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venerdì 12 settembre 2014

26.



26.


Sembra diventato un rituale, il punto della situazione lo faccio sempre il giorno del mio compleanno. Dal rito un giorno nascerà un mito, e via verso nuovi riti pronti per essere mitizzati.
Avvenimenti degni di nota ce ne sono stati molti, basti pensare che per ben tre volte sono scampato alla morte. Per il resto tutto bene, normale amministrazione di una vita simile a molte altre. Appena computi venticinque anni, era agosto, mi trovavo a giro con i cani, in una di quelle mie solite passeggiate nelle quali cerco di spegnere la mente per abbandonarmi alla ricerca di qualcosa che, in verità, non so cosa sia. Faccio per raccogliere un legno da tirare ai cani e, come lo tocco, una vipera mi morde il braccio. Vien da sé che ho fatto una corsa in macchina fino all'ospedale, dove mi hanno detto che rischiavo di restarci secco. Altrimenti non ci sarei andato, lo pensai ma non lo dissi al dottore. Può capitare. In ottobre il tetto della mia casa ha preso fuoco mentre dormivamo, perché i mie vicini hanno fatto una stufa artigianale che ora non sto a spiegare, alle tre di notte siamo stati svegliati dai cani che abbaiavano come pazzi. Poi sono arrivati i pompieri e hanno spento tutto. La casa è stata inagibile per due settimane durante le quali ho dormito da mia mamma. È passato molto tempo e c'è ancora puzzo di bruciato. I pompieri ci dissero che era andata bene, potevamo morire nel sonno e chi s'era visto s'era visto. E quegli stupidi dei miei vicini non hanno battuto ciglio, manco ci hanno offerto una cena. Mentre i muratori facevano i lavori e imbiancavano, sembrava che ci stessero facendo un favore, una sorta di regalo, leggevo negli occhi dei vicini, appunto, un forte disappunto. Sono uno che porta rancore, non ho resistito al desiderio di graffiargli la macchina con le chiavi. Ho goduto. In dicembre stavo andando a Pisa a portare mio fratello all'aeroporto e un tamarro con una Golf di merda ci ha tamponati. Mi sono svegliato in ospedale. Macchina distrutta, mio fratello con un braccio rotto e io con un trauma cranico. Tutti a dire che ero un miracolato, che Dio voleva tenermi in vita perché ero destinato a fare grandi cose. Ma di quelle grandi cose alle quali avrei dovuto essere destinato, per ora, non ce n'è stata traccia.
Questo è il quadro iniziale giusto per farvi capire alcune cose importanti. Sono diventato molto scaramantico, tipo che mi stringo spesso le palle, che spesso tocco ferro, che non passo se è passato un gatto nero, scanso ogni genere di impalcatura, porto al collo quattro collanine ognuna con poteri particolari, e ho al polso due braccialetti, uno tibetano e l'altro nigeriano, contro gli spiriti maligni.
Che dire, mi ritrovo a scrivere mentre come al solito ascolto un po' di musica, con il cane grosso ai piedi e quello piccolo sulle gambe. Siamo un vero branco, mi sento amato da loro. Il nostro rapporto si è evoluto al punto che ci capiamo al volo. Non per fare il San Francesco della situazione, ma davvero ci parlo, e ci si intende. È lo stesso anche con la gatta, ma tanto non c'è mai, è sempre per i cazzi suoi e torna solo per cena. In aprile le stavano per amputare una gamba, ma ora sta bene e corre anche. Fuori piove, questa estate è stata fino ad ora molto piovosa.
L'università sta andando bene, siamo alla fine e sto già pensando alla tesi. Non è ancora una battaglia conclusa, ma davvero ci siamo quasi. Molti dei dubbi iniziali sul mondo sono rimasti tali. Desideri puerili. Si resta gli stessi di sempre, forse con un po' di cultura in più ma nulla di più, nessuna risposta alle domande importanti, niente di niente. Forse solo più disincantati. Di emozionante resta il rapporto con le persone che ho conosciuto, ma la conquista più grande è stata una ritrovata fiducia in me stesso al punto che qualcuno mi accusa di superbia. Superbia tipica degli eremiti, e io tale sono, questo è il vero motivo. Arroccato quassù in montagna, isolato dal mondo senza tuttavia rinnegarlo, volutamente escluso da ogni tipo di festa (e questa è per me una vera conquista), dove gli unici rumori sono il fruscio del vento e il canto dei grilli, e quando c'è il sole quello delle cicale.  
È forse un'altra forma di egocentrismo, non più dietro a una consolle ad agitare folle con parole create da una miscela di ogni tipo di droga, lontano dalle albe in cui tutti si vogliono bene, dal sesso con chiunque fosse a portata di sesso, forzato dall'abuso di coca e vanità.
Ma non fatevi idee strane, non ho imparato ad ammaestrare orsi e a far comportare decentemente i pagliacci. E l'alba dentro l'imbrunire, l'hai trovata? Macché, credo sia ancora mattina.
Mi accorgo proprio mentre sto scrivendo di avere un tono più pacato, lontano da quelle forzature retoriche che spesso mi sono state care. Sarà che sta scrivendo quella parte di me abbastanza stabile, sincera, ma allo stesso tempo volutamente disonesta. Mentre l'altra parte, quella maledetta, riposa dolcemente in attesa di essere desta nei momenti meno opportuni.
Ora c'è da parlare d'amore, di lavoro e di amicizia, magari di futuro.

