l'astronauta perduto


martedì 21 luglio 2015

4.Saturday night fever



Sabato arrivò presto, ma non avevo voglia di fare niente, men che meno quello che Pietro aveva in mente. A volte gli dico di sì per chetarlo, nell'invecchiare diventa sempre più logorroico e malato per le donne.
Il sabato pomeriggio lo dedico alla mia nuova fiamma, e possiamo dire che da più di un anno c'è qualcosa di più del semplice sesso animalesco. Ogni sabato da quasi due anni mi vedo con Nigeria, la mia, sì diciamolo, fidanzata, che proprio dalla Nigeria viene.
La vedo il sabato perché è nella piazza dei giardini a lavorare; fa un lavoro itinerante, durante la settimana copre tutto il Mugello, e chiaramente è impegnata, e poi ha questo istinto nomade, e non mi sento di forzarla alla stanzialità.
E insomma niente, è felice che lì può fare anche la doccia, poi ci prendiamo un caffè, a volte guardiamo il telegiornale.
Io la amo Nigeria, okay che il contatto fisico e visivo c'è solo una volta a settimana, ed è bellissimo; fa tutto lei, a volte faccio tutto io, quel che è certo è che mi sento curato da lei, ed è bello che qualcuno si prenda cura di qualcun altro.
Al di là del fatto dei soldi e del pagamento, la sua presenza in casa mi mette sereno, è davvero una persona positiva, e fa anche un buon caffè, lei però lo prende annacquato.
Porta sempre la parrucca, ogni sabato ne ha una di colore diverso, la mia preferita è quella viola con la frangetta, e poi ha lo smalto su tutte le dita, anche suoi piedi, e ha un fisico da modella, alta e slanciata, delle belle poppe, gli occhi verdi che vanno lontano, e le labbra carnose.
In intimità la chiamo «carpina amorosa», che quando è là sotto, sembra di sentire il risucchio che fanno le carpe quando mangiano a galla, col caldo, verso luglio, o i muggini di un qualsiasi porto, che s'ammassano tutti su una mollica di pane. Ecco, quello è per me il rumore del godimento.
Sì, ci frequentiamo da due anni, da quando la mia ex ha fatto le valigie ed è andata a vivere dal maestro di tennis, un cretino sempre in forma e dinamico, coi denti sempre splendenti. Che persona inutile e insulsa, mamma mia, gli auguro tutto il male del mondo a quei due stupidi, imbecilli. Lasciamo stare, non fatemi pensare, se ripenso a come era diventata fissata per il tennis, e poi a correre, e la domenica il torneo, e il giovedì la preparazione, il martedì a cena con quelli del tennis club, evvaffanculo a voi con le vostre palline di merda, e a ogni centimetro di terra rossa del mondo.
Un anno c'ha messo per scegliere, mica che lo sapessi, da un anno scopava col cretino, e io sempre a secco, un minimo di dubbio mi era venuto ma pensavo che fosse un periodo un po' così, non pensavo alle corna. Aspettavo, ora dico che aspettavo in silenzio il mio turno, che non sarebbe poi più stato il mio turno, non era più mia, di me restava il contesto, l'abitudine, l'ordinario, quello di sette anni di vita insieme, nella stessa casa.
L'ho spinta io a fare sport, io l'ho indirizzata al tennis; stava passando un periodo stressante al lavoro e aveva bisogno di svago e di dimagrire che sembrava sempre di più una pallina. E infatti le ha fatto bene, dopo un po' le si è aumentato il metabolismo e ha ripreso a essere felice, a volersi bene e a truccarsi, ad aver voglia di fare.
Ero felice per lei e quindi per noi.
Ma ora non me ne frega più nulla, al diavolo lei, il tennis e il maestro.
Ora amo Nigeria, e fantastichiamo abbracciati sui nostri futuri figli, sui diamanti che le regalerò, sulla nostra casa; mentre le accarezzo la pelle liscia, e l'annuso tutta, e la amo, e lei gioca coi miei riccioli mentre ho la testa tra le sue poppe e parliamo di tutto, e se abbiamo appena smesso di scopare ricominciamo a farlo.
Alle sette la porto alla stazione, e se ne va, con cinquanta euro in più in tasca, e se ne va come ogni treno, nel rumore caldo della ferrovia, che sai che lì per lì non può tornare indietro, ma che poi tornerà.
Sabato, proprio dopo le sette, chiamai Pietro e gli dissi che avevo la febbre, anche se non era vero.
Prima di tornare a casa mi fermai alla rosticceria cinese e presi del liso alla cantonese e degli involtini primavera. Mangiai sul divano guardando Ghost, e piansi, e dormii lì, poco ma lì, con la gatta che ogni tanto la sentivo che leccava le vaschette in alluminio lasciate a terra.