l'astronauta perduto


domenica 19 febbraio 2012

"Odore."

Ne ebbi un primo avvertimento mentre mi mettevo la gelatina nei capelli e sforzandomi sorridevo allo specchio.
Faccio stretching facciale ogni mattina, preparo così la bocca a starsene sorridente per tutto il giorno.
Sentivo i muscoli affaticati, gli occhi pesanti, freddo alle ossa, nausea e vertigini.
Ma nulla di strano. Quando vengono quei cani dei miei amici a cena si fa sempre mattina e si sa, in gruppo, si è tutti più inclini all'abuso.
Quel disgraziato di Nino, nel fine settimana, era stato con la sua tipa in un monastero ed aveva comprato uno strano liquore al sapore d'abete. Mica una bottiglia, sei. E ce le siamo bevute tutte.
Eravamo in quattro.
Normale sentirsi poco bene il giorno dopo.
Ma c'era odore di nuovo quella mattina. Ne ero certo.
Non era odore di scarpa nuova, né di macchina nuova, né di libro nuovo.
C'era profumo di vita nuova.
Quella mattina, sbadigliavo e sorridevo allo specchio guardandomi i denti che mi sembravano più storti del solito.
Il nuovo dentifricio alla menta mi lasciò un alito stranamente piacevole.
Di solito, mi puzza il fiato e me ne vergogno. Durante il giorno uso le caramelle al mentono ed eucalipto, mi sembrano le uniche capaci di alleggerirmi l'alito.
L'odore di nuovo non era dovuto al nuovo dentifricio, ci pensai, ma non era quello.
Preparai il caffè e tutto sembrò identico a sempre, gli stessi gradi per la casa, la stessa poca luce, la solita pisciata del cane sul pavimento al lato sinistro del divano, i calzini uno qua e uno là e bicchieri un po' dappertutto. E lo stesso tanfo di posacenere che aveva ormai impregnato le tende e la carta da parati a righine verdi.
Tutto, insomma, come ogni santa mattina.
Tutto tranne qualche buco in più nel muro vicino al bersaglio per le freccette che mio cugino mi regalò lo scorso Natale perché io mi allenassi ed andassi poi con lui a fare i tornei.
Ma non ci andrò mai, glielo dissi subito e glielo ripeto ogni volta che varca la porta di casa mia ed osserva i dardi piantati sul bersaglio.
Da tre giorni, c'era la neve in ogni luogo che la mia vista potesse vedere. Tanta neve. Mai vista tanta così in vita mia.
Affacciandomi alla finestra, vidi un tizio dal buffo cappello col paraorecchie in pelliccia di coniglio che, con gesti ampi, sembrava intento a seminare qualcosa davanti a sé.
Lo guardai meglio, aveva la sigaretta ficcata nella bocca, un giubbotto arancione, delle scarpe da montagna e dei guanti da lavoro. Spargeva sale sul marciapiede.
Mi venne in mente il mio amico Carmelo, il quale era stato tutta la sera a spargere consigli a tutti noi.
Ad un certo punto mi fece uggia e gli dissi di non cagare il cazzo con le sue fesserie e di andare a farsi prete o diacono se voleva andare in giro per le case a dire che “quello sì!” e “quello no!”, o cose come “sbagli a fare così”, oppure “dovresti provare a fare in questa maniera”. Odioso davvero.
Bevvi il caffè restando inebetito ad osservare l'uomo del sale. Un vero professionista.
Mi calzai gli scarponi e scesi le scale con due sacchetti pieni di bottiglie nella mano sinistra.
Nella mano destra il guinzaglio del cane ed un libro di Joice che un tizio che studia con me mi aveva consigliato e che poi ho comprato via internet risparmiando qualcosa rispetto a quanto lo avrei pagato in libreria. Ma ancora non l'ho letto e se ne sta nell'armadietto del lavoro insieme a grembiuli e cappelli da salumiere.
Il cane mi trascinava con forza per andare ad orinare. Nell'androne rischiai di cadere.
Non lo sciolgo mai, il cane. Lo trascino col guinzaglio.
Povera bestia. Povero Teo.
Da quando quel topo del mio jack russell attaccò la pelliccia di visone di una vecchia signora, sbranandogliela tutta, ha perduto la mia fiducia.
In un certo senso lo comprendo, credo l'abbia fatto per dare una lezione a quella strega. Se vedessi in giro qualcuno con una pelliccia di pelle di umano addosso, probabilmente farei la stessa cosa.
Insomma, però quella sua bravata m'è costata un botto di soldi. Pensai anche di vendere un rene per risarcire la donna dagli orecchini dorati che, quando mangio tanto, la sogno ancora mentre sbraita e mette su una tragedia con gli altri clienti del bar che fanno il coro e muovono le mani a tempo. Una vera tragedia.
Peccato che mi pietrificai mentre mi vociava sul viso, sennò avrei potuto darle un destro e lasciala a terra col mio cane a strapparle il visone. Lo dico per dire, non ne sarei capace.
Sono rimasto traumatizzato da quell'episodio.
Dovrei farmi vedere da qualcuno capace, non posso essere terrorizzato dalle donne colla pelliccia. Credo sia abbastanza semplice come problema, con poche sedute dovrei uscirne, ma forse anche senza.
Un altro problema, è che ho paura ad uscire di notte, da solo.
Anche Teo, la sera, lo lascio pisciare in casa.
Da quando un gruppo di naziskin mi spaccò di botte, alcuni anni fa, ho paura ad uscire.
Una di quelle carogne con la testa rasata so anche come si chiama: Paolo Bassi.
E so anche dove lavora e dove abita.
Questo racconto parla di Lui.
Mi picchiarono per divertimento, non gli avevo fatto nulla di male, erano ubriachi e forse gli aveva dato noia che fossi passato davanti al loro pub, lo Skrewdriver.
Sapevo una sega che quello era un posto da evitare, non sapevo cosa fosse lo Skrewdriver.
Pensavo significasse solo cacciavite. Mi sbagliavo.
Era una sera di febbraio, avevo diciassette anni, a quei tempi uscivo con un certa Sara che aveva due anni più di me.
