l'astronauta perduto


martedì 13 dicembre 2016

Tornerà a fare fiori

 1

Me ne sto col suo libro in mano. Lui viene dal mare. Col mare sono in fissa da sempre, e lui il mare lo vive, gli scorre dentro. Mare come metafora dell'esistenza, del tipo che siamo tutti sulla stessa barca, del naufragio e dello spettatore, del sublime. Mare mare.
Fa freddo ma il giubbotto non me lo sono messo. Era sporco di mota, che ero stato fuori con i cani a fare due passi per sgranchire le gambe. 
Ho preferito presentarmi con un semplice maglioncino nero di lana. Anonimo sarebbe l'aggettivo giusto.
Credo che questo, in precedenza, sia stato tipo un monastero francescano, c'è proprio anche un'aria mistica, con la nebbia che scivola tra le chiome dei pini, che son morbidi e potenti, e alti da dover girare un po' il collo. Le piante che ci sono sono state potate da poco, lo si nota dal colore chiaro là dove sono state recise.
Sono nervoso per molti motivi. Che poi, si sa, sto in ansia un po' per tutto, tipo che è una costante della mia esistenza. Però son migliorato tanto, tipo 'sto tic che mi fa ruotare il collo e muovere la testa ora lo faccio meno: ditemelo che sto meglio. 
Entro dentro.
2

Passeggio nervosamente fra foto appese a cornici appese a muri dipinti di bianco. Questo posto è bello, ristrutturato da poco, ristrutturato a modo. Sarà costato tanti soldi. Penso: “Tu c'hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”. Ma non pensiamo subito male, che a pensar male ci si rimette il fegato. 
Alcuni operatori mi salutano distrattamente e io ricambio, sempre distrattamente. Alcuni li conosco, altri no.
Sono stato invitato a pranzo, qui in questa struttura che si occupa di accogliere i migranti, che ci saranno Pietro Bartolo (medico di Lampedusa) e Lidia Tilotta (la giornalista della Rai che ha messo insieme le storie raccolte da Bartolo in questi anni), a presentare il loro libro in Mugello. Aspetto da più di mezz'ora e ho fame, maremma cane.
Siamo una quindicina di persone.
Ho ancora il suo libro in mano, di quei libri che ti fanno star lì incollato ad ogni pagina, direi capaci di trasfigurarti e renderti diverso. Catartico sarebbe la parola giusta. Umanità e mare, sangue ed occhi vitrei. Sale e lacrime, lacrime di sale.
Pietro Bartolo si definisce un uomo di mare, di quelli che seguono delle leggi non scritte, quelle universali, che il mare ribadisce ad ogni onda. 
Lampedusa, confine d'Italia e confino, strumento politico italiano ed europeo. Lampaduza, isola luminosa e affascinante, terraferma per chi viene dal mare. 
Bartolo si occupa delle prime visite ai migranti sbarcati sull'isola, e stima di aver visitato trecentomila persone in venticinque anni, anche se, dice, “i numeri non sono importanti, sono persone”. Si occupa anche di effettuare le ispezioni cadaveriche, alle quali, afferma, “non ci si abitua mai”. [Sto leggendo su internet mentre aspetto]
È dal 1992 che ricopre questo ruolo, da quando è tornato sull'isola, dopo aver studiato fuori (c'è un aneddoto divertente nel libro) e dopo aver convinto la moglie a seguirlo. L'inizio del suo lavoro sull'isola coincide con l'inizio del fenomeno migratorio: “i primi a sbarcare sull'isola furono tre tunisini nel 1991”. [Stesso discorso di prima.] 
Poi arrivano.