Andiamo avanti. La scalmanata ricerca di un maestro si è forse conclusa con l'aspra consapevolezza che si deve semplicemente essere maestri di se stessi? Perduti come lo siamo in molti, ci salveremo ascoltando non le voci esterne, ma quella flebile voce che viene da noi stessi? La voce della pazzia, dei matti, degli squilibrati annebbiati. Ma va filtrata. E come la si filtra? Si è noi stessi costruttori del filtro o lo è la vita? Il filtro s'ingrossa con gli anni? Ciò che ci trascende modifica ciò che è immanente? C'è davvero differenza? C'è davvero un dentro e un fuori? Cosa dici? Chi? Te, cosa vai dicendo? Dici a me? Sì! Sennò chi? Chi? Ora vai. Volevo dire una cosa ma tralasciamo certi discorsi poggiati sul nulla, parliamo di cose a cui possiamo dare risposta, o magari proviamo solo ad abbozzarne una, parliamo di cose che sperimentiamo ogni giorno. Parliamo di quelle relazioni che costituiscono l'essere che noi stessi siamo. Ancora? Guarda che ti incarti, lascia correre, fidati.
È giunto il momento di parlare d'amore. Parola che forse non vuol dire nulla, tutte le volte che parlo d'amore con la mia ragazza si finisce sempre a litigare. Cos'è l'amore? Un tizio molto paranoico dal quale andai a cena prima dell'incidente in macchina, sosteneva che l'amore era rispetto. Ma se il rispetto prende il posto dell'amore, cosa prende il posto del rispetto? Che cazzo di risposta a bischero era? Sapreste darmi la vostra personale definizione di amore? Io no.
L'ho chiesto anche a un'altra persona, la quale ha risposto: l'amore è volersi bene. Ma porco cane non torna ancora, è nuovamente una sostituzione. Allora l'ho chiesto ai miei cani. La Tea mi ha detto che se si mette a problema l'amore, non si è innamorati, che l'amore è uno stato d'animo condiviso da due persone, una sorta di mantello invisibile che avvolge due corpi e li rende immuni da ogni germe e battere, anche dalle pulci e dalle zecche. Senza saperne nulla si ama e si viene amati e non ci si pone neanche il problema. Dunque la messa a problema ne indica l'assenza, e anche lo richiama rendendoci consapevoli che l'amore esiste davvero. Vattelappesca. Son discorsi della Tea, diamogli il giusto peso. Oliver annuiva, d'accordo col pensiero della sorella. 
Comunque sono ancora fidanzato nonostante tutto, nonostante la pausa di riflessione di aprile. Ho dormito a casa di amici a Firenze e un po' dalla mamma, che la sera mi rimboccava le coperte e la mattina mi portava il caffè a letto. La tentazione di scopare altre ragazze è stata fortissima, in particolare mi ero fissato con una mia compagna di università e l'ho anche invitata a cena, ma mi ha detto di no. E non sono andato oltre, cioè non ho insistito. È stata la scarsa volontà di concludere una storia che penso abbia ancora qualcosa da dare ad entrambi. Cinque anni di fidanzamento non sono un giorno, certo sembrerà un truismo, ma di cose insieme ne abbiamo fatte tante, diciamo tutte. Si è anche tagliata i capelli corti a caschetto, e se li è scuriti, sembra più giovane e fresca, quella sua pelle olivastra e quei suoi occhi chiari, ultimamente sanno di nuovo. La trovo più bella del solito, anche più serena. Penso che se un giorno ci si dovesse lasciare per davvero, sarebbe una cosa strana. Tipo che è un altro filtro che ti permette di capire meglio il mondo. Forse mi troverei un po' ebete, lo stesso, credo, anche per lei. Ma non lo so, in realtà non si sa quasi nulla del domani. Ora basta con questa storia dei filtri e del capire, del domani, dei discorsi a cazzo di cane e tutto il resto. Sono fuori allenamento, non vedo dove voglio andare a parare. Probabilmente adesso attaccherò a dire che la mia scelta è stata errata. Dai diciassette ai ventitré anni ho scritto parecchio, tutta roba di merda come scrivo io, ma comunque ero in allenamento. E poi ganzo che scrivevo sia racconti che poesie, così come mi venivano. Ora mi viene abbastanza poco, certo a volte mi faccio in testa il filmino di certe storie simpatiche e allora me lo gusto e mi ci diverto, ma mi si presenta una certa fatica a trascriverle. Ho un taccuino rosso sempre con me sul quale però annoto cose che sono più immagini, tipo quadri, anche paesaggistici, tre parole e via, senza congiunzioni e articoli.
I guerrieri della notte, quelli che comunque vada portano a casa qualcosa. E della scelta volevo dire che ho incominciato con l'università per migliorarmi nella scrittura, e in parte credo che sia anche andata bene. Ma in pratica sono tre anni pieni che il tempo libero lo passo a studiare. Esco da lavorare e mi metto sui libri, di mio, così a flusso come mi piace a me, scrivo poco.
Tuttavia, proprio nei primi tre mesi di università ho scritto una sessantina di pagine, un unico corpo. Ero particolarmente ispirato perché rigonfio di stress. La storia di uno che esce e poi non torna più, s'intitola: l'astronauta perduto. All'inizio ero eccitato e volevo mandarlo a giro, ma poi è rimasto lì, stampato e rilegato con spirale e copertina trasparente, e cartoncino dietro, blu. Che poi sarebbe ambientato in quest'epoca in cui sto scrivendo ora, proprio questi giorni, mi sembra, bisogna lo rilegga. Se un giorno lo pubblico ve lo consiglio, una di quelle cose belle perché particolarmente brutte. 
E quello? Quello che comunque vada ti fa girare i coglioni? Quello che c'è sempre, un fenomeno che vuol fare un bel gol di rovesciata al novantesimo minuto e lasciare tutti di stucco. Ne ho incontrati tre, tremendi e codardi, incapaci di scontro, nessuno è mai arrivato al confronto fisico perché consapevole di soccombere. Lontani dal maestro, diffidate dai segnali, ciò che è mio è mio.
Non voglio star qui a sputtanare nessuno, anche in questo vi sono superiore. Gli occhi mi fanno capire se son stato pensato, e se rientri in quell'insieme di persone che ritengo barbare, quindi pericolose, comunque da tenere lontane, allora non hai scampo, ti inseguo fino a Bisanzio e poi torniamo insieme, anche in pullman mi va bene, tu seduto per terra a strusciare, io il creatore di tutti i tuoi problemi, di quelli che non risistemi al volo, seduti di tutta forza in un luogo del tuo intelletto al limite con la pazzia, attenzione al fatto che ti sentirai sotto anestesia, e ormai sarà diventato l'ordinario, il confine è labile tra ragione e follia, attenzione attenzione, sì sì è codesta che senti adesso, che ti sale dappertutto: è la paura che fa diventare matti.
Detestatemi per l'incoerenza, mi lascio trasportare dalla musica senza seguire lo schema dell'inizio.
Chiuderei la questione relativa all'amore, che se poi ho le corna giuro che m'ammazzo, proprio voglio fare una morte plateale da turbare tutti i bambini del Mugello. No, non mi ammazzo, proprio no, dal patrimonio familiare ho ereditato una certa protezione dal fondo della fossa. Qualcosa mi invento. Comunque se dovesse avere un altro sarebbe una cosa brutta, magari non è nessuno di quei tre che ho in mente, quelli ai quai ho rivolto le parole sopra. Cornuto no, cazzo no. Potrebbe essere anche una certa risposta plausibile alla scarsa quantità di sesso nel nostro rapporto. Comunque un po' fissato, come lei dice che io sia, è facile sia anche vero. 
Toglietevi la giubba, accendete tutte le luci, sedetevi tutti. É stato rubato il mantello del redentore, questa è la pistola, si spari il colpevole. Un uomo si alzò, era basso e brutto, tutto biondo, coi capelli lunghi e la barba. Poi guarda tutti e dice che sì, è vero. Si accende anche l'ultima luce al neon che aveva provato ad accendersi in solitudine, senza che nessuno se ne fosse accorto, ma la sua luce è debole. Prende la pistola e la lucida, e poi la riguarda. La punta in alto, aprendo in maniera storta la bocca se la batte sui denti. Tremante ma con coraggio, un vero uomo con le palle. Poi gli occhi fermi puntati verso il cielo, nessuna goccia di sudore ma tanto tremore, il muscolo del braccio si gonfia lentamente poi il dito rilascia la sua energia nel grilletto. Eccolo là, disteso e ancora tremante, gli altri tutti che fanno cenno di sì con la testa. Tutti ancora seduti, senza giubbe,con quella luce che poi s'è spenta col botto della pistola, e il cervello e il sangue là attorno, vicino un po' a tutti, sangue col suo odore, proprio tanto, anche sul tuo volto. Sì, sangue sul tuo volto che mi hai seguito in questo peregrino peregrinare, io ho una grandissima stima di te, tu hai resistito, ardito sei, degno della migliore stima, un altro stimato tra gli stimati. Io dico che sarete in tre o forse quattro, e vi stringerei volentieri la mano a tutti. Per carità non diciamo niente di chi ha abbandonato l'impresa prima del tempo, ma solo voi siete pronti, lettori virtuosi e prestanti: abbandonano gli ammalati. Adesso andiamo a seppellire il corpo nella neve, al resto ci peseranno i lupi.
Che cambio repentino di stato d'animo, brutto che me ne sono accorto troppo presto. Interessantissimo sarebbe stato leggere l'incastro, come si sfumano e si declinano emozioni opposte e per un poco contrapposte, con la storia della memoria e tutto quanto. La musica riesce ad influire in maniera micidiale sull'umore e dunque cambia il ritmo al nostro corpo, lo scambio di due generi musicalmente opposti conduce a degli scompensi, la necessità di sbadigliare e di respirare forte, di guardare alla resa.
Perché c'è successo tutto questo? Perché non abbiamo cenato insieme? Tuona da dietro la collina, oscuri presagi raccomandano a stare cauti, calma. Respiro con profondità, abbiamo perso il controllo della situazione. Inutile agitarsi sterilmente e fare cose a caso o incomplete. Tipo un riso freddo senza maionese, non vale nulla. Come una pipa senza ingoio. Scusatemi. Fermati Satanasso, risparmiati per domani. Poi tiro le somme. Si dice che va tutto bene, che le api quest'anno hanno fatto meno miele, che i cani stanno bene, che l'amicizia va alla grande, davvero sono circondati da degli ottimati. E allora perché mi ritrovo a scrivere con tanta foga? Perché tanta necessità di muovere le mani in coordinazione con i pensieri? Tutte le volte che scrivo, qualcosa è nell'aria. I moti rivoluzionari.
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Sono passati almeno dieci giorni dalla stesura della prima parte, quella che avete appena letto.
Oggi ho scritto tipo una poesia, l'ho messa sul blog.
L'inferno è veramente lastricato di buone intenzioni. La buona intenzione era quella di scrivere una riflessione coerente relativa all'approdo ai ventisei.
Ci sarebbero tante cose belle da dire, molte da inventare. Domani vado al mare con la mia ragazza, ho voglia di mettere le palle a mollo nell'acqua salata e di stare un po' con lei. Va bbastanza bene, solite paranoie che abbia un altro. Anche oggi ho corso mezz'ora.
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Il Mela aveva ragione quando diceva che le donne o volano o erano troie. Lo comprendo ora. Rientro anticipato dal mare dopo che ho ascoltato di nascosto una sua telefonata, non si è scomposta più di tanto, io neanche. È andata come non avrei voluto. Non posso combattere, sarebbe una lotta impari: ama un'altra donna. Ventisei è un punto di partenza verso una meta ignota. I cani stanno con me.

venerdì 8 agosto 2014

Venerdì.




