l'astronauta perduto


mercoledì 18 aprile 2012

"Metempsicosi."

Novembre 2010.

I genitori non li aveva mai conosciuti. Dal centro per l'impiego non le avevano fatto sapere più nulla e quel paese di periferia nel quale si era trasferita da ormai due anni per essere vicina al suo ragazzo, era stato spettatore della fine di quella difficile storia d'amore.
Se ne stava seduta lì, con le mani sudaticce, i capelli ancora umidi e tanta voglia di parlare di sé.
Raccolse da terra un accendino e lo strinse forte tra le mani. Tirò fuori dalla sua borsa di pelle chiaro, logora dagli anni e sfinita dai lamenti, una sigaretta. La accese delicatamente, aspirò e sputò fuori il fumo e sembrava le avvolgesse il volto, un volto stanco per la lenta giornata trascorsa e per la vita. Lasciò cadere a terra l'accendino in modo che tornasse nel posto in cui lo aveva raccolto.
Un incenso al loto emetteva una striscia di fumo verticale e inondava con il suo profumo la stanza.
Era seduta, semidistesa, su di un tappeto amaranto merlettato ai lati. Alcuni cuscini fungevano da tavolini, infatti, sopra di questi, erano appoggiati posacenere colmi di mozziconi di sigarette maleodoranti e fogli sparpagliati sui quali erano appuntati segni, o disegni, o comunque frasi apparentemente illogiche.
Logiche probabilmente soltanto a lei.
Una lacrima le solcò il viso e andò a poggiarsi sulle labbra che, bagnate, assunsero un colore nuovo.
Lottava a testa alta.
Sentiva di essere vicina alla caduta ma resisteva.
Voltò pagina al libro che stava leggendo. L'olivastra pelle di Claudia, sembrava intonata con la copertina del libro che teneva stretto tra le mani, scritto alcuni anni prima da un suo conoscente. I suoi occhi, azzurri come certe mattine di luglio, erano gonfi e rossi di lacrime. Lacrime di un malessere interiore che nessuno a parte se stessa sarebbe stato in grado di asciugare fino in fondo. I suoi capelli, neri come le ali dei corvi, ancora umidi per la doccia appena fatta, erano raccolti in una coda da cavallo.
Sfinita e con la testa indolenzita, si addormentò distesa sul tappeto.
Il mattino seguente non ricordava nulla del giorno precedente. Non ricordava di essersi fatta la doccia, di aver pianto e di aver letto. Si svegliò su quel tappeto amaranto che non le sembrava neanche il suo. Guardandosi attorno, non riconosceva i soprammobili, la struttura e i colori della sua casa. Come succede dopo una grossa sbornia, si ha difficoltà, al mattino, a capire dove siamo e chi siamo veramente.
Poi, tutto si ricollocò magicamente nella sua testa. Quella casa era la sua.
L'ampio salone etnicamente arredato e i soprammobili trovarono il giusto posto nei suoi ricordi.
L'orologio appeso in cucina, scandiva secondi che inconsciamente la guidarono a riprendere coscienza di dove fosse. Il suo sguardo restò, per alcuni istanti, ad osservare una gondola dorata che non ricordava di avere, dimenticata su una libreria, tra i molti libri che, nonostante le buone intenzioni, ancora non aveva letto. L'unico ricordo del giorno precedente era solo una sensazione di paura. Sensazione di una paura inspiegabile, sensazione di paura che fa paura. Decise che doveva lasciare quella casa per uscire all'aria aperta, per camminare e per stabilizzarsi dopo un risveglio destabilizzante. Poi però, nel momento in cui il suo piede poggiò sulla soglia della porta, fu avvolta da un malessere interiore più forte della forza di mille uomini e fu costretta a richiudere la porta appena semiaperta. Il pensiero di poter incrociare lo sguardo di qualcuno la terrorizzava, si sentiva, come non aveva mai avvertito fino ad allora, intrappolata come un baco nella sua seta. Un qualcosa la ingabbiava, era un qualcosa di astratto ma profondamente potente.
Restò ad osservare la porta di casa inebetita ed impaurita, poi si diresse in camera da letto e s'infilò sotto al piumone di piume d'oca e come un tasso nella sua tana, nella quale si sente protetto per affrontare il letargo, ci restò per tutto il giorno. Soltanto i neri capelli si vedevano sovrastare il cuscino, era infatti racchiusa in posizione fetale e solo così si sentiva protetta e al sicuro. Apparentemente invisibile agli occhi di un mostro immaginario. Quel mondo-mostro che la inquietava.
