l'astronauta perduto


giovedì 28 luglio 2011

"23".

Ebbi, subito, mentre mi lavavo i denti con un briciolo di dentifricio rimasto nel tubetto, dopo averlo diviso per lasciarne un po' anche per la mia ragazza, l'amara sensazione che la giornata che stavo per affrontare, sarebbe stata identica alle altre giornate della mia vita.
Medesima alla precedente intendo, spiccicata alla successiva, piatta come le altre già vissute.
Mentre la moka, non intendeva farmi il beneamato caffè, mi facevo coraggio e pensavo che avrei potuto affrontare la giornata con il sorriso stampato in faccia, magari baciando tutte le mie anziane clienti puzzolenti di lacca e urlare nei loro timpani: “è il mio compleanno!”.
“é?”, “é?”, “Auguri, tanti auguri, dammi un bacino”.
Avrebbero risposto così, sono tutte sorde le mie clienti, sorde da non sentire proprio nulla.
Voglio bene a tutte, ma certe volte le odio, dicono sempre le stesse maledette tre cose: emorroidi, cataratta, osteoporosi...
Per non parlare del tempo, se piove, piove troppo, se è freddo, è troppo freddo e se è caldo, è troppo caldo.
Ci sono di quelle che vengono a fare la spesa con la badante rumena, forse avrei preso qualche bacio al mentolo anche da loro, pensavo.
Il caffè, finalmente, inondò con il suo odore la cucina e lo bevvi bollente e amaro, come piace a me.
Camicia, oggi camicia, con la camicia mi sento ganzo.
Considerando che, mi sarei divertito a fare i pagliaccio per tutto il giorno, ho pensato che con la camicia sarei stato più a mio agio.
Quelli con la camicia, mi danno un che da pagliacci, non posso farci nulla.
Nell'armadio, ho soltanto due camicie comprate sotto ricatto di mia madre per metterle al matrimonio di qualche mio cugino.
Bene, mentre mi vestivo in silenzio, ho sentito il primo “Buon Compleanno” della giornata. É uscito dalla bocca assonnata di Claudia, la mia ragazza.
“Buon compleanno amore mio”. Mi ha detto.
“Grazie amore”. Le ho risposto.
La mattina, non la bacio mai, ha un alito che proprio non me l'accollo.
Nonostante sia di una bellezza divina, con quei suoi occhi stupendi e un corpo da fiaba, la mattina non la bacio mai, il primo bacio ce lo diamo in giornata dopo che si è lavata i denti.
Sono arrivato a lavoro in ritardo di qualche minuto, come sempre, non che mi aspettassi una bigne con ventitré candeline o che so io, ma la prima cosa che mi sono sentito dire è stata: “Cazzo, il martedì c'è sempre da fare e tu arrivi in ritardo, Dio santo che dormiente che sei, sono qui dalle sette io”.
“Auguri, tanti auguri!”, ho risposto con un sorrisino da idiota, la giornata avevo intenzione di passarla così, da idiota.
Mio padre, perché io e mio padre lavoriamo insieme nella bottega che un tempo fu di mio nonno, non si abbandona mai a spassionati baci o abbracci. Ha risposto al mio “auguri-tanti auguri!” con un : “ventitré? Auguri.. ”.
Dal tono sincero e sorridente.
Ho sorriso, non ho fatto fatica perché sono entrato in negozio sorridendo.
Il mio pormi alla giornata in maniera positiva, con un plastico sorriso stampato in faccia proprio come gli stolti, mi rendeva stupidamente felice.
Alle nove e qualche minuto, la mia camicia è rimasta impigliata nella scaffalatura di metallo sulla quale teniamo i detersivi e si è strappata.
Uno squarcio partiva dal mio fianco sinistro e raggiungeva la scapola destra.
Sembrava avessi fatto a pugni con un teppista, o avessi partecipato alla finale di calcio storico in piazza a Firenze.
Ho tolto la camicia ed ho messo una polo anonima comprata al mercato che da due anni o forse più stava nel mio armadietto vicino a qualche libro e ad una boccetta di Autan.
Mi sono levato la camicia ed il mio umore è cambiato, magicamente, non potevo più fare il buffone e non ne avevo più troppa voglia.
La giornata era cupa, il sole sembrava non essere intenzionato a far brillare le gocce d'acqua che, la notte, aveva lasciato sulle foglie dei tigli nel parco davanti al negozio.
La notte precedente, infatti, un forte temporale estivo confortò il mio dormire.
Amo la pioggia, specialmente di notte.
Meglio così ho pensato, la giornata si prospettava tetra, ottimo, odio l'estate come cantava il grande Martino.
In estate, quando scrivo, non riesco a concentrarmi, scrivo delle stronzate senza senso, superficiali, il bello dell'estate è che sono leggero, mi interrogo poco e non vado alla radice delle cose, credo sia questo il bello dell'estate se proprio devo trovare un aspetto positivo a questa stagione.
L'inverno, aiuta la concentrazione, sembra che il buio e il freddo delle sue giornate sia parte del buio e del freddo che ognuno di noi ha dentro.
Se consideriamo la scrittura come autoanalisi, come conoscenza di sé, come meditazione su ciò che si è, l'inverno mi aiuta molto, è certamente la stagione più introspettiva, più riflessiva, la stagione nella quale guardando il buio delle giornate ti domandi a cosa corrisponde quel buio che è allo stesso tempo all'interno della tua anima.