E la mente è tacita, come l'agosto della campagna.
Qua e là il fruscio di qualche serpe, poi di una lucertola;
ma anche il gatto è troppo fiacco per cacciare.
Lasciatelo stare.
Soffia poco vento caldo,
e l'erba si lascia muovere, stanca, senza opporre resistenza.
E vince su tutto il verde degli alberi,
e quello dei campi di erba medica,
e poi il giallo acceso di alcuni fiori,
poi quello smorto dei campi tagliati da parecchio.
Cosa sente l'orecchio?
E la mano che ci presenta la materia, cosa sente?
Cosa sente l'imbrunire?
E cosa sentono questi piedi scalzi pieni di pinzi e vesciche,
gonfi di scarpe troppo strette portate comunque?
E i cipressi che mi separano da quelle mucche?
Silenzio.
Un aereo attraversa il cielo col suo rumore,
poi tutto nuovamente muore,
silenziosa è la campagna,
è la mente s'acquieta.
E voialtri odiate la resa, l'addio alle armi, la pace senza gloria.
Sono stanco, ma non affranto.
Questo è il riposo del guerriero,
il pompino degli dei, quello col miele caldo,
e a scuola ho sempre fatto confusione tra aglio e caglio,
forse mi sbaglio ancora:
fate posto a una nuova aurora.
L'orologio segna un'ora nuova,
quest'ultima è passata senza bisogno di coraggio,
andata come un miraggio,
mentre in fondo alla vallata ogni cosa resta,
tutto fermo immobile, senza traccia di una ricercata bellezza,
e le strade polverose son deserte,
e le case tutte assorte,
i campanili sempre là,
alti ma non troppo,
a delimitare due mondi, il terreno e il celeste, a voi la scelta.
Allora è vero, tra il susino e il pero c'è una trappola mortale,
lo conferma un raggio di luce che rende lucida una enorme ragnatela, che alcune mosche scansano abilmente; ma eccone una che rimane imbrigliata. Freme e ronza, mentre un ragno la avvolge lesto, fiero della sua destrezza, in una mortale carezza.
Una cicala si schiarisce la voce,
ma è troppo caldo per cantare.
E tutto tace nuovamente.
Del sudore mi cade dalla fronte, un rivolo di gocce s'insinua tra i peli del petto, non trova sbocco per scendere più giù e allora si ferma, e ristagna.
Nulla all'orizzonte, solo una nuvola bianca e solitaria che chiameremo Chiara, come la sera di questo venerdì, dove tutto tace.

lunedì 28 aprile 2014

L'amore.

Occhi assenti, una voce laconica e rotta, tremore alle mani. Il suo essere sempre composta e impeccabile era tradito da un qualcosa di profondo che le aveva scosso lo spirito. Non avevamo ancora avuto modo di rivederci con la Mire, e dunque le porsi le mie condoglianze. Alza lo sguardo e resta inebetita, con la bocca stranamente impastata, storta e con una ricottina giallastra ai lati. Sembrava portasse il peso di una qualche colpa, la vergogna di un peccato inconfessabile, una croce enorme che la rendeva più gobba del solito. La feci sedere su uno sgabello vicino allo scaffale dei biscotti, le portai un bicchiere con dell'acqua del rubinetto e la persuasi a raccontarmi tutto.
Siamo in un piccolo paesino in provincia di Firenze. Lontano dai ronzii della città, nascosto tra le rotonde colline verdastre sulle quali sembrano appoggiate case tendenzialmente di colore giallognolo, dove c'è questo insignificante paesino, spesso sommerso dalla nebbia.
In questo insignificante paesino, accadono cose normali come da qualsiasi altra parte.
Accade che si muore. Morire tocca a tutti, grazie a dio è una di quelle certezze che puoi star tranquillo, o puoi agitarti quanto ti pare e provare anche a scappare, fai un po' quello che ti pare, tanto ti tocca, non c'è nulla da fare.
Arriviamo a dire qualcosa di serio.
È inutile star qui a descrivere il paese dove s'è svolto il fatto in questione, basta solo aver presente la piazza principale, grossa più o meno come un campo da calcio, dove sorge il monumento ai caduti, ma non è una piazza coi sampietrini e tutto: è un giardino. Un giardino con alberi ormai belli grossi, prati, vialetti di ghiaia, aiuole, merde di cane qua e là, nidi di uccelli, schiamazzi di bambini nei giorni di sole e pozzanghere nei giorni di pioggia. A circondare la piazza c'è una strada, oltre la strada, case. Basta immaginare un sasso buttato nell'acqua e i cerchi che si formano.
In una di quelle case abitava Agostino Innocenti. Sullo stesso lato della piazza, due portoni più a sinistra, c'è la mia bottega.
Agostino lo conoscevo bene, veniva tutti i giorni con la moglie a prendere il pane e quello che gli serviva, lo conosceva mio babbo e, prima di lui, mio nonno.
Mica voglio star qui a dire che come lo si conosceva noi non lo conosceva nessuno, è giusto per dire che la nostra bottega è lì da quarantanni e che Agostino s'è sempre servito dai Tagliaferri.
Tre generazioni di bottegai che di gente ne ha vista e di storie ne ha sentite.
La scorsa settimana, martedì per esser precisi, prima di andare a lavorare, saranno state le otto meno dieci, butto lo sguardo agli annunci mortuari e vedo che anche Agostino Innocenti ha lasciato questo mondo. Cosa normale, non ci badai troppo, muore tanta gente, a ottant'anni si muore senza troppo preavviso, basta un colpettino, un'influenza trascurata, una caduta dalle scale.
Mio nonno disse subito che aveva fatto la morte dei giusti, rapida, senza troppa sofferenza, senza dar noia a nessuno.
Per tradizione noi Tagliaferri non andiamo mai ai funerali dei nostri clienti, gli affari sono affari. Sennò, almeno una volta a settimana, bisognerebbe tirar giù il bandone e questo non sarebbe giusto per chi ancora è in vita e ha bisogno di un po' di latte o di una costola di sedano per fare il brodo.
Torniamo a noi.
La Mire se ne stava seduta sullo sgabello, tra le mani tremanti il bicchiere con l'acqua, la testa china. Io le stavo davanti, in piedi, con le punte alle nove e un quarto, curioso come un gatto di sapere come il buon Agostino aveva spirato.
Poi, cautamente, controllando che in bottega non ci fosse nessuno, iniziò a parlare:- “Lo conoscevi, un uomo elegante, mai un giorno di ritardo al lavoro, mai una assenza ingiustificata, sempre pulito e profumato, i capelli sempre fatti, attento a non deludere mai nessuno”- s'interruppe bruscamente quando entrò la signora Coralli. Affetta da podagra, la Coralli trascinò quelle sue enormi gambe fino al banco della gastronomia e qui si appoggiò al vetro, goffamente, e indicò il salame. Gliene affettai un etto abbondante, velocemente e senza troppe accortezze, sapevo che la Mire stava vuotando il sacco, che stava per dirmi qualcosa di non ordinario.
La Coralli se ne andò un po' delusa dalla poca considerazione che le avevo dato.
Mirella continuò:- “aveva deciso per domenica sera, ma poi non ci riusci, dopo vari tentativi rimandò all'indomani”- eccoti quelle rompicoglioni delle zie, tre donnette di cent'anni l'una, uggiose più di un giorno di novembre, impossibili da accontentare, non c'è mai un santo giorno che tutto fili liscio come il piscio. Ci misero venti minuti per prendere un pezzetto di pane e due carote, e anche dei piselli congelati che secondo loro non erano più gli stessi, e anche un dito di schiacciata, che però era troppo cotta e gliela feci toccare tutta prima di trovare quell'unico minuscolo perfetto pezzetto che per loro era cotto a modo.
Poi videro Mirella e la salutarono, condoglianze sopra e sotto, baci e abbracci, la parola infarto che risuonò almeno tre volte, poi ancora baci, e finalmente se ne andarono.
“Gli avevano diagnosticato un tumore,” -proseguì la Mire- “uno di quelli forti che ti mangiano tutto e velocemente, avrebbe dovuto iniziare la chemioterapia proprio quel lunedì, ma non voleva, non gli piaceva, non accettava di consumarsi lentamente, di lasciare un'immagine di sé scarnificata dal male.” Bevve un sorso d'acqua e la sua croce sembrava alleggerirsi lentamente e continuò:- “lo disse subito che non sarebbe andato in ospedale”.
La interruppi e posi una domanda secca: si è ammazzato?
Vedevo che non era tutto, la mia domanda era sciocca, debole. Perché così sconvolta se sapeva tutto? Perché tanta angoscia se era quello che Agostino voleva? Che peso si postava appresso la vecchia Mire?
Biascicò qualcosa, tipo un “mbs osat io”, allora dissi: - “non ho capito cosa hai detto”.
Mi guardò fisso negli occhi, sentivo che eravamo ad un passo dalla verità.
“Sono sempre stata una buona cristiana, anche Agostino lo era. Ora, sul finale della mia vita, ho buttato all'aria tutto, mi son guadagnata un posto all'inferno, ma va bene così. L'ho ammazzato io”.
Mi cascò la penna dalle mani, quella donna così rattrappita mi fece una tenerezza unica, rimasi tanto sconquassato che non mi venne nulla da dire. Non ci capii davvero più nulla, mi venne solo da togliermi il grembiule.
Poi si alzò, fragile ma inscalfibile, fiera ma in ginocchio, e chiese del pane, due pere, una banana e una melanzana. Pagò con gli spicci, poi disse una cosa che mai scorderò: dell'opinione altrui non ho considerazione, ti ho detto questa cosa perché dovevo dirla a qualcuno, il mio è stato un gesto d'amore.
Chiusi bottega prima del tempo, saranno state le una meno venti o giù di lì. Mi attendeva un pomeriggio di riposo, sarebbe toccato a mio babbo ascoltare nuove storie e vedere altra gente.
Arrivato a casa riempii subito la vasca, non mangiai nemmeno, non portai neanche fuori i cani.
Nudo mi guardai allo specchio, un minuscolo bachino grinzoso sbucava da una massa di peli, sul corpo l'odore di alimenti e sudore. Poi mi immersi nell'acqua per togliermi di dosso un'altra storia da digerire con calma, l'amore che giustifica tutto, il dolore come una cosa da cui fuggire senza rimorsi, senza il desiderio di assaggiarne il gusto.
Poi mi venne da pensare al modo in cui l'aveva ucciso. Conclusi che l'aveva soffocato.
Cose che sicuramente accadono un po' dappertutto, che anche in questo paesello sommerso dalla nebbia, accadono. Il fatto è che stanotte non ci ho dormito sopra, mi sarò rigirato cento volte nel letto, tutto il tempo a pensare che cosa avrei fatto io. Tu, cosa avresti fatto? L'amore è davvero così compatibile con la morte?



