rompo. Che mal di testa questo fumaccio.
Accendo la tivù. Scorro canali. Tutti fanno da mangiare. Sblocco l'accesso ai canali porno. C'è un bel film con delle transessuali cinesi. Lo compro. Abbasso le tapparelle. Mi metto comodo. Proprio mentre Cindy la trans sta sfilando il suo bastone da un culetto spanatissimo e si prepara a inondarlo di crema, mi squilla il telefono. Rino de Rais. Lo lascio squillare un po' e mi godo Cindy che gode.
«Viale Kennedy 22, quelle puttane di quel chiosco di merda fanno le puttane, pensaci tu»
«Quello di legno?» Chiedo, ma Rino ha già attaccato.
Finisco di farmi una sega e sbrodolo nel posacenere, mentre me ne sto sul divano, disteso su un fianco. Poi fischio a Tormento che si alza subito sugli attenti. Mi asciugo le mani strusciandole alle pareti dell'ascensore e m'incammino verso il chiosco di quelle impunite.


3

Bogdy, se accettiamo il fatto che esiste, mi lava ogni mattina, ma non fa caso alle mie erezioni. Io cerco di appoggiarglielo qua e là, ma lei non ci sta. La colazione me la porta a letto e mi dà quelle trenta o quaranta pasticche che mi servono per essere normale. Se essere sedati significa essere normale. Poi mi porta in salotto, mi mette alla televisione e come un ebete nella sua tuta acetata aspetto pranzo, sonnecchiando strafatto di roba.
Se solo tu potessi amarmi come ti amo io cara Bogdy, se solo tu potessi capire il mio amore.
Una volta le ho proposto dei soldi, ma mi ha dato uno schiaffo. Poi ha chiamato per me una prostituta il cui numero era nelle pagine finali del giornale degli annunci delle cose usate, ma ha voluto spiegarle i miei problemi e tutto. Guastafeste. Ovviamente non è venuta, ma ha detto che se le veniva in mente una qualche disperata disposta a tutto ce lo faceva sapere.
Che mi tocca fare per una scopata?


4

Appena arrivo mi svuoto la vescica sulla porta d'ingresso sotto la tettoia di plastica, ne faccio un po' anche sullo zerbino e nel portaombrelli vuoto. Facciamo subito vedere chi comanda, facciamo vedere di chi è questo territorio. Il locale è semivuoto, c'è solo una donna che mangia e legge un libro. Mi avvicino e le domando come si mangia in questo posto. Dice che gli spaghetti non erano male, ora aspetta del pollo fritto. Dalla cucina esce una montagna di lardo stretto in un grembiule. Mi guarda con aria sospetta poi mi indica un tavolo apparecchiato per uno. Al che le dico: «siamo in due, aspetto un mio amico, aspetto Rino de Reis». Ha capito. Mi fa accomodare a un tavolino che tentenna, i tovaglioli sono di stoffa, i bicchieri non brillano. Certe cose mi fanno innervosire. Comprate del brillantante.
Il locale pare arredato da uno strabico, tutti i quadri sono storti, e nei quadri sono raffigurati paesaggi montani con colori fluorescenti. Chiedo un po' d'acqua per Tormento.
Poco dopo esce dalla porta un'altra figura fatta con lo stesso stampino. Mi guarda con disprezzo. Mentre beve un goccio di pepsi alla spina mi guarda e con lo sguardo mi dice che non è il caso di fare scemate. Io la gente la capisco dallo sguardo. È tipo un dono naturale che ho dalla nascita. Ovviamente Rino non arriva perché non deve arrivare. La signora che aspettava il pollo lo ha avuto, lo ha mangiato e adesso lo sta rutteggiando alla cassa mentre paga. La osservo mente mi scaccolo, poi appiccico la caccola filosa sotto al tavolo. Il locale è finalmente vuoto e le due balenottere si siedono al mio tavolo.
«Care donne, non vi pare di abusare del diritto che ha una persona di essere grassa? Lo dico per la vostra salute». Le due sembrano abituate alle offese pesanti, e tollerano questa, oggettivamente più sottile.
«Insomma, Rino è Rino, Rino ha sempre ragione, dovete sempre ascoltare quel che dice Rino, che poi altrimenti manda me e le cose diventano antipatiche per tutti». Davanti a me del grasso sorride da due bocche, poi mi dicono che non hanno paura di Rino, né di me col mio cagnolino. Mi hanno tediato a sufficienza. Dalla tasca dei pantaloni della tuta tiro fuori dello spray al peperoncino e glielo imbratto in faccia. Boccheggiano come carpe pescate e poi lasciate un po' fuori dall'acqua. Si strofinano gli occhi. Con la rapidità di cui solo io sono dotato mi tolgo dall'altra tasca dei pantaloni delle fascette da elettricista e dopo averle placcate a terra lego i loro polsi. Caccio dei tovaglioli nelle loro bocche per non sentirle gridare, e le trascino, una per volta che altrimenti mi viene un'ernia, in cucina. Mugolano qualcosa. Che bei colli grassi. Le avvolgo insieme con del nastro da pacchi.
«Insomma, ora dovrei punirvi come vuole Rino». Metto a scaldare un coltello sul gas come si fa quando c'è da dividere il fumo a modino. Quando è bello rovente glielo avvicino alla faccia e agli occhi, e le terrorizzo. E loro piangono. Poi non resisto e faccio usciere quelle loro tettone. Mio dio che bombe. Quattro tette impressionanti. Gliele palpo. Una di loro è eccitata, glielo leggo in faccia. Mi tiro fuori quella bordolese che ho tra le gambe e gliela striscio sulle tette. Poi tolgo il fazzoletto dalla bocca dell'eccitata e ci metto dentro l'arma letale. Mio dio che aspiratore, e come muove la lingua. Dopo due minuti le vengo in bocca.
«Insomma bamboline, la prossima volta finisce male. Fate come dice Rino che stiamo tutti più tranquilli». Prima di uscire ribalto qualche tavolo e spruzzo la sabbia dell'estintore un po' dappertutto. Tormento esce con un medaglione di salsiccia cruda attorno al collo.
Dopo qualche ora ecco Rino al telefono. Si congratula. Al solito posto ci sono i miei soldi.