Passarono molti giorni e le sue condizioni non andarono migliorando, anzi, iniziò ad odiare il mondo e inspiegabilmente il suo odio divenne un odio nei confronti della vita in generale. Era caduta. Doveva lottare ad occhi chiusi e con le mani legate. Tutto sembrava diventato fautore di quel malessere, fautore di quell'atroce sensazione di paura di vivere. Trascorsero giorni di totale apatia, vissuti tra la camera da letto e il salotto, dunque tra il letto ed il divano. Un pomeriggio, stretta nella morsa della fame che per giorni aveva ignorato, decise di prepararsi una tazza di latte caldo. Pioveva, pioveva e pioveva. Da molti giorni dal cielo cadeva acqua e guardando all'esterno, dalle fessure della persiana, sorseggiando quel latte caldo e fumante appena preparato, i campi che vedeva in lontananza le sembravano grossi laghi sui quali la sua immaginazione figurava pescatori con berretti colorati affiancati da lunghe canne. Fumò l'ultima sigaretta rimasta nel pacchetto. Finite che furono le sigarette, dopo aver rovistato convulsamente nelle tasche dei giubbotti e nelle borse metodicamente ordinate nell'armadio, Claudia decise finalmente di uscire di casa dopo molti giorni di auto-reclusione. Decise di uscire di notte per evitare di esser vista e dunque per ridurre al minimo le possibilità d'incrociare qualcuno. Uscì alle quattro di notte, camminò per strade desolate, bagnata da una fitta pioggerella d'autunno che affrontava a viso aperto, senza ripararsene. La sensazione di solitudine che percepiva, camminando sola, le piaceva. Ammirava un paese deserto, a riposo, spento, vuoto. Meno vuoto tuttavia, del vuoto che sentiva dentro. Quella notte, la pioggia, le aveva inzuppato le ossa rendendole uggiose, l'umido l'aveva resa pesante e si sentiva come avvolta da un sottile strato di cera. Sensazione tuttavia meno opprimente rispetto all'essere sommersa nell'apatia nella quale, affannosamente, cercava di nuotare per non affogare. Comprò le sigarette ad un distributore e tornò a casa.
Osservava il mondo, quello illuminato dal sole, attraverso un sottile foglio di vetro e dalle fessure di una persiana sempre ben chiusa. Claudia abitava sopra ad una farmacia sulla cui insegna lampeggiavano i gradi centigradi presenti nell'aria e l'ora esatta, in una palazzina come tante, di quelle che non ti danno emozione e che dimentichi ancor prima di memorizzare. Gli ombrelli, colorati o no, sorretti dalle persone, avevano trasformato quel suo paese in un paese di grosse palle colorate le quali a volte si scontravano altre volte invece proseguivano fluidamente verso direzioni a lei sconosciute. Così voleva immaginarsi il suo paese: palle impazzite in un grosso flipper. Sempre tali ombrelli, davano un che di assurdo alle persone che li sorreggevano, infatti guardando la gente che rizzava il capo e inclinava l'ombrello all'indietro per leggere i gradi o l'ora lampeggianti sull'insegna della farmacia, proprio sotto la finestra del soggiorno, sembrava che gli ombrelli formassero un'aurea colorata attorno ai loro volti. Alcune persone avevano auree gialle, altre ancora celesti alcune dei colori dell'arcobaleno, come se all'acquisto di un ombrello un individuo mostrasse la parte più nascosta di sé, la più celata, la più metafisica, la più tremendamente vera.
Il quattro Dicembre quando l'avena mostra le sue prime fragili foglie, le donne zappettano le aiuole e i contadini piantano fagioli, Claudia, stanca di essere ingabbiata in un qualcosa d' intangibile, e forse da lei stessa creato, ebbe, per la prima volta in tutta la sua vita, il desiderio di morire. Di morire e attendere un tanto desiderata metempsicosi. Sperava che la sua anima potesse, una volta che il suo corpo fisico fosse morto, insediarsi nel corpo di un animale. Non le importava quale, voleva solo provare a rinascere felice nel corpo di un animale. Si fece coraggio e cercò di allontanare tali pensieri.
Come ormai era sua abitudine, uscì di notte. Si sentiva bene a passeggiare tra le auto spente, nel silenzio, avvolta nella nebbia e nel buio, mentre gli altri dormivano. Acquistava sigarette al distributore in fondo al paese ad alcuni isolati da casa sua, dove le due strade principali s'intersecano e formano un angolo.