sabato 26 aprile 2014

"Somari"

Animali da soma, vestiti a festa con la camicia stirata da poco. Animali da soma. Gente che lotta costantemente, senza un futuro, gente che lotta così perché vuol lottare. Che si fa, si muore? No, si lotta, va bene così, si lotta senza speranza perché, in fondo, la lotta ci piace. Siamo amici di ogni lotta perché in noi scorre un'anima futurista. Come la mettiamo? Qual è il senso di questa esistenza? Forse semplicemente non c'è, e allora ti abbandoni tra le braccia di un rum scadente aspettando un guizzo di dio, una parola di verità.
Ma va bene così, noi siamo i vinti, andiamo avanti, alziamoci domani e facciamoci la doccia, prediamo un caffè bollente, facciamoci la barba come se nulla fosse accaduto, come se la notte non fosse passata, come se nulla fosse successo.
Ma c'è la consapevolezza di aver toccato qualcosa, la sensazione di essere stato in un luogo ameno e rivelatore. Inganniamoci di questo, diciamolo: io l'ho visto, io l'ho toccato.
Momenti difficili, momenti di stallo, la maledizione del settimo anno che tocca anche a noi, che ci tocca nel profondo. Uno stupido come me che appunta qualcosa come adesso nella speranza che possa nascere qualcosa di utile. Germi di una malattia che si chiama racconto. Siamo in tanti, siamo in pochi, questo non lo so. Coloro che sono, sono animali da soma. Che ci resta? Chi siamo? Come si fa? Si prova a fare qualcosa, si studia, poi qualcuno ti prende alla gola, ma non è paura di morire, Cristo santo, la morte non ci fa paura, è la vita che ci fa le gambe tremanti, si ha paura delle sfumature, di un verde diverso, di un viola diverso. Si ha paura nonostante tutto. E la vita che ci ha insegnato? Nulla, santo cielo, della vita non si è capito nulla, e si è di mercoledì sera ubriachi marci a girare per il mondo, con uno zaino di desideri. Ragioniamo sui problemi, ma si ragiona da soli, ci si perde in infiniti soliloqui, giocando a tennis con il nulla, che si mangia decine di palline.
Come si risolve? Non si risolve, non c'è un pertugio con un po' di luce, non si trova, e perché non si trova? Perché siamo deboli. Il coraggio che ci manca è dovuto al fatto che non siamo stati in trincea, non abbiamo visto i topi, i cadaveri gonfi di gas che puzzano e poi rendono fertili i campi; noi non li abbiamo visti, santo cielo. Si parla solo per parlare, perché se ne ha voglia, si va avanti. Si pensa che la letteratura sia quello che abbiamo letto ma non abbiamo letto un cazzo, Dio solo sa perché ma Tolstoj non l'abbiamo capito, Dostoevskij l'abbiamo abbandonato. Cristo.
Non ho voglia, l'ho detto. Sigarette? Datemi una sigaretta. Cristo.
Perché vedi, in sottofondo c'è anche una musica piacevole. Mi sono rotto. Temperatura ideale, saranno 17 gradi. L'amore è un gioco a perdere? L'amore cos'è? Come si ama? Desiderio di dormire con qualcuno? Desiderio della sua carne? La consapevolezza che senza lei non sarà più nulla come prima, che le notti non saranno più notti. Il gioco dell'amore. Inganniamoci che abbiamo capito.
Il cuore ce lo rompe la vita. Simo nati piangendo, vagiti strazianti.
Ho bisogno di scrivere un altro romanzo, che sia positivo, pieno di felicità. Vedo due asini, sembrano felici, l'unico nostro sbaglio è che siam voluti rinascere in corpi umani. Siamo stati tracotanti nel momento della scelta, pensavamo di essere pronti a nascere uomini, pronti a farci flagellare, a diventare re con una corona di spine, a farci crocifiggere pubblicamente.
Fondamentalmente ho bisogno di scopare, proprio di fottere, di sentire le palle che sbattono su di una fica: pam, pam, pam. Mentre lei dice basta, che il culo fa male, ma in realtà sta godendo, e allora lo schiaffeggi, poi con le mani lo apri e vedi Dio. Dio è un buco di culo rotto. Dio è lì che ti guarda e dice: godo ma fa male. Dio è dolore e godimento.
Cristo è il mio mito. Ma preferirono Barabba. Allegorie. E il Barabba di turno si salva sempre. Sono il messia di me stesso. Ho visto la mia fine, seguirò la mia strada, poi morirò. Tutto questo per non dire nulla, se non l'hai capito lascia fare, scorri oltre, lasciami in pace. Parlo per chi mi vuol capire.

domenica 27 ottobre 2013

La rapina.