5

Quattro anni fa mio fratello mi ha portato a casa Bogdy e poi è sparito. Ogni mese passa lo stipendio a Bogdy e mi lascia qualche spicciolo per comprarmi vestiti e mangiare. Ma da quattro anni nessuno l'ha più rivisto. Capisci come tutti abbiamo molto di meglio da fare che assistere un malato? Meglio far arrivare manodopera a basso costo da fuori, meglio se non specializzata. E incompetente, e insensibile, come Bogdy. Cazzo Bogdy, non ti accorgi che sono un ometto? Non ti viene in mente che ho i miei bisogni da ometto? Bogdy ci sei? Io m'ammazzo. Dopo pranzo altre pasticche. Dopo pranzo altra dormita.


6

Aspetto da più di due ore l'arrivo di Rino, qui alla stazione. Arrivano treni, scendono corpi con vestiti addosso, la stazione s'affolla per due minuti e poi la diaspora. E Rino non c'è mai.
Vado al bar e prendo un succo di mirtilli. Per soddisfare il mio egocentrismo fingo delle convulsioni mentre lascio scorrere del succo dai lati della bocca e ribalto gli occhi. La barista e qualche cliente mi assistono, c'è un cerchio di persone attorno a me. Poi mi riprendo all'improvviso e ringrazio tutti. Esco di nuovo ad aspettare Rino. Io e Tormento ci stiamo annoiano. Mi frugo in tasca e trovo dell'md. Me la pippo al volo e l'occhio sinistro mi lacrima. Poi Tormento inizia a fare il moralista come ogni volta che mi faccio di md. «Quelli come te non hanno valori, siete la feccia dell'umanità.»
«Valori? Ci sono valori in questo mondo? Nel mondo non ci sono valori, e se ci fossero non avrebbero valore. E non azzardarti più a parlarmi con quel tono che ti stritolo».
Poi il silenzio. I treni si trasformano in serpenti, la stazione nel quadro di un astrattista, le mie mani in polvere, Tormento in Rino.
Dopo otto ore sono ancora al solito posto e decido di tornare a casa.


7

Arrivo a casa e provo a chiamare Rino, ma non risponde. Allora cerco altra md e vaffanculo a tutti. Tormento dice: «vita sprecata la tua». Lo chiudo in terrazza a prendere aria, a rinfrescarsi un po' il cervello. Dopo qualche ora di visioni un qualche dito preme il mio campanello.


8

Bogdy, dopo pranzo, esce sempre in terrazza a fumare una sigaretta. Rientra al suono del campanello e va al citofono a capire chi sia. È l'infermiere delle pasticche, il mio spacciatore personale che mi rifornisce una volta a settimana. Mi fa un paio di domande ma ho la bocca impastata, la gola secca e non sono in grado di rispondere. «Mi sembra di vederti sempre meglio», mi dice il coglione con un sorrisino a ebete. Poi va in cucina con Bogdy, e chiudono la porta. Me la scopa, quel bastardo. E per che cazzo mi imbottite di tutta 'sta merda? Bastardi tutti, che cazzo ho fatto di male? Tutto questo perché quattro anni fa ho perso il controllo e ho spaccato un po' di cose a giro? Mi sembra di aver già pagato. Non sono caduto mentre scappavo e adesso sono in sedia a rotelle? Non lo sto pagando così il mio conto? Che cazzo ne sanno i dottori di me? Facile parlare e dire cose a caso come fanno sempre. Che cazzo vuol dire per voi disturbo bipolare? Che cazzo vuol dire schizofrenia?
E se così fosse la soluzione sono questi sedativi da cavalli? Siete contenti adesso? Adesso che il mio è un soliloquio ininterrotto?


9

Il nuovo lavoro di Rino è un lavoro top. Di livello superiore. Nello stomaco di alcuni maiali provenienti da Benevento ci stanno tanto ovetti pieni di coca. Io vado al porcile, frugo tra la merda e glieli porto. Mi paga bene. Poi la rivendiamo ai cinesi. Non è un lavoro di merda, è un lavoro come un altro. Scendo giù a portare Tormento. Un calvo mi fissa. Che cazzo mi guardi che sei calvo? Mente torniamo su in ascensore, mi guardo allo specchio e noto che sono solo con la maglietta, con la bordolese a ciondoloni.


10

Ho deciso, così non può andare, mi butto giù dal balcone, subito dopo aver preso le pillole, così che ho ancora un po' di forze. Giù di testa e fanculo a tutti.