Poteva acquistare anche generi alimentari di prima necessità come pane, latte, zucchero e uova. Non le importavano leccornie d'altri luoghi o carni pregiate, mangiava il minimo che le serviva per restare in vita.
Le sue notti le passava così, camminando, fumando e maledicendo il mondo.
Verso la metà di Dicembre, durante una delle sue passeggiate notturne, avvolta nel freddo, Claudia fu accostata da una macchina all'interno della quale sedeva un uomo. Una figura mingherlina, ben vestita e con dita lunghe che abbracciavano un volante lucido come la macchina sulla quale sedeva. L'uomo le chiese se avesse avuto bisogno di aiuto o di un passaggio, risultandogli insolito vedere una ragazza giovane camminare sola tra strade buie a quell'ora tarda della notte. Senza voltarsi per constatare chi fosse, senza incrociare gli occhi di quell'uomo, Claudia, iniziò a correre all'impazzata verso casa poi s'infilò nel portone di legno dai pomelli d'ottone e lo chiuse violentemente facendo rintronare nella notte e nell'androne il suo sbattere. Quell'uomo, poteva essere una mano tesa verso la salvezza.
Giunta affannosamente a casa, con il cuore che le pulsava a mille, iniziò a piangere e lo fece fino all'alba. Ripiegata su se stessa, si accorse di aver toccato il fondo. Non poteva andare avanti così, non poteva continuare a scappare e a piangere.
Era diventata un fantasma, sempre più chiusa al mondo e agli uomini.
Il giorno seguente, facendosi la doccia, si convinse che la soluzione a tutti i suoi problemi era quella di partire. Andare via da quel paese e da tutta la sua gente che stoltamente, secondo lei, la stavano opprimendo ed erano addendi che sommati avevano prodotto quel suo stato d'infelicità e di dolore.
Era sempre più schiacciata in un angolo.
Sabato 2 Febbraio, con la frenesia dei giorni di rabbia, trangugiò una boccia intera di vino per farsi coraggio e uscì, di giorno, per partire.
Camminò a testa china, neanche il vino bevuto le aveva dato la spinta per guardare il mondo negli occhi. Claudia teneva a tracolla una borsa riempita a caso, cose prese frettolosamente come se qualcuno la stesse inseguendo, i capelli sciolti le coprivano le spalle, passi svelti uno dopo l'altro e sigarette accese a ripetizione. Andare senza una meta precisa ma per andare e basta.
Si diresse alla stazione, arrivata che fu, prese il primo treno per Venezia.
Forse, la gondola d'orata, osservata quella strana mattina in quello strano risveglio, poteva rappresentare un luogo dove tutto il suo soffrire sarebbe finito.
Se ne stette per tutto il viaggio ad osservare le sue mani che convulsamente si strusciavano l'una con l'altra, incurante del paesaggio e di chi le sedeva accanto.
Rizzò per un attimo la testa e lesse il cartello “Venezia” che dà il benvenuto al treno e che questo ricambia con un fischio che va poi a perdersi nell'etere. Arrivata a Venezia si sentì più leggera, quel viaggio e l'arrivo in quel posto sembrava le avessero fatto bene davvero.
Ma fu soltanto un'illusione.
Il suo sesto senso la guidò verso un albergo del centro, il sole si era fatto rosso e il vento sembrava modellare i dorati canali Veneziani. Si trovò davanti a quel' albergo ed entrò. La possente porta a vetri scricchiolò nell'aprirsi, poi, una grossa molla in ottone la richiuse all'improvviso rallentandone lo sbattere poco prima della chiusura definitiva.
Stanza numero 34.
Le fu assegnata da un' anziana donna dai corti capelli bianchi e con pochi denti anneriti dal fumo, ma ciò nonostante con un aspetto caldo e familiare che sembrò confortarle il cuore. Con la mano mancina, la signora, appuntò il numero di carta d'identità su di un foglio. La penna in metallo, con la debole luce di un' abat jour in vetro di Murano, illuminava uno spicchio di poltrona posta alle spalle di Claudia.
Pronte che furono le carte, salì alcuni gradini ricoperti in moquette ed entrata che fu nella stanza si distese sul letto e con aria appagata, si addormentò con i vestiti ancora addosso e la luce accesa.
Il vento tra i canali, suonava melodie rilassanti che le conciliarono il sonno.