E glielo dissi a Giuseppe. Glielo dicemmo tutti che doveva essere più accorto. Che vada a farsi fottere quel testone di un pugliese. Per un'impresa storica come quella che ci approssimavamo a compiere, dovevamo essere puntuali in tutto e fare appostamenti a tutte le ore, grafici, foto, riprese e tanti calcoli. E l'abbiamo fatto. E Giovanni aveva ragione, dovevo dargli retta. Ma ancor prima di Giovanni, dovevo dar retta a Marco, il quale, fin da subito, aveva specificato che un colpo col pugliese era rischioso farlo. Che idea strepitosa, che piano perfetto stavamo mettendo in pratica se quel cretino non avesse mandato tutto per aria. E Marco doveva essere più fermo nella sua convinzione, se non si fosse fatto corrompere dal garage e dall'euforia di Giuseppe, a quest'ora eravamo tutti pieni di soldi a tirare coca sul davanzale di un qualche albergo con vista su qualche mare. O forse è andata bene così, ho deciso di farmi prete.
Era una mattinata tranquilla come al solito, avevo fatto il mio giro per i licei e avevo venduto qualche pasticca e un po' di fumo a quei pischelli, quando il mio cellulare squillò. Ai numeri sconosciuti non rispondo mai, e quel numero non era sconosciuto. Era il numero di Giovanni. Se mi chiama la mattina, di solito, è perché ha finito il popper o gli servono due strisce per tirarsi su. Rispondo dandogli di frocio e il frocio mi dice di correre a casa sua che ha un'idea fantastica. Non corro ma vado di passo svelto. Come al solito mi apre in vestaglia e reggicalze, con la sua parrucca bionda e i suoi tacchi luccicanti, da vera troia. Prima di farlo parlare, gli dico di togliersi i vestiti da travestito che mi fa impressione vederlo così, poi preparo un fischione e metto il miro rotolo di soldi sul tavolo. La checca torna in toni, struccato e senza parrucca. Guarda i mie soldi e dice che ne ha guadagnati il doppio. Cazzo me ne frega, son contento di non avere il culo rotto ed il letto puzzolente di cazzo e culo. Prima di farlo parlare, ho ancora alcune cose da sistemare: spegnere la musica, accendere una luce forte e aprire un po' la finestra. Gli passo il fischione e mi dice di ascoltarlo con attenzione. Viene fuori che un suo cliente, nonché mio vecchio cliente, un tale detto Marco dei panini, era stato assunto come portalettere alle poste e sapeva come fare a ripulire la cassaforte senza rompimenti di coglioni. Gli serviva una squadra seria, quasi dei professionisti. Allora misi a fuoco il volto di quel Marco e mi ricordai che era un tipo serio, uno di quelli che non scherzano, uno che, se dice una cosa, quella cosa è giusta e basta. Nel nostro ambiente è uno che viene rispettato, ha all'attivo un centinaio di pestaggi e leggenda narra che abbia anche inculato un paio di tizi che non lo volevano pagare. Non mi torna tanto che sia stato assunto alle poste, ma il frocio mi dice che l'ha fatto solo per avere un fisso, che riscuotere la gabella dai paninari per conto di suo cugino non era poi più così tanto redditizio. Questa è la crisi, tocca tutti, paninari dimezzati, gente come Marco lasciata per strada. Il frocio va avanti a parla per parecchio, talvolta non lo seguo e poi gli strappo quel che resta del fischione e gli dico di spiegarmelo con un disegno che di mattina mi ci vuole un po' per capire. Morale della favola, ci manca un quarto per l'irruzione a mano armata. Dico che mi ci vuole un po' di tempo per pensaci su. La checca mi dà un bacio sulla guancia e mi dice di rilassarmi, così lo allontano con una gomitata sulle costole e gli dico che con me non attacca. Allora me ne vado, tranquillo come sono arrivato, con lo stesso quantitativo di sperma nelle palle, senza puzzo di profilattico nelle mani. Giovanni mi saluta, con quei sui occhi da cerbiatto appestato sembra dire: prima o poi te lo succhio, panzone pelosetto. Non faccio in tempo a chiudere la porta e sento che questa si riapre, vuole che gli lasci un paio di fischioni e qualche cartina, così a ufo, come compenso per avermi incluso all'impresa storica. Sanguisuga. Arrivo a casa mia, Tormento mi si truscia agli stinchi, apro una scatoletta per gatti e gliela butto a terra. Mi siedo sulla poltrona e penso che il piano è troppo rischioso, che alle poste ci sono troppe telecamere, c'è sempre il rischio che qualcuno voglia fare l'eroe, c'è il rischio che ci scappi il morto. Però devo dare una svolta alla mia vita, mi son rotto di spacciare, sempre all'aperto, freddo e caldo, pioggia e vento. Allora mi preparo un coccio si sola erba, me lo fumo con sentimento per smettere di pensare agli eventuali imprevisti del piano e anche al piano stesso. Devo liberarmi la mente. La stanza è avvolta dalla nebbia che mescola i confini delle cose, cose che perdono il loro stare, tutto ruota delicatamente in senso orario, ogni rumore si affievolisce e finalmente mi rilasso. La mano destra mi scivola lungo la pancia, mi accarezza i peli pubici, poi scende ancora e inizia a palpeggiarmi il pisello che lentamente s'indurisce. Mi faccio una sega pensando a Moira Orfei, poi mi addormento senza pulirmi.
Mi svegliai che era sera tardi, le sette passate. A svegliarmi fu Tormento che sbatteva quella dannata scatoletta per terra. Ha sempre fame quel bulimico del cazzo, mangia e va a vomitare in terrazza, vomita e poi ha fame, mangia e vomita. Il suo essere bulimico mi crea una serie di problemi che lentamente sto risolvendo, primo tra tutti è che quella vacca del piano di sopra si lamenta che sente puzzo, che la sua finestra di cucina è proprio sopra la mia terrazza. Quindi, se Tormento vuol continuare con la sua bulimia, e penso che ognuno debba essere libero di fare quel che gli pare, quando me ne ricordo, dopo che ha mangiato, lo porto in bagno e gli poggio le zampe sul cesso. Lentamente lo istruisco. Per ben due volte ha vomitato nella tazza. È un gatto molto intelligente. Gliel'ho spiegato alla vicina, ma quella stupida ha detto che dovevo farmi curare. Ho provato a dirgli di lasciarmi in pace, anche con qualche gesto intimidatorio, tipo l'altra settimana  ho appiccicato una gomma da masticare sul sul campanello alle due di notte mentre andavo a casa di uno che voleva dell'erba. Ma nulla da fare. Il giorno dopo mi ha bussato alla porta e, mentre vociava come una matta, io a bocca spalancata mi passavo la lingua sulle labbra mentre avevo gli occhi ribaltati e mi muovevo in maniera libidinosa come fa sempre Giovanni. E non ho capito un cazzo di quel che diceva, tranne quel suo “fatti curare” che però dice sempre. Ma tornando a noi, la sera della mattina che mi fu esporto il piano, andai a cena da Giovanni senza che mi avesse invitato, mi presentai a casa sua, era vestito come ogni normale cristiano, e ordinammo una pizza. Forse il vero sbaglio lo commettemmo quella sera, quella sera che, strafatti come cani, ci mettemmo alla televisione a guardare un film che parlava di una rapina a mano armata in una banca. Lì, tutto si fece chiaro, tutto si collocò al suo posto, il caos smise di regnare e, forse sono un po' avventato nel dire questo, ma Dio m'illuminò. Ci mancava un nero, il quarto doveva essere di colore. Perché tutto andasse bene, Dio aveva mandato su Italia1 quel film proprio quella sera, Dio aveva voluto aiutarci. E allora piansi, piansi e pensai che quando da piccolo mi rompevo i coglioni a fare il chierichetto in chiesa e tutto mi sembrava inutile, in realtà non lo era, Dio mi stava ringraziando per i servigi svolti tanti anni addietro. Il nero chi? Che nero cercavamo? Giovanni non aveva assistito alla mie estasi, alla mia illuminazione, lo svegliai e gli dissi che ci serviva un nero. Mi guardò e mi disse che aveva avuto bisogno di un nero tanti anni fa, che come i neri non c'è nessuno. Frocio. Gli dissi di chiamare Marco, chiama Marco cazzo! Digli di venire qui subito! Dopo un'ora e mezzo si presentò Marco. Giovanni era stato a vestirsi e a truccarsi perché non voleva farsi vedere in quelle condizioni da un suo cliente, uscì dal bagno che davvero sembrava una donna con il profumo e tutto, e gli dissi di non sedersi vicino a me. Arrivò Marco e i due si dettero un bacio sulla bocca, a stampo. Mi venne da vomitare all'istante ma il bello doveva ancora arrivare. L'apice dell'oscenità lo raggiunsero quando, seduti sul divano, Giovanni mise le sue gambe sopra a quelle di Marco e questo gliele accarezzava e diceva che glielo faceva diventare duro. Una scena tremenda. Marco era sempre uguale, proprio come me lo ricordavo, con quei ricciolini ingelatinati sulla fronte, proprio a deficiente, sempre gonfio di palestra, quel suo solito tatuaggio sul collo, tatuaggio che lui sostiene essere una tigre ma che a me sembra una macchia, anelli ai mignoli e stessa strafottenza tipica di chi va in giro a riscuotere gabelle. Gli