11

I cinesi ci ricevono nel loro ristorante in piazza Dalmazia. Ci apre una cinesina fichissima vestita tipo pinup. Quanto mi eccitano le cinesine tipo pinup. Sulle pareti del ristorante ci sono disegnate fantasie cinesi: draghi, carpe, geishe, laghetti.
Siamo vestiti bene, io mi sono messo il vestito di matrimonio di mio cugino, che non voleva prestarmelo ma poi ha ceduto. Rino si è anche depilato.
Ci fanno accomodare. «Hai portato tutti gli ovetti?» domando a Rino che mi dice sì con lo sguardo. Poi arrivano. Sono vestiti da cuochi, sono i due cuochi del ristorante. Vogliono assaggiare il prodotto. Rino prepara cinque strisce, una anche per la pinup. Ce le facciamo. Immagino già di farmi la cinesina sul bancone del bar, mentre le tengo le gambe in aria e mi dice di fare piano che è troppo grosso.
Poi uno dei due cinesi tira fuori una pistola da sotto il grembiule e spara un colpo dritto in faccia a Rino. Sangue e cervello dappertutto, anche sulla mia faccia. Inizio a correre per il ristorante mentre i colpi mi sfiorano. Poi imbocco l'uscita e corro verso il cinema. Sento i colpi e non mi volto. Mi sento mordere alla gamba sinistra e m'accascio. Un altro morso alla spalla, poi alla schiena. Il tutto nelle grida dei passanti. Riverso a faccia all'ingiù lecco l'asfalto che lentamente si fa rosso. Poi mi trascinano per le gambe, alzo gli occhi e vedo la scia rossa del mio sangue, e sono senza forze, e la vista s'annebbia. Alla mia sinistra i cartelloni dei film in programmazione: Suffragette, Fuocoammare e poi non leggo.
Incosciente, mi ritrovo in cucina e i cinesi mi ridono in faccia. I neon brillano e rendono le loro facce  ancora più gialle. Con un poco di voce riesco a sussurrare: «Tormento».
Un cinese prende la mannaia e mi dice che non tormenterò più nessuno. Vedo la lama che brilla sopra il mio volto e viene dritta e decisa sul mio collo.


12

Eccomi, tutto è pronto. Sono appena stato lavato da Bogdy, ancora le pillole non hanno fatto effetto. Appena mi mette alla televisione spingo la carrozzella verso il terrazzo. Con tutta la forza che ho nelle braccia mi arrampico sulla ringhiera, agguanto prima una gamba e poi l'altra, ed eccomi pronto per volare. Volo. Eccomi che volo. Un volo in picchiata, giù verso un'illusione di libertà.

mercoledì 17 febbraio 2016

Il senso del mare


Quando distratto cammino, e talvolta inciampo o sbatto contro un lampione, allora è lì che sto pensando. Quando muovo il corpo senza darci peso, quando lo lascio fare in maniera meccanica, senza rifletterci, come di solito si fa col respirare o con i battiti di ciglia, allora è lì che la mente si eleva e se ne va raminga per i cazzi suoi.
Mi succede spesso e più facilmente qui a casa mia, che c'è un viottolo in discesa che porta alla ferrovia. È tortuoso, pieno di buche, in inverno sembra quasi un torrente, a fine estate è circondato di rovi pieni di more.
Inizio a scendere e sciolgo i cani, accendo una sigaretta e mi metto le mani in tasca, la fumo così solo con la bocca.
E giù che si entra in modalità pensiero, e su che sale la mente verso le zone del silenzio ancestrale, mentre alcuni uccelli cinguettano, il vento dondola, e la mia figura svanisce.
Starmene passeggero nella natura sedimenta le mie credenze, mi fa sentire protetto, e talvolta mi stendo ad osservare il cielo, o mi rotolo su di un prato, e lì riscopro d'essere parte dell'humus, d'essere fango, con un forma che talvolta svanisce, forma ché in fondo non ha l'importanza che spesso le attribuiamo.
La natura sono la mia nonna e mio fratello in lunghe passeggiate, è mio padre che ci porta a pescare, la natura è un pesce che accarezzo dopo averlo pescato, poco prima di lasciarlo nuovamente libero di nuotare, di evolversi, di diventare uomo coi millenni.
La natura rappresenta per me tre cose fondamentali.
La prima è la casa, il nido, la mamma, la provenienza, l'origine.
La seconda è la dimensione della conquista, dello sviluppo, dell'attraversamento. Ho soggiogato con i miei mezzi la natura, l'ho seminata e l'ho fatta mia, l'ho recintata e ci ho messo dentro i cani, ho pescato, mi sono spinto oltre la siepe ed ho camminato verso un luogo che non conoscevo ma di cui percepivo l'esistenza. Ho segato un pino che era enorme, abbracciato al suo tronco ho raggiunto la cima, e poi con gesti secchi e decisi ho tagliato i suoi rami, e li ho visti cadere a terra, diventare color ruggine, e diventare polvere.
La terza dimensione è quella dell'erranza, quella che mi è più cara, è il perdersi senza meta, camminare e andare per andare e basta.
Quest'ultima dimensione è quella dionisiaca, orgiastica, indefinita, quella che apre alle riflessioni più strampalate. Questa è una dimensione metafisica, doppia, tu cammini e non ci sei, entra in gioco la capacità di andare meccanicamente, e ci vuole un po' di allenamento, come per lo yoga, che con un po' di pratica poi leviti per davvero. Anche se non ho mai visto nessuno.
Grazie a questa terza dimensione, in cui non c'è altro che pensiero fluidificato, certo all'inizio un po' caotico, ma lentamente poi tutto si fa più chiaro, distinto, si percepisce l'armonia di cui siamo fatti, e si fanno pensieri pericolosi e strani.
L'altro giorno mi venne da pensare a Mike Tyson che mi voleva picchiare e allora scappavo per tutta l'America, la volta prima al cannibalismo dell'Occidente, e poi al papa che forse è malato, ma magari no.
Ma è oggi che ho fatto un pensiero davvero strano.