Sara abitava vicino allo Skrewdriver, i suoi genitori non erano mai in casa e la sera andavo sempre da lei. Poteva dirmelo quella troia di non passare da lì, poteva dirmi di passare da via Corsi e non da via Pananti.
Mi fecero il viso viola quei bastardi, mi slogarono una spalla, mi ruppero tre costole ed il polso destro.
Ricordo le loro Dc. Martens coi lacci bianchi che mi colpivano il petto, i loro jeans arricciati, quelle bretelle che si muovevano nell'aria fredda della notte più fredda della mia vita, per poi sentirle frustare la mia testa ed il mio corpo dolorante.
Ricordo i loro tatuaggi, quelle ragnatele ai gomiti (erano a mezze maniche nonostante fosse inverno), volti di cane, rose, cuori, spade, rondini.
Tornai a casa e sembravo un altro. Non ce la feci ad arrivare con le mie gambe, mi ci portò un tizio che mi trovò mezzo morto vicino alla sua Panda. Gliela insanguinai tutta. Voleva portarmi all'ospedale ma poi lo convinsi a portarmi a casa. Salii le scale con una lentezza lancinante.
Mia madre si svegliò perché mi sentì piangere in bagno, non riuscivo a spogliarmi, mi guardò e dopo mille domande mi portò di forza all'ospedale.
Scesi le scale sorreggendomi da un lato al corrimano e dall'altro a mia madre.
Ero messo male.
Mi fecero una tac, m'ingessarono il polso, e poi mi tennero in osservazione per tutta la notte.
Parlavano di denunce, volevano sapere chi era stato a ridurmi in quel modo, ma io non dissi nulla. Mia madre insistette per qualche tempo ma poi si arrese.
Ora lo sa.
Conoscevo anche il padre di Paolo Bassi, Settimio, sapevo chi era ma non lo salutavo.
E Sara la chiamo troia perché l'ho beccata a fare un pompino al suo ex.
Una vera troia con la t maiuscola.
Gettai il sudicio nel cassonetto, e poi m'addentrai nel cortine per andare al lavoro.
L'aria fredda e pulita mi fece sentire meglio.
Lasciavo le mie impronte sulla neve ghiacciata, Teo anche. La neve gli dava quasi al muso.
Erano le otto e quarantacinque. Dovrei entrare alle otto, ma arrivo quasi sempre verso le nove. Mi resta più comodo.
Entrato in bottega, i colori accesi della frutta e della verdura mi fecero venire le vertigini più di quanto già non le avessi. L'odore del sugo sul fuoco e della polenta, mi strinsero lo stomaco e ebbi un insulto di vomito che sapeva d'abete. Maledissi Nino.
Quella sorda di mia nonna (comprensibile, ha 83 anni ed odia l'apparecchio acustico), se ne stava aggobbita colla sua vestaglia celeste a togliere le foglie vecchie dall'insalata e bisbigliava qualcosa a bassa voce.
Pensai che stesse dicendo il rosario, forse era così.
È alta poco più di un metro mia nonna, grassoccia, ha i capelli corti e sempre pettinati, gli occhi verdi come mio padre ed è simpatica.
Le andai vicino e le dissi -buongiorno!
Mio padre sbucò dalla cucina col mestolo della polenta in mano e prima ancora che mi togliessi il giubbotto e mandassi il cane in giardino, mi mandò a quel paese per il ritardo. Ma lo fece sorridendo e capii che non era incazzato.
Mia nonna alzò lo sguardo e lo riabbassò in un istante prima ancora che potessi vedere che colore di rossetto avesse sulle sue graziose labbra grinzose.
Verso le undici consegnai la spesa all'antipaticissima signora Costi (non mi lascia mai mezzo euro di mancia) e abita in un palazzo nel quale c'è sempre puzzo o di fritto o di minestrone.
Poi stetti in bottega a servire gente col mio sorriso splendente stampato sulla bocca.
Sono un professionista, alleno la bocca ogni mattina.
La gente viene a fare la spesa da me perché dicono che trasmetto serenità. Dovrò spiegargli, un giorno, che sono un attore nato.
E poi mi diverto con tutte quelle vecchiette (età media 70 anni), sorrido anche per questo.
Improvvisamente, accompagnato dal suono delle campane che rintoccano il mezzogiorno, sentii nuovamente quell'odore. Profumo di nuovo, di vita nuova.
Lo respirai a pieni polmoni, allargai le braccia come dopo una corsa e chiusi gli occhi per gustarlo.
Mi vene in mente la notte in cui fui pestato dalle teste rasate, mi venne in mente Paolo Bassi.
Tutte le volte che l'ho rivisto, ed è capitato spesso, sempre vestito di nero come le olive per fare il pollo alla cacciatora, ho sempre avuto timore di lui.
Però, una volta ho sognato che andavamo insieme a pescare, soli io e lui, ed eravamo amici.
I vetri del negozio erano appannati ed aprii la porta per vedere all'esterno.
In lontananza, vidi un tizio col cappotto giallo ed un berretto bianco. Camminava a testa china sulla neve che nel frattempo si era un po' sciolta.
Aveva una camminata che mi ricordava qualcuno.
Non diedi troppo peso alla cosa, ma seguii con lo sguardo quella figura che poi scomparve come inghiottita dalle case dal tetto innevato e dai balconi senza fiori.
Vennero pochi clienti quella mattina, Teo stette per tutto il tempo nella sua cuccia e lo vidi uscire solo un paio di volte per ingiallire la neve.
Finii di lavorare e non ero stanco.
Andai a fare due passi verso il centro.
Il mio cane decise di defecare proprio davanti agli annunci mortuari nei giardinetti innevati di via Bonaparte. Alzai lo sguardo e lessi:
Lunedì 12 Febbraio assistito amorevolmente dai suoi cari cristianamente è mancato
SETTIMIO
BASSI.
Di anni 67.
Ne danno il doloroso annuncio i figlio PAOLO e FRANCO, i nipoti MICHELE e GIULIA , il fratello PIERO, i cognati, i nipoti, la suocera e i parenti tutti. I funerali avranno luogo Giovedì 15 FEBBRAIO alle ore 10.00 nella Chiesa di San Lorenzo ove il caro Settimio arriverà dall'ospedale. Dopo le esequie si proseguirà per il cimitero locale. Il Santo Rosario verrà recitato Mercoledì 14 Febbraio alle ore 17.30 in Cappellina.