dissi che ci voleva un nero. Che avrei partecipato all'impresa solo a condizione che il quarto fosse un nero. Iniziò a dire che dei neri non ci si poteva fidare, che l'idea era la sua e che un nero non ce lo voleva. Giungemmo a un compromesso. Un mulatto andava bene ad entrambi. Tra una fischione e un altro, dopo quasi due ore a scervellarci su chi potesse fare al nostro caso, venne fuori il nome di Giuseppe. Marco non lo conosceva, Giovanni storse un po' la bocca ma poi disse sì. Erano le quattro del mattino, secondo me faceva freddo, oggettivamente in dicembre è freddo, ma Marco decise comunque di uscire in canottiera, da vero uomo. Giovanni si mise una pelliccia di finto leopardo e io un giubbino preso a caso tra gli abiti normali dall'armadio del padrone di casa. Si decise di andare a cercare Giuseppe. Non fu difficile trovarlo. Gli suonammo il campanello di casa. Dopo aver lasciato la Smart di Marco in doppia fila e con le quattro frecce accese, sì, una Smart di quelle a due posti, e sì, guidavo io mentre Giovanni, estremamente a suo agio, era seduto su Marco. Mi attaccai al campanello per parecchio, poi quel testone del pugliese s'affacciò, con quei baffoni inconfondibili. La prima cosa che disse fu: sto lavorando di brutto, andatevene o chiamo la polizia. Marco si fece intendere in poco tempo dicendogli che se non avesse aperto veloce, avrebbe incendiato il palazzo intero. Dopo poco s'era tutti a sedere nel soggiorno di Giuseppe, io con una birra in mano, i fidanzatini anche, il pugliese beve solo rum. Lo avevamo interrotto durante la scrittura del suo nuovo libro. Mi sentii in colpa per uno o due secondi, forse meno. Colpa di che? Cazzo è 'sta colpa che mi dice sempre mia sorella? Scrive tirando coca, Giuseppe dico, la mia coca, la migliore coca di tutto il centro Italia. Per l'occasione ci offrì un giro a tutti, il primo fu davvero leso, ma poi in secondo e il terzo e tutti gli altri furono notevoli. Iniziammo a parlare del piano che erano le due del pomeriggio, ma dopo qualche minuto s'interruppe tutto perché il rum era finito e andammo a rubarne due bottiglie al negozio di alimentari in piazza, da quel coglione che fa il ganzo perché studia filosofia. Eppoi, che cazzo è la filosofia? Ogni tanto saltano fuori dei paroloni che non capisco, tipo olocausto, imene, glande, segregazione, una volta a radio Maria parlavano dell'immoralità dell'eutanasia: ma che cazzo è l'eutanasia? E l'immoralità? Cazzo mi fanno incazzare di brutto quando dicono le cose a caso, la gente non sa parlare. Alle cinque tutto era chiaro, dopo sessanta grammi di coca avevamo già fatto la rapina e tutto era okay, mentalmente, s'intende. Marco e Giuseppe sembravano amici da sempre, per la prima volta in vita mia trovai carina Giovanni, giuro che pensai fosse davvero una donna. Giovanni preparò uno schema con le cose da fare e da comprare, quattro pistole, quattro passamontagna, una macchina fotografica, una cinepresa, delle penne funzionanti, fogli, federe di cuscini da riempire di soldi, guanti in lattice, scotch per tappare la bocca a quelli della posta, io inclusi una portantina per Tormento che avrei dovuto portare con me, Marco volle aggiungere due barattoli di gelatina, Giuseppe del dentifricio. Ci mancava una base, il quartier generale in cui progettare tutto con calma, un posto sicuro ma non troppo distante, Giuseppe non ha la patente. Decidemmo per il suo garage. Fummo tutti d'accordo. Fissammo per l'indomani nel garage di Giuseppe con tutta la roba. Tornando a casa, Marco mi disse che con un pugliese era rischioso lavorare, che forse era meglio trovare un altro complice, e Giovanni annuiva. Poi si baciarono, colla lingua. Quella notte non riuscii a dormire, non so perché ma avevo un po' di pensieri. Ne approfittai per riordinare casa, e feci davvero un bel lavoro, non so che ora era ma mi venne voglia anche di imbiancare la cucina e allora andai a suonare alla mia vicina isterica per sentire se aveva della vernice, ma mi mandò a quel paese dicendomi che avevo bisogno d'aiuto. Ma cosa vuole la gente? Quella è pazza. Non imbiancai ma feci un monte di cose, passai anche l'aspiratore dappertutto, non l'avevo mai usato, me l'aveva regalato Giovanni un Natale di parecchi anni fa. Ecco, lì feci una stronzata perché non sapevo che poteva essere riutilizzato, la mattina lo buttai nel cassonetto insieme ad un lenzuolo che avevo riempito di cose che non usavo mai o che erano rotte. Facevo i preparativi per la mia nuova vita, lontano da quel cazzo di palazzo dove la gente ha sempre qualcosa da dire. Mi presentai al quartier generale alle sei del pomeriggio, bello docciato e con le unghie tagliate, ma non avevo comprato nulla perché mi ero dimenticato cosa spettava a me. Mi portai appresso Tormento. C'era un fermento in quel garage che sembrava stesse succedendo chissà cosa. C'erano anche due tizi che non avevo mai visto, poi scoprii che erano parenti di Marco e che stavano scaricando roba da un camioncino, tutta roba rubata, per noi. Tra l'altro, ci ho rimesso anche dieci grammi di fumo perché Giuseppe mi disse che dovevo ringraziarli. Io dovevo ringraziarli? Cazzo vogliono da me? Glieli detti perché sono un signore, un nobile di spirito. Quei raccattati. Marco aveva buttato giù una parete, aveva sfondato il garage accanto perché ci voleva posto, non chiese a nessuno se poteva, aveva voglia di sentirsi maschio e si mise a buttar giù una parete, così, perché ci serviva posto, perché nessuno deve dirgli cosa fare o non fare. Dei dubbi del giorno prevedente, riguardo al pugliese, nessuna traccia. Effettivamente creammo un bell'ambientino, davvero confortevole, quei raccattati ci avevano portato due divani, una scrivania, due computer, una libreria in ferro, un ventilatore, un termosifone elettrico, due tappeti persiani, sette o otto casse di birra, una chitarra e un sanitrit, sì, un cesso. Tutta roba pagata da me con dieci grammi scarsi di fumo da vendere ai pischelli, roba di scarto. Sono nato per gli affari. Il frocio arrivò che era tutto sistemato, arrivò vestito come piace a lui, profumato proprio come la regina dei travestiti. La prima cosa che disse fu, lo ricordo come se fosse ora: è magnifico! E guardate cosa ho comprato, una parrucca nuova! Ma che troia, una parrucca rossa a caschetto che mi faceva effetto a toccarla. E se la mise subito, e fece due piroette, e disse di essere felice. Delle cose che ci servivano non c'era nulla, tutt'e quattro si provò ad accendere i computer ma non ci riuscì. Giuseppe era il più gasato di tutti, buttò sul tavolo della coca e ci mettemmo a spippare. In quel garage, sottoterra, non si vedeva se era giorno o notte, tuttavia sapevamo che il nostro gruppo era unito, solido come qualcosa si solido. Marco volle mettere subito le cose in chiaro, mi disse che non si serviva più da me non perché gli avevo dato roba poco buona, solo che anche il marito di sua sorella s'era messo a spacciare e non voleva fare un torto alla famiglia. Mi abbracciò. Un gruppo unito. Ad un certo punto smettemmo di parlare, solo un ronzio di sottofondo increspava il silenzio, ed io mi ritrovai a coccolare il collo di una rossa bellissima, che pensai Dio mi avesse inviato dal cielo per ringraziarmi di aver servito messa, a dieci anni. Poi mi ripresi, stavo sbaciucchiando il collo di quel frocetto di Giovanni che stava dormendo. Tutti dormivano, presi in collo Tormento e andammo fuori, sotto il pilotì, a fumare una sigaretta e fare due passi. Dopo poco, s'accese la luce delle scale, una mamma con due bambine dal grembiule blu e la cartella scesero le scale. Le guardai, mi guardarono, ci guardammo. Poi guardarono Tormento che si stava facendo i cazzi suoi e mi chiesero che potevano accarezzarlo. Dissi di no, che era velenoso. E giuro che mi dispiacque, povere bambine. Velenoso? Tormento velenoso? Non so perché mi venne da dire così, ma lo dissi. Dopo che le bambine e la mamma se ne andarono, c'è da dire che a quella donna non aveva affatto patito le due gravidanze e che aveva un culo da scopare per ore, pisciai sull'erba e poi mi scappò anche un po' di merda e la feci, senza pensare, così, come si faceva da ragazzi. Tornai dagli altri e mi misi a dormire. Poi Giuseppe mi svegliò, disse che avevo dormito per due giorni interi, e davvero mi sentii riposato. Era il giorno degli appostamenti, dovevamo andare a vedere tutto e prendere nota. Giuseppe spippò un paio di grammi per tranquillizzarsi. Arrivammo alla posta che erano le undici meno venti, Giuseppe mi disse di annotare tutto quello che vedevo, tutto. Poi Giovanni mi portò con sé dentro l'edifico, fu la prima volta che entrai alle poste. Mi disse di essere rilassato e di prendere un numero, che quando sarebbe toccato a me di