Sono in una stanza senza né porte né finestre, ma poi, all'improvviso, davanti a me si apre una porta enorme, ed entra il sole.
É una portafinestra dalla quale si vede il mare, il mare che è bello, il mare che ci fa nuotare, e nuotare è bello.
Sono davanti a questa finestra, solo come un cane, e all'improvviso arriva una farfalla che mi svolazza un po' davanti e poi mi si posa su una spalla. Dopo poco ne arrivarono ancora, una per volta, ma di continuo, tutte gialle, ed entrano nella stanza.
C'è profumo di epifania: annunciano qualcosa.
Dal mare emerge una ragazza bellissima con gli occhi azzurri, i capelli rossi e sciolti, ma stranamente asciutti, e resta lì, con l'acqua fino al busto. Mi guarda sorridente, e con un gesto della mano veramente aggraziato mi invita ad andare verso di lei.
Ma resto fermo, un po' mi fa paura.
Mentre la stanza si riempie di farfalle, mi passa accanto un pulcino volante, e poi si posa sulla mia testa, e fa un nido tra i miei capelli, come se dall'alto volesse controllare tutto, quasi senza essere visto.
Da dietro di me si fa strada un suono, e lo sento che arriva lento ma costante, mi volto ma non vedo nulla, c'è come un'ombra, e mi sembra un ragazzo dai capelli mori, ma forse è solo un fantasma. Di fatto, da quando è arrivato, il mare ha assunto il suo rumore di sempre, e anche il vento ha cominciato a soffiare, e lo dicono gli alberi sulla collina qua attorno, che si lasciano accarezzare, si cullano, dondolano.
Poi le farfalle mi spingono verso il mare, e sento che qualcuno mi tiene per le mani: a sinistra c'è Sam e a destra Letizia, la quale tiene per mano una sua amica di nome Manuela, e accanto a lei altre persone, tra cui Francesco, vestito da babbo Natale e con un cuore in mano.
E allora camminiamo, ognuno a suo modo, verso il mare.
I nostri piedi lasciano segni su una sabbia di un giallo intenso, innaturale, come disegnata da un'artista contorsionista, una di quelle che ti parlano con lo sguardo, o scontrandoti con dolcezza.
Ci avviciniamo alla donna dai capelli rossi, siamo a pochi passi dal mare, e tre gabbiani fiochi e sbilenchi ci cominciano a dire di stare fermi, che è pericoloso, che per entrare ci manca qualcosa.
“Cosa?” Domanda il pulcino sulla mia testa.
“Questa”, dice il gabbiano mostrandoci una candela.
“È la candela del Salvatore!” Esclama Francesco, che nel frattempo si è tolto i vestiti da babbo natale per mettersi quelli da befana, perché lui è così, si veste come gli va di vestirsi, è un vero trasformista.
Allora il pulcino si alza in volo, e tutti rimaniamo di stucco per la velocità con la quale è partito.
Eccolo che torna con la stessa velocità della partenza, e mi posa la candela in mano.
Siamo pronti per partire.
Sam alza la mano. Tutti ci giriamo a guardarlo.
“Che c'è?” Domanda Letizia.
“Devo pisciare.”
Allora aspettiamo. Sam se ne va lontano dalla nostra vista e torna contento, asciugandosi le mani ai fianchi e compiacendosi per qualcosa.
Ci immergiamo coi vestiti addosso, nuotiamo in modi strani, e arrivano dei pesci tutti colorati e anche dei delfini spagnoli, che tra un ablas, un todos, un amigos, e un vamos, ci invitano a seguirli.
Ci conducono nel mare più profondo, e io mi sento tranquillo perché insieme a noi c'è la sirena dai capelli rossi che mi guarda con un faccino pieno d'amore e mi sta facendo innamorare. Sam mi bussa alla spalla e mi chiede, dopo aver appreso un po' di spagnolo dai delfini: “donde vamos?” “Non lo so caro Sam, forse andiamo per andare e basta, senza meta, non so cosa ci aspetta”.
Nuotiamo per quasi due giorni senza prendere neanche un respiro, nutrendoci solo di cozze, finché arriviamo di fronte ad una grotta.
“Che si fa? Io sono stanco e ho fame, e poi voglio tornarmene a casa dalla mia ragazza”, dice Francesco che nel frattempo si è vestito da pirata, e ha trovato anche una benda da mettersi su un occhio, e anche delle collane d'oro, di quelle pesanti, che mentre nuota gli stavano a penzoloni verso il basso.
“Io non entro”, esclama il pulcino, un po' innervosito dall'assenza del suo vero nido, e dalla nostalgia della chioccia e dei suoi fratelli.
“Andiamo noi”, dicono in coro le farfalle.
Un fiume giallo si appresta a varcare la soglia, ma la grotta si oppone al loro ingresso e parla: “stop! Chi siete?”
“Siamo farfalle.”
“E dove volete andare?”
“Vogliamo entrare nella grotta, nuotiamo da tanto e siamo stanchi, la sirena e i delfini ci ha condotto fin qui, e qualcosa vorrà dire.”
“Se rispondete a questo indovinello vi faccio entrare tutti”, dice la grotta con una voce catarrosa: “Di che colore era il cavallo bianco di Napoleone?”
Così Letizia e Manuela cominciano a ridere e a dire che la grotta è troppo stupida.
Ma la grotta se ne accorge e allora propone un altro indovinello: “di che colore è il serpente verde di Linda?”