La scorsa settimana, era morto il padre di Paolo.
Mi dispiacque.
Camminai pensando a non mi ricordo cosa, avevo la testa vuota.
La neve sporca ai lati delle strade aveva strane sfumature marroni.
Poi mi sbucò davanti quell'uomo col cappello bianco e il giubbotto giallo.
Fui avvolto da un'incantevole fragranza che sapeva di fiori e placenta, di latte e meraviglia, morbida come il cachemire, leggera e confortevole come il fuoco nelle case di campagna mentre fuori piove.
Il mio cane iniziò ad abbaiare insistentemente, poi si distese per terra e voltò la pancia verso il cielo.
Lo avevo sempre visto col bomber nero e la coppola in testa, jeans stretti e stivaletti neri.
Non lo riconobbi subito, ma quella camminata era la sua, quegli occhi erano i suoi.
Era Paolo Bassi.
Si era tolto il nero d'addosso e ne aveva tolto un po' anche al mondo.
Pensai che la morte di un caro costringe a guardarsi dentro, costringe a riflettere, separa il bene dal male, purifica l'anima, costringe gli uomini a diventare uomini nuovi.
Mi piace pensare che Settimio abbia scelto non di rinascere da qualche altra parte del mondo, ma abbia deciso di dare un profumo diverso alla vita di suo figlio.
Spero sia davvero così.
Resta il fatto che mentre mi mettevo la gelatina nei capelli, appena sveglio dopo una cena tra amici,
ne abbi un primo avvertimento.
Poi tutto mi fu chiaro appena lo vidi, era un uomo nuovo che profumava di vita nuova.
Forse diventeremo amici, forse andremo insieme a pescare, forse la sera porterò fuori il cane.

Stasera ho scritto questa storia, è la storia di un ragazzo che sa di nuovo.