presentarmi allo sportello e chiedere informazioni per aprire un libretto. Allora, quando toccò a me, chiesi come fare per aprire un libretto, e la tipa mi chiese che tipo di libretto volessi aprire, ed io avvicinai i palmi delle mani uno di fronte all'altro, separati da qualche centimetro, e dissi che era un libretto normale, mi venne in mente un libretto che avevo visto a casa di Giuseppe, e dissi che aveva il sopra blu con un scritta nera, che era un libretto semplice, un libro, cazzo. Lei si mise a ridere e anch'io lo feci, risi senza sapere perché si stava ridendo, so di essere simpatico e anche abbastanza bello, ma lei ci stava provando, gli era preso voglia di fare la gattamorta. Poi Giovanni mi prese a braccetto, guardò quella troia che voleva un po' di cazzo alle undici del mattino e le disse di non farci caso. Io ci rimasi. E quando si uscì feci una parte di merda a Giovanni e gli dissi di non intromettersi più nelle mie questioni amorose, e di non toccarmi mai più. Giuseppe disse che era andato tutto benissimo, ma a me giravano perché quella era una chiavata sicura. Poi si vide arrivare Marco, col motorino, non sembrava neanche lui col casco e con quel giubbotto blu e giallo. Si fermò proprio davanti a noi con una sgommatina da pirla quattordicenne, poi dette gas col freno tirato e disse che aveva bucato la marmitta per essere fico. Poi andammo tutti al garage. Marco espose nuovamente il piano nei dettagli: come avete visto, ci sono sei postazioni e sei tipe che ci lavorano, poi c'è il dietro e ci lavorano in altri due, lì dietro c'è la cassaforte e all'esterno c'è solo una guardia. Noi entriamo col passamontagna, ordiniamo a tutti di buttarsi a terra, due restano nella sala d'attesa con le pistole puntate, gli altri due vanno alla cassaforte, se la fanno aprire, riempiono le federe di soldi, poi escono e vanno al parcheggio dove ci sarà la macchina che lasceremo accesa, poi escono gli altri due, sparano due colpi in aria e montano in macchina. Usciamo dal parcheggio e veniamo al garage, ci dividiamo i soldi e ognuno va dove gli pare, fine dei giochi, bye bye, ourevoir, ci si becca tra qualche anno quando le acque saranno calme. Fu a quel punto che Giuseppe fece una domanda che a me parve davvero intelligente. Disse: ma non suonano l'allarme? Allora lì Marco si stizzì un po', disse che forse lo avevamo preso per un cretino o cose del genere, dette una pedata al divano col mancino, poi fece tipo una fica avvicinando il pollice all'indice per poi portarsi la punta di queste dita tra le due sopracciglia. E stette in silenzio. Si scusò per non avercelo detto prima e disse: allora, gli interruttori dell'allarme sono sotto le scrivanie, proprio appiccicati alle cosce di quelle tipe, durante il giorno lo premono sbadatamente un centinaio di volte, l'allarme suona ma non arriva la polizia che ormai c'è abituata, non ci fa caso, suona l'allarme ma loro se ne fregano, non è importante. Allora mi venne spontaneo di chiedergli chi glielo aveva detto e mi disse che ci lavora sua cugina, disse che al secondo sportello da destra c'è sempre sua cugina. Io ero andato proprio a quello sportello e così proprio spontaneamente gli dissi: quella gattamorta cerca cazzo alle undici del mattino è tua cugina? Vidi il suo braccio che si alzò, poi mi svegliai dopo due ore, sulle ginocchia di Giovanni che aveva la parrucca rossa e mi teneva un sacchetto di minestrone congelato sul naso rotto. Poi facemmo la pace, Giovanni mi disse che Tormento mi aveva vendicato vomitando sui pantaloni di Marco. Ci facemmo un po' di strisce, il mio naso tornò nuovo, non sentivo più dolore, il piano andava avanti, nulla poteva dividerci ancora. Stabilimmo i compiti: io dovevo contare quante persone entravano dalla mattina alla sera per un mese intero, Marco doveva fare il suo lavoro senza problemi, Giovanni doveva ammaliare la guardia, farci amicizia e poi scoparselo la mattina della rapina e imbavagliarlo e legarlo, Giuseppe doveva entrare ogni mattina ed inviare ogni giorno un pacco vuoto al garage, per conto del suo datore di lavoro, tanto sanno una sega se ha o no un datore di lavoro. Andò avanti così per sei mesi. Io sapevo tutto, sapevo riconoscere le persone dalle macchine che arrivavano, ormai sapevo i nomi di tutti, a qualcuno vendevo anche un po' di roba. Giovanni s'era scopato una sessantina di volte la guardia e a Marco avevano dato pure l'aumento. Volevo bene a tutti, dipendenti e clienti, direttore e guardia. Una tipa del mercoledì mattina mi faceva impazzire, portava sempre i pantaloni da ginnastica aderenti e si vedeva la forma di quella sua bella fica, sembrava uno zoccolo di cammello. Che vacca. Anche al garage le cose andavano per il verso giusto, decidemmo di sfondare altri due garage e di trasferirci tutti là sotto, Tormento smise di essere bulimico, così, dalla mattina alla sera. Giovanni riceveva in una stanzetta ricavata nel garage, io vendevo roba dalla finestra in fondo al corridoio e avevo smesso di rischiare a viso scoperto, e di prendere freddo. Giuseppe scrisse due libri che nessuno di noi ha mai letto. Secondo me non ha scritto un cazzo. Quella era la nostra casa, noi tutti come una grande famiglia, professionisti nel proprio ambito uniti insieme per creare una forza unica, tutti insieme come in nazionale, un gruppo di fuoriclasse per un'impresa epica che avrebbe cambiato le nostre vite per sempre. La mattina del due luglio, dopo ben sette mesi di lavoro, schemi e grafici a torta fatti da Giovanni che nessuno capiva, tre quaderni di quelli grossi con il conto della gente che entrava e usciva, un'infinità di pacchi spediti a noi stessi e una talpa che godeva della stima di tutti i dipendenti della posta: eravamo pronti. Quella sera non dormimmo, ci tirammo un etto di coca, ed eravamo super carichi, mi feci un milione di volte il segno della croce e improvvisai anche qualche preghiera. Misi Tormento a dormire in una scatola di cartone che avevo bucato per farci entrare l'aria, poi feci un paio di giri di scotch, avevo paura che scappasse proprio quella notte. Si partì con la macchina di quel cretino di Giuseppe, nello zaino avevo tutto, pistole che presi da un napoletano a marzo, passamontagna, federe, guanti per non lasciare impronte, quaranta grammi di coca, una bottiglia d'acqua che magari ci prendeva sete, una penna e poi non mi ricordo il resto. Si parte e tutto va bene, la sera prima s'era anche messo dieci euro di benzina, ormai che s'era lì gli si dette un'aspirata veloce, Giovanni aveva anche controllato se mancava l'acqua per i tergicristalli. La mancava. Ce la mise. S'era pronti per il colpo. Poi guarda chi ti vedo, proprio svoltata la seconda curva, sbam, carabinieri in mezzo alla strada con paletta rivolta a noi. Marco perde la testa e inizia a vociare:chi ha fatto la spia! Ci hanno beccato! No! È tutto perfetto! Non può finire così! Giuseppe si ferma educatamente, i due ci guardano un po' perplessi, quattro cocainomani di cui un transessuale colla parrucca rossa e una giacca di finto leopardo, un palestrato dai capelli ebeti sulla fronte e una macchia sul collo, un mulatto coi baffi come Garibaldi e me, uno spacciatore dall'aria slavata, con la barba come un ebreo, un cappello da rapper, il naso gonfio ma funzionante, completamente imbambolato da quella situazione. Giuseppe fornì patente e libretto, risultò che la macchina è rubata. Mancava anche l'assicurazione, il bollo e poi altro. Penso che non è possibile essere così stupidi, porco di un cazzo come fai ad avere una macchina senza assicurazione, porco di un cane, se rubi una macchina va bene, ma guarda se è assicurata, cazzo, sono le regole, minchia puttanaccia, vatti a fidare di un pugliese. Ci fecero scendere dalla macchina e, in quel preciso istante, davvero ebbi la conferma che Dio esiste: la macchina esplose, un botto pazzesco e una montagna di fuoco davanti a noi, fumo, scoppi, vetri infranti. Lo capici? Dio ha evitato che ci beccassero con la coca e le pistole! Dio ha evitato il peggio. Allora scappammo di corsa al garage, ci rifugiammo lì senza essere visti da nessuno. Lì partirono le offese al pugliese. Marco cercava dell'acido per sfigurarlo, io che lo calmavo e gli dicevo: Dio esiste! Non lo capisci che esiste? Prima la televisione, poi la macchina che esplode, questo è Dio! E torna tutto, torna tutto! Il piano svanì così, per la poca accortezza di Giuseppe, per la poca attenzione rivolta ai dettagli. Macchina rubata, senza assicurazione. Questa è superficialità. Da quel giorno non li ho più visti, presi le mie cose dal garage, la scatola con dentro Tormento e me ne andai. Girovagai per un po', ma ora sto bene qui,forse mi farò prete, ma se trovo qualcuno in gamba, mi sa che riprovo a fare la rapina.