Tutti facciamo finta di nulla: chi si gratta la testa, chi non riesce a trattenesi dal ridere e allora tossisce, Letizia si controlla lo smalto che non ha, io assumo il mio atteggiamento di quando faccio finta di pensare e allora mi liscio la barba, insomma, tutti ci sforziamo di fare i seri e di far finta di pensare alla soluzione.
Il pulcino propone, furbescamente, di avere due possibilità, data la difficoltà immane della questione.
“Sì”, risponde la grotta, “questa è davvero difficile”.
E le farfalle si scompisciano dal ridere, e Sam sembra che pianga da quanto ride.
“Verde!” esclama Francesco, stanco di aspettare inutilmente, troppo affamato e assonato per perder tempo.
Entriamo. La candela inizia improvvisamente ad illuminare di viola e rosso.
Ci addentriamo, silenziosi e sospettosi, e lungo il percorso ci sono teschi, scheletri, spade, elmi e scritte inquietanti: perdete ogni speranza 'o voi che entrate; abbandonate l'idea di poter rivedere i vostri cari; attenti alla sirena etc..
Procediamo tremanti, con le farfalle che gridano di voler scappare, il pulcino che piange, io che faccio finta di nulla ma in realtà mi sto cagando addosso. Poi, da una nuvola di fumo denso, appare una figura grandissima: il re della grotta.
“Chi siete?” Ci domanda con una voce grossa che faceva tremare tutto.
“Siamo noi, siamo qui perché ci ha condotto la sirena”, rispondiamo in coro.
“Ben arrivati, io sono Tos, il re Tos, padre di tutti i mari, protettore di tutti i pesci, reggitore del mondo marino.”
Il re è grossissimo e ha sembianze umane, il suo corpo è formato da tanti pesci, ha tra le mani due spade, in testa un triregno del colore fosforescente degli evidenziatori gialli, gli occhi tutti bianchi, la bocca storta e senza denti, e non so come faccia ma sta fumando delle alghe arrotolate e quel suo enorme sigaro fuma anche sotto l'acqua.
Guarda Sam. Gli sputa del fumo in faccia e ci dice: “se me lo lasciate mangiare vi do tutto il tesoro della grotta”, tutto questo mentre si lecca i baffi che non ha, e l'acquolina gli esce dalla bocca anche se è tutto circondato d'acqua e pare che non sia così.
Restiamo tutti un po' interdetti, non perché siamo indecisi se farglielo mangiare o meno, ma per questa cosa del tesoro.
“Lasciamoglielo mangiare, voglio essere ricco e tornare a casa il prima possibile” dice Francesco ad alta voce, mentre si abbottona una camicia da soldato austriaco trovata nei paraggi.
Ma noi tutti ci opponiamo, anche se questa novità del tesoro ci alletta un po' tutti.
Sam allora esclama: “mi sacrifico per i miei amici, lasciate che mi mangi!”
Al che, il re gigante Tos, tra cerchietti di fumo e arabeschi, lo prende tra le mani e se lo avvicina alla bocca.
Francesca e Manuela pensano già a come spendere i soldi del tesoro, fanno mente locale di dove avevano visto quella borsa che gli piaceva tanto, poi quella gonna celeste, e quel cappello larghissimo di lana cotta. Ma è un'euforia che dura un istante.
Tutti siamo tristi e cominciamo a piangere, e le nostre lacrime salate si confondono col mare, e sembra che non stiamo piangendo, ma davvero lo si fa tutti, e i nostri occhi sono rossi.
“È una trappola”, urla il pulcino dalla mia testa, “dobbiamo scappare che non c'è nessun tesoro, vuole mangiarci tutti, dovevamo dare attenzione alle scritte!”
Allora le farfalle guardano in cagnesco la sirena che ci ha condotti nella tana del nemico, e la scacciano da noi imprecandole contro parole in dialetto farfallesco.
Ma ormai è troppo tardi per tutto.
I piedi di Sam penzolano dalla bocca del re Tos, che si avvicina a Francesco con aria minacciosa. Allora le farfalle si dirigono verso Tos e gli lanciano addosso un liquido appiccicoso che lo blocca all'instante, gli entrano nella bocca per poi riuscire con Sam tutto mezzo morto sorretto dalle loro ali.
Lo portano fuori dalla grotta, e dopo una respirazione bocca a bocca durata un'eternità eccolo che si sveglia e chiede a tutti se davvero si è ripreso o se è morto e si trova in paradiso.
La colla delle farfalle non può durare a lungo. Io e Francesco cerchiamo di legarlo, Francesca gli pianta una lancia che aveva raccolto da terra nell'occhio sinistro, e poi anche una nel destro.
Mi accorgo che la candela che tengo in mano non è solo una candela, infatti, stringendola forte e dicendo “vaccabò” partono delle scariche di fulmini. Allora la stringo forte tante volte e dico la parola magica rivolto verso il mostro. Le scariche arrivano dirette sul suo corpo che cade a terra tutto tremante, mentre alcuni pesci gli si staccano dalle membra e scappano via e spariscono nel mare più profondo.
Ci sediamo stremati e pianifichiamo la fuga. Francesco si è fatto delle strisce nere sotto gli occhi per sembrare più cattivo, e ce le impone a tutti, per darci un tono da guerrieri, come se ce ne fosse bisogno. Il pulcino sta accendendo un fuoco, quando, dal fondo della grotta, sentiamo delle voci: “Aiutateci vi prego, aiuto”.
“Andiamo via, chiccazzosenefrega”, pensavo io mentre mi legavo le scarpe, ma Sam, che è un uomo di buon cuore, ci convince tutti di andare a liberare le persone intrappolate.