3

Il pranzo è molto informale, amichevole direi, e lui, Bartolo, si presenta come una persona umile e sorridente, carismatica e aperta ad ogni domanda.
“Fuocoammare riuscirà a vincere l'Oscar?” domando io mentre mi strafogo di polpette affogate in un intingolo piccante. “Serve che lo vinca, tutto il mondo deve vedere cosa sta accadendo nel Mediterraneo, la vergogna d'Europa”, dice lui. Fuocoammare è un docufilm di Gianfranco Rosi, già premiato con l'Orso d'oro a Berlino, e Bartolo è tra i protagonisti.
Il pranzo finisce dopo degli ottimi tortelli e una sorta di piadina africana, con la mia agitazione che è calata in maniera direttamente proporzionale al vino che ho bevuto, il quale vino mi ha dato anche la forza di non essere timido e di parlare senza balbettare, e soprattutto di fare una domanda, anche se stupida.
Mentre prendiamo il caffè, Bartolo mi chiede se voglio andare con loro ad incontrare i ragazzi delle scuole, a teatro.
Quando mi ricapita di potergli fare qualche domanda in tutta tranquillità? Ovviamente accetto l'invito.
Diceva della vergogna e della colpa Europea. In che senso?”
Mi risponde più o meno così (perdonatemi ma ho provato a prendere appunti, il fatto è che eravamo in macchina e stavo per vomitare addosso alla Tilotta e mi sarebbe dispiaciuto parecchio, allora provo a ricordare): “in due sensi, il primo è che l'Africa è stata sfruttata dall'Occidente per decenni, depredata delle sue risorse, spartita tra i vari paesi, con confini tracciati col righello, senza tener conto delle diverse etnie, dei diversi credo religiosi, delle persone. Il secondo è che Frontex è una vergogna: collaborano tutti i paesi europei nel salvataggio degli immigrati, proprio tutti, ma allo stesso tempo molti di questi paesi costruiscono recinzioni col filo spinato per fare in modo che non entrino nei loro confini.”
Il paradosso di Frontex. Un po' come fecero i Romani, come fece Adriano col suo vallo, per prevenire le incursioni delle tribù dei Pitti.
“Poi -prosegue- c'è un'altra cosa importante: dopo in naufragio del 3 ottobre 2013, quello famoso che ha fatto smuovere il culo a tutti, l'Italia si è mobilitata mettendo in piedi l'operazione Mare Nostrum, e dal novembre 2014 è partita Frontex, quella che ti dicevo, in cui partecipano tutti i paesi europei. Questa è stata una manna per i trafficanti. Frontex arriva fino a 20 miglia dalla costa libica, cosa che Mare Nostrum non faceva. La manna per i trafficanti sta in questo: se prima caricavano le persone su barche capaci di affrontare il mare, adesso li caricano su dei gommoni che non hanno neanche lo scafo, tanto la strada da fare è poca (m'immagino tipo quelli che ci sono davanti al market dei cinesi, o nei bazar di un qualsiasi lungomare). Con Frontex sono aumentati i morti, ed è nata una nuova malattia, quella dei gommoni, che colpisce in prevalenza donne e bambini. Non bastavano l'ipotermia, la disidratazione e i molti disagi psichici. La malattia dei gommoni colpisce le donne in quanto stanno sedute al centro del gommone, là dove il carburante si mescola all'acqua salata e crea una miscela che ustiona. Dovremmo fare un solo sforzo: andiamoli a prendere direttamente là, senza troppe polemiche inutili. Questo è un genocidio.”
L'Europa e i genocidi, una storia che sa di Novecento, che ha il sapore di un sogno dal quale ci siam destati, sogno che invece si ripete in una sorta di eterno ritorno dell'uguale, lo stesso atto che si ripete cambiando attori. 
Arriviamo a destinazione.