Poi, nella notte, aprì gli occhi all'improvviso.
Il viola cupo delle tende e le righe verticali di colore blu sulla carta da parati, sembravano soffocarla.
Si guardò intorno e credeva di sognare. Non sapeva dove fosse, come una sonnambula andò a specchiarsi in bagno: capelli arruffati, ciglia accapponate e occhi perduti che sembravano guardare il nulla, come un vecchio cieco che attende impaziente l'arrivo della morte per ricongiungersi finalmente alla moglie.
Lo specchio in cui si specchiava, rifletteva un volto impaurito, pallido, tormentato e angosciato. Specchio di quel suo malessere interiore difficile da guarire. Volto mesto e malandato, di chi ha bisogno di sfogare una rabbia e una tristezza recondita, di chi non conosce il perché di tale sofferenza.
Le tornò alla mente la mattina in cui tutto ebbe inizio.
La mattina in cui la musica della depressione iniziò a suonare ad alto volume, non più come l'eco di un'orchestra lontana, ma come vivido suono di un'orchestra presente davanti ai suoi occhi, con battute e con suoni potenti da farla vibrare.
L'unica via di scampo a quella situazione, le sembrò ancora la morte. Non ebbe tuttavia il coraggio di lasciare quel suo profondo dolore per l'ignoto.
Alcuni giorni dopo, trovò dentro di sé il coraggio di tornarsene a casa.
La sua Venezia fu la stazione e quella camera di albergo. 
Trascorse settimane intere chiusa in casa. Cercò vanamente di dare un senso a ciò che stava vivendo, tante domande ma nessuna risposta.
Il 28 Febbraio, dal cielo iniziò a cadere bianchissima neve e nel silenzio del tutto iniziò ad immaginarsi diversa. Iniziò, per la prima volta dopo tanto soffrire, a fare progetti per un possibile futuro felice, pensieri positivi per un futuro armonico. Tutto bianco intorno, neanche un passante, soltanto silenzio e luce attorno a sé, Claudia sentì che magicamente il vuoto che sentiva dentro poteva lentamente riempirsi.
Spalancò le finestre di casa come a farsi ricoprire dalla neve, come per godere fino in fondo quella sensazione di piacere che vivida sentiva dentro. Salì in piedi sul davanzale della finestra, chiuse gli occhi ed ebbe la sensazione di poter rinascere, di poter guarire quel suo spirito malato, doveva solo lasciarsi andare, gettarsi nuovamente, di schianto, nell'immensità. Sentì l'opportunità di allontanare definitivamente da sé quel dolore, sentì la possibilità di diventare farfalla. Lo fece, si lasciò andare, si lasciò cadere silenziosamente nel bianco candore che l'avvolgeva. Ad occhi chiusi pensava di volare sul mondo, di respirare e di goderne i profumi. Volava silenziosa, estasiata da quella nuova sensazione. 

Da quel giorno non smise di pensare alla sensazione di volare e di posarsi su fiori variopinti.
Dentro di sé si muoveva forte il desiderio di volare e di vivere. Voleva volare. Voleva volare felicemente. Non riusciva a pensare ad altro, era incatenata nel piacere che quel pensiero riusciva a darle.
Tutto sembrava andare meglio, la neve aveva illuminato il paesaggio e la sua dolente anima.
Il fragile corpo che l'ospitava era adesso un corpo di farfalla.
Vide cadere a terra quell'opprimente crisalide che l'avvolgeva, le spuntarono grosse ali colorate di viola, macchiate da palle tinteggiate di rosso. Lunghe antenne le spuntarono sulla nuca, si distendevano verso il cielo e puntavano dritte alle stelle.
Era successo tutto all'improvviso, aveva fatto tutto da sola.
Come un rabdomante trova l'acqua, lei, finalmente, aveva trovato la sua vera forma.
Si sentiva il corpo formicolante di beatitudine.
La triste ragazza che era, mutando e trovando il suo vero essere, si sentiva adesso attaccata alla vita nella maniera più assoluta. Inspiegabilmente e celermente restava solo un ricordo lontano del dramma che aveva vissuto. La notte lasciava spazio all'alba e lei fluttuava leggera, danzava al cospetto del sole e sentì la pace fuori e dentro di sé.
Poco le importava se poco sarebbe durato.
Era finalmente felice di vivere.
O di essere morta.

Claudia Terzilli.
21 Agosto 1984.
28 Febbraio 2010.