Controvoglia ci addentriamo nuovamente nella grotta e ci troviamo davanti due persone troppo simpatiche, Francesca e Renata, che da tanto tempo erano rinchiuse e stavano diventando quasi dei pesci.
Partiamo tutti insieme, nuotiamo veloce veloce, arriviamo a galla, respiriamo a pieni polmoni, e la luce del sole ci dà un po' noia, ed ecco ancora quell'ombra fuggente che ci passa accanto, e il vento ritorna a soffiare, e le onde a sciaguattare.
Mi guardo attorno per vedere se ci siamo tutti. Pare di sì. O forse no. Manca Sam.
Allora mi immergo con tutta la forza che ho, e nuoto con tanta potenza che alcune tartarughe marine mi guardano e poi si guardano tra sé e annuiscono con la testa, basite dalla mia stratosferica velocità. Trovo Sam incastrato ad uno scoglio e lo strattono forte, ma sento che sto perdendo tante energie, e mi si stanno chiudendo gli occhi, il bisogno di dormire mi assale, non posso resistere, non ce la faccio. Mi addormento.
Mi addormento abbracciato a Sam che già dormiva russando e mugolando frasi in spagnolo.
Fine dei giochi. Eccoci qui addormentati per sempre, abbracciati come due innamorati.
Ma all'improvviso sento una bocca sopra la mia, e dell'aria m'infilava con forza nei polmoni. Mi sta passando la voglia di dormire, allora apro un occhio, poi anche l'altro.
Questa bocca che ho sulla bocca non si stacca, e questa lingua lecca la mia, e mi conta i denti e ci mette passione.
Così mi stacco di dosso con una gomitata la figura che mi ha salvato. “Non ho resistito”, dice la sirena mentre lentamente si sta riavvicinando con la testa inclinata. Non resisto e la bacio, anche se so che la nostra storia non potrà funzionare, che ci ha tradito già una volta, che io ho le gambe e lei una coda, una gran della coda ma è comunque una coda, che se volessimo andare al cinema le servirebbe una vasca, e dovrei trasferirmi al mare ma non mi va.
Così, dopo un bacio appassionato e tante carezze, cominciamo a scastrare Sam, a dargli degli schiaffi per farlo riprendere. Sam si riprende e ci abbraccia, e ci dice che lo sapeva che qualcuno sarebbe tornato a prenderlo, che tutte le persone hanno qualcosa di buono.
“Ma la sirena non era cattiva?” mi domanda Sam, “è innamorata di me”, gli dico, e rimane basito, perplesso, come se non riuscisse a spiegarselo.
Raggiungiamo la superficie, emergiamo come balene sputando acqua.
Eccoci soli in mezzo al mare, c'è solo un peschereccio in lontananza e degli squali che ci girano attorno. Poi ci sentiamo tirare verso la barca, siamo tutti vicini e abbracciati perché qualcosa ci tiene insieme. Siamo stati pescati da una rete. Mi volto e vedo la sirena che ci sta dando dentro con Francesco, allora Sam mi guarda sorridente, alzando le spalle, dicendomi che non potevo farci niente se lei amava un po' tutti.
Il peschereccio ci ha definitivamente alzati dal mare, e ce ne stiamo sospesi, mentre un marinaio strano con un cappello da ciclista ci guarda e si arrotola una sigaretta di alghe.
“E voi chi sareste?”
“La prego signor marinaio, con quei bei capelli biondi lei non può essere cattivo, la prego ci faccia scendere che le spieghiamo tutto”, balbettava il pulcino.
Il marinaio, lento come un bradipo, ci fa cadere a terra. Dopo avergli raccontato la nostra storia, ci offre qualcosa da mangiare. Dalla cambusa fa uscire di tutto, e apparecchia come per Natale, coi bicchieri da vino e le candele. Mangiamo del pesce fritto e della pasta con dei granchi vivi, una pasta scotta e senza sale, e ce ne accorgiamo tutti, ma non diciamo nulla per gentilezza.
La sirena, che nel frattempo si era buttata in acqua per non crepare, con gli occhi sta facendo sesso col marinaio, il quale, a detta mia, potrebbe essere il suo uomo ideale.
Si è fatto l'imbrunire.
Il marinaio ci riporta gentilmente alla spiaggia, proprio nella spiaggia da cui eravamo partiti giorni prima. Scendiamo tutti, chi camminando e chi volando, altri facendo finta di fare i soldati, trascinandosi con gomiti.
Il peschereccio si dissolve in lontananza con la sirena a seguito che fa piroette e salti da favola.
Mentre siamo distesi, dal mare sentiamo strane voci che ci chiamano. Sono i delfini. Li osserviamo, adesso parlano francese e ci dicono “bravi, bravi, bon, tres bien”, poi dalle loro bocche escono dei fiori, fiori che si fanno piccolissimi come granelli di sabbia e che ci vengono incontro, li respiriamo e ci sentiamo felici. Siamo fecondi di felicità.
Improvvisamente se ne vanno tutti, rimango solo con le farfalle ma poi fuggono anche loro.
E se ne va anche il rumore del mare e il soffiare del vento, il sole si attenua, e mi ritrovo nuovamente nella mia stanza buia, senza porte e finestre.
Allora ecco l'odore di sigaretta, l'abbaiare dei cani, e apro gli occhi, inciampo in una buca, ed eccoci alla ferrovia.
Il tutto non ha senso, ma alle cose, il senso, alla fine lo diamo noi.
Al di là di un senso sensato o di un senso sensibile, c'è un terzo senso particolare, quello del mare.