4

L'aria s'è fatta davvero fredda e mi maledico per non aver preso il giubbotto. Cosa importava se era sporco di mota? L'inutilità della parvenza.
Il teatro esplode in un applauso sentito e caloroso con l'ingresso di Bartolo.
Poi le luci calano, e anche il silenzio in sala. Il poco brusio di sottofondo si annichilisce nel momento in cui Bartolo spiega alcune foto fatte negli anni. Il pubblico tace. Sono agghiaccianti, si vedono corpi ammassati nella stiva di una barca, corpi in posizioni innaturali. Foto di cadaveri gonfi quasi fino a scoppiare che galleggiano su un mare piatto e limpido da vedere il fondo. Cordoni ombelicali legati con ciocche di capelli, facce tremanti nonostante la staticità della fotografia. Mentre guardo queste foto sono in fondo alla sala: nessun risolino attorno, nessun brusio, l'unico ronzio è quello del proiettore.
Credo che una narrazione come quella di Bartolo, supportata da immagini e video, sia necessaria per far comprendere quello che è il fenomeno migratorio. Mentre sono lì e mi scaccolo, completamente rapito da quelle immagini, mi chiedo: sarà un fenomeno voluto? L'Europa, che è il continente demograficamente più anziano del mondo, ha in qualche modo alimentato rivoluzioni e guerre per rinverdire la sua popolazione? È la soluzione al problema (diffuso in tutti gli stati europei) di tenuta del welfare (o stato sociale, chiamatelo come vi pare). 
Mi sento di aver fatto una scoperta e assumo anche la posizione di colui che ha fatto una scoperta. 
Esco dal teatro per fumare.
Rientro dopo aver fumato.
Il pubblico fa domande.
“Si è mai sentito arreso o sconfortato in questi anni?” Domanda un ragazzino al quale invidio la voce forte e pulita, senza un balbettio.
Sì, mi capita, mi capita spesso, sono afflitto da incubi continui, da molti anni, mi chiedo se posso fare di più, vedo tutte le facce delle persone che ho salvato, poi di tutti quei morti che ho dovuto ispezionare, che non ho potuto salvare, i bambini che piangono per la paura o perché hanno perso qualche caro, o quelli che non dicono nulla, e guardano il vuoto. Li rivedo tutti ogni notte. Spero che tutto finisca ieri. Mi rivolgo spesso alla Madonna, è lei che mi dà la forza ogni giorno.”
L'incontro finisce che è buio pesto, ora di cena.
I bambini escono dal teatro, una madre chiede a uno di questi se si è divertito. La sua risposta è esemplare: “non c'era nulla da ridere”.
Rimontiamo in macchina. Siamo tutti stanchi. Domando un'altra cosa a Bartolo: “ho letto in un libro che nel centro di prima accoglienza di Lampedusa non viene rispettata nessuna norma igienico sanitaria, non c'è nessuna attenzione alla diverse etnie ospitate, i casi di suicidio sono molti e che è lecito parlare di violazione dei diritti umani. Nel tuo libro (in precedenza mi ha detto che posso dargli del tu, dopo che gliel'ho dato senza pensarci) parli solo di mancanza di spazi e organizzazione. Come stanno le cose?” 
Siamo sempre pieni, facciamo quello che possiamo”, mi risponde secco, e capisco che è stanco e non è più il caso di far domande. L'ho tediato a sufficienza. Ci diamo appuntamento per dopocena, che il libro verrà presentato di nuovo, ma a tutti i cittadini, e ci sarà anche il sindaco.


Arrivo in ritardo. Tutto è già cominciato. Bartolo sta spiegando i problemi di Lampaduza supportato da alcune foto. Ne mostra alcune che nel pomeriggio non aveva mostrato: crude, roba pesa, da avere i bordoni. Mi viene la nausea.
Esco a prendere aria che mi sta venendo anche l'ansia.
Mi siedo su uno scalino.
Sento piangere nei paraggi.
Mi batte il cuore. Vado a vedere.
Dietro alcune piante c'è una ragazzo nigeriano che piange. Gli chiedo se va tutto bene. Ha rivisto il male-mare che ha passato.
Non resisto e comincio a piangere anch'io. Ci abbracciamo e lui mi stringe forte aggiungendo lamenti al pianto. Singhiozzi.
Poi gli offro una sigaretta. Ci sediamo. Non smettiamo di piangere. “My sister” mi dice. E piange. E ripiango anch'io. La sua testa è inclinata e le lacrime cadono a terra, sul ghiaino, sotto il quale spuntano fili d'erba deboli ma presenti, facilmente calpestabili.
Mentre fumiamo mi vengono in mente molte cose, tipo che se li andassimo davvero a prendere in Libia si eviterebbero molte sofferenze, molte ferite.
Gli indico un roso appena potato e gli dico, mentre lo guardo negli occhi, col mio inglese imbarazzante, “He will return to make flowers”. Sorride e si asciuga il volto col dorso della mano. Ha capito.
Poi sorride di nuovo e mi mette il braccio destro attorno al collo. Restiamo così per un po'.
Poi la porta si apre. Della gente esce lentamente, sospirando sotto i giubbotti.
Ci alziamo e ci battiamo il cinque. Un ultimo abbraccio e me ne vado, con lui che solleva il pollice della mancina in segno di ok, io stringo i pugni e me li scuoto davanti in segno di forza, per dargliela. La mia figura svanisce nel buio di una notte densa di vita, nonostante tutto, forse richiamata per negazione.

6

Sono le tre di notte e non riesco a dormire. Mi domando cosa avrebbe detto Cristo. Da Bartolo non mi sono fatto neanche autografare il libro. Domande su domande mi rimpallano in testa. Le foto viste durante il giorno. Quel ragazzo che piangeva. Mi sento inutile e stupido davanti a tanta sofferenza. E intanto ricomincio a ruotare il collo e a muovere la testa. Come posso rendermi utile? Forse così, scrivendo due righe da dedicare a tutte quelle piante che torneranno a fare fiori.