venerdì 20 settembre 2013

"Le zie"

Sì, davvero, ho provato con tutto me stesso, lo giuro su chi vi pare. Non va, non ci riesco, odio le cose troppo false, artificiose, ipercostruite. Ho provato a scrivere un racconto non realista, ma proprio non ci sono riuscito. Tipo m'ero buttato sulla fantascienza e cose del genere, roba sulla fine del mondo e minchiate varie. Niente da fare, ho provato, ma non va, non fa per me.
Poi, questa gente che ci circonda è troppo bella per tacerne l'esistenza. Per dirne una, oggi ero in bottega che servivo le mie clienti più affezionate, tre tizie che chiamo zie perché le conosco da sempre, ma non sono davvero le mie zie.
Delfina Costi, Mary Banfi ed Ernestina Borelli. Donne impeccabili nei loro novanta e rotti anni, adorne di gioielli, col rossetto fin sulle guance, avvolte nei loro vestiti cuciti a mano, lucenti con quei loro capelli tinti di un biondo davvero troppo innaturale, sorretti da quintali di lacca che si portano appresso lasciando la scia dappertutto.
Bene, sarà che ieri sera ho fatto una bella chiavata, infatti stamani ero contento, raggiante, brillante da restare quasi antipatico, e mentre servivo le zie gliel'ho detto: -belle tutte e tre, siete belle come il sole (ci stava bene un punto esclamativo ma lo trovo un'offesa all'estetica della pagina). E gliel'ho detto mentre stavo affettando del prosciutto cotto per la Delfina, e questa mi guarda e mi dice:- no, la schiacciata non mi serve, riscaldo quella di ieri-. Allora la Mary s'è messa a ridere dicendomi che la Delfina non aveva capito perché tremendamente sorda, quindi la guarda e le dice: - ha chiesto se ti è passato il dolore al femore-.
Allora le guardo entrambe e faccio come a dire sì colla testa. Delfina inizia un soliloquio infinito riguardo a quel dolore, parla di risonanze, di agopuntura, di creme, di dottori e di pasticche, orari d'ingerimento, resoconto della pressione relativo alle ultime settimane, gradi mancanti alla vista e via discorrendo a ritroso fino a dirmi che a cinque anni ha avuto i gattoni.
Tutto questo mentre la zia Ernestina ogni tanto si intrometteva nel discorso sostenendo che nel pesto, il vero pesto, quello alla genovese, ci vuole una patata nell'acqua di cottura della pasta.
Perciò discorsi senza né capo né coda, e tutte sembravano d'accordo, tutte concordanti in diversi punti del discorso tranne che per il pesto. Infatti, mentre la Delfina rimuginava sul fatto che forse non erano i gattoni ma il morbillo, Mary diceva forse ci stava bene anche un pugnello di fagiolini insieme alla patata, ma qui Ernestina è intervenuta con forza, dicendo che una mezza mela non c'entrava proprio nulla.
Mondo parallelo il loro, mondo sorprendente, attorniate da cose che non sono state dette, vivono in un mondo di fraintendimenti ma che comunque sta in piedi.
Mentre le osservavo che lentamente uscivano, mentre mi salutavano ed io ricambiavo, mi son detto che devo stare qui, qui tra la mia gente, a parlare di loro. Inutile rompermi la testa a cercare di scrivere un racconto parlando di cose che non esistono e via discorrendo.
Poi, farò un po' come mi pare, fortunatamente, qui, non devo render conto a nessuno.
Sì, lo so, di questa riflessione forse non ve ne importava un fico secco, era solo per scrivere qualcosa.