Proprio come succede ad ognuno di noi, figli del destino e dell'erranza, figli della destinerranza.
Come la musica pop, viva e vita, piena di vita.
Le stagioni. Otto diviso due, quattro.
È naturalista. Egli ci parla di naturismo. Naturista, nudista.
Movimento costante. Monolitico è il morto. Va bene l'andamento lento.
Il sudore toglie aridità alla pelle.
Pregati il tuo dio.
Lui ha un dio.
Egli ha un dio tutto suo. Si è inventato un suo dio! Egli prega solo il suo dio.
M'invita a farmi un dio tutto mio. Un dio tutto mio!
Ora prega, e si ripete che deve essere virtuoso.
Sforzati di essere virtuoso. Sforzati di essere virtuoso.
Alle nostre umili esistenze non c'è altra alternativa che il sudore, il mal di schiena per la troppa vicinanza alla terra , bassa come il lavandino dove lavi i piatti, e bassa è negli angoli la polvere che stavi cercando quella notte: sposta il battiscopa in angolo, in bagno, v'è lì nascosta l'alternativa illusoria a quella che per molti è già un'illusione. M'illudo nell'illusione. Come sognare un sogno in cui sogni. Dimmi quando, quando.
E sputa a terra l'ora tarda, e vattene a letto che stai un po' meglio e ti sei ripreso. Non far l'errore di andare a letto mentre t'illudi nell'illusione che non sia illusione.
Non ho capito se è insonne o meno. È meno insonne solo la notte dopo che l'ha fatta in bianco.
È che il mondo è pieno di cose inutili da fare.
Piacere di avervi conosciuti tutti, i miei omaggi a voialtri, e perché Linda sogna la libertà? Va forse ella cercando l'amore?
Di tutto questo chi se ne fa? Non credo sia inutile, tra tutte le cose inutili che ho fatto, questa non lo è affatto.
Sono qui presentati i quattro elementi tipici delle nostre esistenze: la cosa, ovvero l'esperienza del mondo, quella che i bravi chiamano empiria, ovvero ciò che abbiamo di fronte ogni santo giorno.
Poi la memoria della cosa, il ricordo, a tratti vivido ma talvolta distorto, ed entra qui in gioco l'onirismo della memoria, il ricordarsi un pomo non più arancio ma azzurro, che quella tale persona era mancina e invece e destrorsa.
E ora siamo di fronte al terzo elemento: la fantasia. La fantasia è la massima espressione di quello che fa il nostro cervello: affabula. Affabulando di continuo, in realtà non sappiamo più ciò che è vero e ciò che non lo è. Proiettiamo di continuo su ciò che ci presentano i senti un qualcosa che alla purezza della cosa non appartiene.
Viviamo, in pace o meno con noi stessi, con altro da ciò che c'è. Che, estremizzato, è come credere di avere le ali e di poter buttarsi giù da un palazzo, e accorgesi ad un secondo dal salto che quelle ali non funzionano, che quelle non sono ali. Ed è un storia realmente accaduta, successe a Faenza alcuni anni fa ad un tizio che credeva gli fossero spuntate le ali.
Ma la fantasia ci permette anche di trasformare ciò che è ignoto e ci fa paura in un qualcosa di familiare, di non estraneo o anormale.
Forse è stata davvero una proiezione la sensazione che ho provato in una stanza parecchio tempo fa, ma non avevo davanti dei disabili, quelli che sbavano, che sbattono la testa al muro, che urlano ed ulano in un grande richiamo o imprecazione a un qualche dio. E non li avevo neppure di fronte a me, non c'era tra noi alcun tipo di distanza. Io ero lì con loro, tra loro, ero loro. È caduta una sorta di maschera da uomo, uomo inteso come colui che domina, che ammaestra, educa, impone un ordine da una posizione privilegiata. Da sopra, mi son sentito dentro, son scivolato giù.
Forse ha smesso di funzionare la mia macchina proiettiva, c'è stato un cortocircuito. In quella stanza ho sentito solo energia: energia per respirare, energia per vivere.
La quarta dimensione della quale volevo parlare è quella relativa all'ipotesi.
Perché sì, si fanno sempre delle ipotesi su tutto. Così per dire, ipotizzo che l'energia e l'amore che ho provato siano frutto del mio egoismo. Avevo davanti il diverso, l'anormale, ciò che non sono. E questo mi ha fatto sentire bene, osservavo dal mio corpo normale e al sicuro una tempesta, un terremoto, una sorta di catastrofe mostruosa fatta di bava e contorsioni, di urla.
Fermo, al sicuro, stabile, distaccato, il tutto mi è sembrato sublime. Egoismo, sono un egoista.
Atteggiamento da saggio. Nevvero che forse è così?
Ma non sono così, o penso di non esserlo. Non riesco a stare fermo sulla riva ad osservare. La vita, parlo in generale, fa sempre la chiama, come un arbitro prima di una partita, e una volta che il tuo nome è stato fatto, sei dentro, sei sulla nave in mezzo al mare. Si è tutti in mezzo al mare, si è tutti in pericolo, siamo tutti anormali. Aver frequentato quei ragazzi è stato per me una scommessa, forse la più alta. Siamo tutti sulla stessa barca, è questo che mi sono detto mentre leggevo loro una storia, mentre mi accarezzavano e una ragazza aveva la testa incastrata sotto il mio collo, e mi accarezzava la barba, ed era delicata, e l'ho amata, e un po' sono ancora innamorato.
Chiusa la possibilità di osservare il tutto da distanza, ho capito che ci si salva soffrendo e sperando insieme agli altri , considerandoli fratelli (Cristo santo, sono un vero cristiano!).
Sono rimasto colpito dal fatto che le opere che questi ragazzi hanno liberamente creato ruotavano attorno a tre cose: il mare, l'amore e la felicità.
Il mare, a cui è dedicato il titolo di questo scritto, ci mette davanti alla vita, è una metafora di questa. Siamo tutti, ognuno a suo modo, vogando come ci riesce, sospinti dalle onde e dalla corrente, in un enorme mare. E allora proiettiamo e cerchiamo punti fermi, nauseati quanto basta, per aver coscienza che tutto scricchiola, che non ci sono fondamenta, che l'abisso è sotto di noi, attorno a noi.
E poi la felicità. Chi parla di felicità con tanta leggerezza? Chi sa cos'è la felicità, chi comprende la sua situazione, chi sa che è tutto mare. La felicità non consiste nell'osservare da una zona franca l'altro che soffre e affonda, ma nel partecipare in prima persona ai rischi della navigazione. È forse questo un invito a gettarsi nella mischia? Sì, altrimenti si spreca la vita. Si nuota, perché nuotare è bello, ed è più bello se si nuota nel mare, coi i rischi che ciò comporta. Nuota, balla, slaccia le funi che ti tengono in porto, muoviti. È forse questo stato un invito? I saggi sono loro, quei ragazzi, che si ritrovano in un centro che porta il loro nome singolare collettivo: delfino.
E poi l'amore. Tutti parlavano d'amore, e cristo benedetto lo si percepiva davvero l'amore. Cose che a me mettono in difficoltà, come per esempio l'amore e la felicità, a loro vengono naturali, ne comprendono il senso.
O magari non è così, parole come amore e felicità vengono abusate, se ne sente parlare di continuo e così, con l'ingenuità che li contraddistingue, loro le hanno fatte proprie, forse ne abusano anche loro.
Insomma, questo mi andava di scrivere e l'ho scritto, se ai perbenisti non va bene possono pure andare in culo.