In inverno, diventa un'ossessione scoprire e riflettere sul dolore, sulle ferite, sui tormenti, ed è come se fossi obbligato a scoprirne l'essenza.
L'estate, è felice e sorridente, a tratti oserei dire superficiale e mi porta chiaramente a scrivere cose che rispecchiano la considerazione che ho della stagione presa in questione.
Probabilmente, ne state avendo la conferma proprio adesso, leggendo quello che state leggendo.
Se vi chiedete dove vorrei arrivare con questo post, non lo so, siete avvertiti.
Potrei finire e concludere il tutto parlando della verruca che è spuntata sulla pianta del mio piede destro.
Ci può stare, come può starci benissimo che questo che dovrebbe essere il resoconto della giornata del ventisei luglio(giorno del mio compleanno), diventi un racconto vero e proprio con tanto di protagonista che per l'occasione potrei chiamare “Felice”.
Levandomi la camicia, sono tornato me stesso, la pioggia che aveva iniziato a cadere mi immerse maggiormente nelle mie riflessioni e nei miei consueti tormenti.
Ero a mio agio.
Ho una polo anonima, fuori piove, i miei capelli sono ricci e arruffati, sono a lavorare, devo tagliarmi le unghie, ho la testa nelle mie storie, vorrei fare l'università, ho quattro capelli bianchi, due gatti e un cane, abito con Claudia, ho voglia di scrivere una poesia e di fare l'amore. Pensavo questo mentre affettavo del prosciutto alla formosa e sorda signora Cantini sempre tutta adornata di pessima bigiotteria: Questo, sono io.
Io sono questo, nel bene e nel male.
Tornando a noi, per chi fosse interessato all'astrologia, sono leone ascendente leone.
Io, non sono interessato all'astrologia.
Nacqui ventitré anni fa tra le urla di mia madre, in un ospedale che adesso è la dimora fissa di migliaia di piccioni.
Provo ad immaginarmi la commozione dei miei genitori, sono il loro primogenito.
Tre anni dopo, nacque mio fratello e sei anni dopo la nascita di mio fratello, i miei si separarono.
Forse, non ve ne frega un bel niente ma ormai che scrivo di me è giusto che lo sappiate.
La giornata di martedì ventisei, non ha importanti considerazioni da annotare, volete sapere quanto ha speso la signora Cantini?
Poco, ve lo dico apertamente.
I regali che ho ricevuto?
Vestiti, due libri, e qualche soldo che lunedì girerò senza batter ciglio alla compagnia assicurativa perché l'assicurazione della mia macchina scade sei giorni dopo il mio compleanno.
Il più bel regalo però, me lo ha fatto la natura, mentre rientravo a casa verso le otto di sera o giù di lì, stanco e sconsolato, non pioveva più e sulla collina davanti a me ho visto uno stupendo arcobaleno.
Sono rimasto incantato per alcuni istanti a vederlo, sono sicuro che sia stato fatto per me.
Ho sorriso, felice, sono sicuro che la natura si sia ricordata del mio compleanno.
Rientrando a casa, la mia dolce ragazza mi ha fatto trovare una deliziosa cena di pesce.
Tavola imbandita con candele e prosecco, piatti di ceramica e cucchiaino per il dolce.
Abbiamo mangiato, scherzato, le ho raccontato del regalo della natura, della camicia strappata, della faccia sorridente che per quasi un' ora sono riuscito a mantenere.
È un giorno come un altro quello del compleanno, dove ti sforzi per essere felice e poi ti arrendi al fatto che “Felice”, è semplicemente il nome del protagonista del racconto che potrei scrivere se questo che per ora ho scritto diventerà un racconto.
-Ti senti più saggio?
Che palle con questa storia della saggezza, mi stanno talmente antipatici quelli che sono definiti saggi che non potete immaginarvelo.
-Come ti senti allora?
Mi sento me stesso, e provo ad accettarmi con tutti i miei difetti e i miei turbamenti, con i miei demoni e le mie maschere, con le diverse sfaccettature del mio io e le mie paturnie. Credevo che i miei tormenti prima o poi trovassero fine, magari crescendo, se trovassi pace da questa maledetta angoscia di vivere potrei definirmi felice.
Credo.
Se volete sapere chi odio, odio proprio quelli che dicono di avere la chiave della felicità, sono solo ciarlatani.
Li odio più dei comunisti, dei fascisti, dei democristiani e dei socialisti.
Dei ricchi che fanno i ricchi, dei poveri che fanno i poveri e delle mamme apprensive.
Odio le persone magre, la forfora, la Nutella, le mandorle e le gallette di riso, specialmente quando le sento biascicare nella bocca dalle labbra fini di mia madre.
Odio la globalizzazione, la stagflazione, la deflazione e l'inflazione, odio i cardinali e i sacrestani, il ping-pong, il tetris, per non parlare della marijuana che mi rende apatico e con la bocca impastata.
Amo l'inverno, svegliarmi ogni mattina al fianco di Claudia, scrivere storie e il pensiero di poter un giorno pubblicare un libro.
Bene, quelli che un giorno compreranno un mio libro, se riuscirò a pubblicarne uno, dopo che avranno letto questo post, potranno dire di conoscermi, sono quello che si nascondeva dietro la maschera di Astronauta.
Auguri.