l'astronauta perduto


mercoledì 19 dicembre 2012

Attilio pensa.

Una candela, poggiata sul comodino, illuminava la stanza. 
I suppellettili proiettavano ombre contorte e sembravano sottolineare la loro stanchezza, forse erano stanchi della polvere che li ricopriva, o forse semplicemente della giornata trascorsa.
Scrocchiò il collo e inarcò il dorso.
Attilio Benelli, ventitreenne, moro, occhi verdi, capelli ricci, barba incolta, ateo e fioraio di professione, si distese sul suo letto.
La giornata trascorsa risultò piatta come le altre già vissute, senza avvenimenti degni di nota, le stesse cose irrilevanti e poco considerevoli di sempre.
Stesse facce e stessi fiori.
Era una tipica serata estiva, di quelle in cui si dorme volentieri con le finestre aperte, quelle nottate in cui ci si lascia cullare dai suoni di una natura instancabile, sempre sveglia, pronta a sfoggiare tutto il suo repertorio canoro e a farci godere con il cantare dei suoi animali notturni.
Distesa al suo fianco, Irma, la sua ragazza, dormiva già.
Rannicchiata in posizione fetale apparteneva ormai all'altra vita, quella dei sogni e Attilio si domandava cosa stesse succedendo in quell'altra sua vita.
Attilio si era trattenuto in giardino a leggere uno di quei libri che a lui piacevano tanto, di fantascienza, libri che ad Irma non piacevano affatto.
Per la precisione, era perduto sul pianeta Iduna con la famiglia Svenson.
Disteso sul letto, Attilio restò a guardare le travi in legno sul soffitto della stanza alla ricerca di qualche scorpione.
Irma, russava beatamente.
La casa in campagna di Attilio e Irma sembrava infestata dagli scorpioni, non passava giorno che non ne uccidessero uno. 
Se ne stava lì, disteso e guardingo, pronto a raccogliere una ciabatta da terra e sbatterla sul malcapitato animale che avrebbe opposto resistenza semplicemente alzando il suo pungiglione.
La stanza era apposto, animali al suo interno non ce n'erano.
Si leccò due dita e le appoggiò sullo stoppino della candela e questa frisse in segno di disappunto.
Il buio della notte avvolse i corpi dei due fidanzati.
Attilio chiuse gli occhi.
Gli parve finalmente di spegnere la ragione e di lasciare il suo corpo.
Fluttuava beato coi suoi pensieri irrazionali, pensieri tremendamente appaganti che lo facevano sentire come una di quelle foglie secche e ingiallite in autunno, quelle guidate da un vento misteriosamente tiepido e familiare che pare guidarle proprio dove devono andare.
Alcuni grilli cantavano, il vento muoveva le fronde degli alberi, alcuni gatti miagolavano, un cane ululava in lontananza, delle rane gracidavano, alcune cicale frinivano e un topo squittiva.
Nella testa di Attilio, tutti questi suoni, si trasformarono in forme e colori.
Strane figure si scontravano l'una contro l'altra, si intrecciavano e diventavano una sola cosa dai colori indefiniti.
Triangoli viola, cerchi rossi, rombi verdi, esagoni blu cobalto, trapezi bianchi, cubi, cilindri, piramidi, coni, sfere e tetraedri riempivano la sua mente errante.
La musica della natura.
Un tripudio di colori e di forme.
Il metallico frinire delle cicale si fece prepotente e sovrastava gli altri suoni. Nella mente di Attilio un'unica figura di colore viola sostituì tutto il resto: un cono.
Attilio osservava quella figura, la scrutava, sforzava gli occhi per guardarla meglio, allungava le braccia per toccarla.
Il cono roteava su se stesso, sospeso nel nulla danzava ad un ritmo lento ed incantevole.
Improvvisamente, il cono restò immobile, fermo sulla sua larga base rotonda, appoggiato su un piano immaginario.