giovedì 7 gennaio 2016

L'ascensore





Alberga in me un ascensore,
capienza massima infinite persone,
infinito il peso che può sopportare,
gli ombrelli, i paralumi, i libri, le ricette, gli scandali, i sorrisi e i topi.

Talvolta sale, l'ascensore
senza rumore,
e va al di là della mia vista,
e poi scende e fa lo stesso,
laggiù nel vuoto del tempo perso,
nell'infinito abisso delle nausee e dei mal di tesa,
onorevole contrapposizione all'esaltazione di un corpo nudo sulla prua di una nave in piena tempesta,
dopo i gridi a sua maestà,
la rabbia che sembra uscire del tutto dalla materia;
via le paure e le nevrosi, il brutto, il male, le catene, i capelli, i denti, la pelle e gli anelli.

La consapevolezza di un'illusione.

Su e giù,
come un ascensore,
al cui interno c'è una dama nana che fa finta di aver defecato,
mentre la mancina le sfarfalla sul volto come a dire: oh che puzzo!
E pigia l'uno, poi il quattro e poi il sette,
e si ferma,
si blocca a bocca aperta con le mani tese in avanti,
sembrano poggiate su un vetro che però non c'è.
A noi la vista dei suoi palmi graffiati.
Riprende con fare guardingo e baldanzoso,
come se fosse in sé,
e pigia il tre.

D'un tratto s'appoggia il polso sulla bocca,
la testa piegata,
l'indice dritto verso il cielo,
poi spinge il braccio verso il basso: rumore d'attrito tra denti e pelle,
giù fino in fondo,
con l'indice che sembra dividerle la faccia,
e già è all'angolo della bocca.
Rimette dritta la testa e mi guarda,
ti guarda,
ci guarda,
con quei suoi denti enormi.

E riparte a pigiare,
meno venti,
più duemila,
meno nove,
più un milione,
l'uno,
il quattro,
il sette.

L'infinito perpetuarsi dei teatrini,
le smorfie,
i balletti,
i salti,
i finti pianti,
il dormiveglia.
Il tutto in silenzio,
tutto senza voce,
solo gli occhi si spingono alla ricerca di un senso,
e si fermano,
e qui muoiono,
e qui rimangono in eterno ad osservare.

Vi è in me un ascensore,
al cui interno c'è una folle dama nana,
e in me non c'è solo l'ascensore,
ci sono tutti i piani che ho visitato,
i deserti, le folle, la pace, la discordia, il sole,
l'incantevole fuoco,
l'aspro vento,
l'odore della terra, l'amore, gli ombrelli.

È davvero forse il caso ciò a cui siamo destinati,
ma oramai siamo nati,
e mi stupisco di coloro che pongono rimedio all'ascensore e alla dama,
lasciandosi perire in qualche modo.

È questo il luogo dell'illusione.

Parlami del paradiso,
dell'inferno,
dimmi dove si va.
Si sta.
Si resta,
è tutto quello che ci spetta,
l'ora, l'istante.
È il tuo turno,
lesto,
lascia stare se hai il viso mesto.

È una vita fatta di scandali, di paralumi,
di topi, di sperma e ricette, di bestemmie,
di segni della croce, di nausee, di dentifricio.

E butta un bacio alla dama,
fatti amica la nana anche se non lo saprà,
commetti errori, ripudia, accetta, dubita.
Forse non c'è nessun ascensore.
Infatti, è un gomitolo di lana.



lunedì 30 novembre 2015

6. Quo vadis, Domine?

Me lo promisi appena se ne andò di casa: appena mi faccio incoronare cambio lavoro e vita, e vado a vivere in India, scalzo.
Certo mica potevo partire subito, non posso lasciare una cosa a mezzo.
Potrebbe essere adesso il momento buono per partire. Proprio adesso, andare via, e perdermi da qualche parte.
Ho trentasette euro pulite ogni mese, le accantono da un anno.
Un volo per qualche parte lo trovo.
La gatta devo informarmi se la posso portare con me, se no la do a Pietro, la mette nel piazzale delle macchine.
Ma dove vado? Al caldo. Non voglio più vedere un giubbotto.
E Nigeria? Non posso lasciarla così proprio ora che è iniziato qualcosa di profondo. Non posso ferirla, e poi non me la sento di lasciarla: la amo. Potrei convincerla a venire con me.
Devo solo dare la disdetta del contratto d'affitto della casa e le dimissioni al lavoro.
Ora potrei anche provare nuovamente a dormire, chiudere gli occhi e contare le pecorelle; ma che idea fantastica mi è tornata in mente stasera, l'avevo rimossa completamente in questi mesi, e pensare che per un sacco di tempo è stata il mio faro.
Potremmo definirla «la boa della partenza», e che bello che arrivi in mio aiuto proprio adesso che c'è tempesta.
E dove vado? Qual è il mio posto nel mondo?
L'India mi ha sempre affascinato, ho visto un sacco di documentari. Di sicuro saranno obbligatori dei vaccini.

Andai subito a disdire il contratto d'affitto, ma dovevo aspettare tre mesi per farmi rendere la caparra.

E aspettai, mentre pianificavo la partenza 

Ogni tanto mi viene in mente di quando avevo undici anni, che il babbo di mio nonno, ovvero il mio bisnonno, un omone che mi ricordo sempre con la canottiera giallognola, a sedere su uno sgabello che se ne stava lì come un nulla che ha sopra una montagna calva, l'orologio ad ognuno dei polsi, un bastone in mano, un bastone che ti indica, una voce che dice: «coglione».
Questo è l'unico ricordo che ho del mio bisnonno Giovanni.
Quando ci penso mi chiedo se mi diceva quelle parole per salvarmi, imponendomelo come un mantra al fine di farmi diventare un coglione in abito, per me un coglione è un istrione, un funambolo, un prestigiatore.
Magari era una semplice costatazione del nonno Giovanni, che magari usava quella parola in un significato diverso, o solo per dire che ero un coglione.
La mia vita oscilla tra queste due diverse interpretazioni. Sono un coglione o devo esserlo? Insomma, vivo così in questa zona grigia.