Le cicale frinivano potentemente.
Poi, dalla punta del cono, iniziò ad uscire densa schiuma bianca che scivolò elegantemente lungo i lati della figura fino a raggiungere terra.
La schiuma avvolse completamente il cono.
Da bianca che era, la schiuma divenne gialla, poi grigia e poi nera.
La nera schiuma iniziò a sciogliersi come un gelato al sole e divenne liquida.
Molle tutt'intorno, petrolio che come neve dopo una giornata di sole e pioggia sembrava alla ricerca di un fosso per defluire.
Il cono era scomparso, corroso da quella strana bambagia dal colore della pece.
Attilio, allora, poggiò la sua mano destra sul piano immaginario dove fino a pochi istanti prima c'era il cono.
La sua mano, nel vuoto della stanza, sembrò bagnarsi.
Improvviso silenzio, improvviso vuoto nella sua mente, né una forma né un colore.
Poi, alcune cicale iniziarono nuovamente a frinire.
Attilio attese un nuovo cono.
Iniziò a domandarsi cosa fosse quel cono, che significato avesse, che cosa volesse dirgli la natura mostrandogli un cono corroso e poi cancellato dalla bambagia.
Ecco poi un nuovo cono, fluttua e poi si ferma al contrario di come s'era fermato la prima volta.
Adesso, ha la punta verso il basso e la bocca spalancata verso l'alto, sembra uno di quei funghi di montagna, una Gallinella.
Sembra avvolto dalla nebbia.
Come la polvere su certe spugne, il cono venne ammantato da dante palline che lo ricoprirono fino a ricoprirlo tutto.
Poi le palline esplosero come fossero palloncini pieni d'acqua.
Il cono scomparve.
Il ragazzo rimase sbalordito. Era stordito da ciò che aveva osservato.
Iniziò a fare supposizioni su ciò che aveva appena veduto. La vita? L'uomo? Se stesso?
La sua storia d'amore? Il suo lavoro?
Domande gli riempivano la testa, voleva capire, riflettere su ciò che la natura gli aveva comunicato in un linguaggio che Attilio ancora non comprendeva.
Riecco il metallico frinire delle cicale ed un nuovo cono.
Lo guardò, istintivamente decise che il cono fosse la rappresentazione di un uomo.
Il cono-uomo restò immobile, poggiato sulla sua base. Attilio s'immaginò che la base rappresentasse i cardini immateriali su cui si sviluppa la vita di un uomo, la sensazione di esistere, i suoi preconcetti e poi tutto quello che un uomo percepisce coi sensi, al centro il suo sapere, le sue esperienze, la sua religione.
Sulla punta del cono, volle vederci le aspirazioni di ogni uomo.
Poi un vento potentissimo spazzò via il cono, un vento che sembrò plasmare il volto di Attilio.
Attilio sentì in lontananza un gomitata su di un fianco: stava urlando ma non se ne accorgeva, Irma gli stava dicendo di svegliarsi.
Attilio si svegliò bruscamente, non sapeva dove fosse, ciò che aveva veduto in sogno lo aveva scioccato.
-Tutto bene?
Chiese Irma assonnata.
-Sì, ho fatto solo un brutto sogno.
Rispose Attilio col cuore che gli batteva.
Poi si addormentò nuovamente.
É un uomo?
Sì, per Attilio, quel cono è un uomo.
Un uomo, un essere umano come tu che stai leggendo.
Pensò che qualunque sia la posizione di un uomo, qualunque siano le sue aspirazioni, la sua cultura e il suo modo di vivere, le sue sensazioni, noi uomini siamo destinati ad andarcene e a non lasciare traccia di noi.
La mattina seguente, Attilio non andò a lavorare giustificandosi che aveva vomitato per tutta la notte. Quella mattina prese foglio e penna e decise di mettersi a scrivere racconti e lo fece con l'intenzione di lasciare traccia di sé in questo mondo e di non andarsene come un cono qualunque.
Pensò che scrivere, in qualche modo, potesse renderlo immortale.