domenica 27 ottobre 2013

La rapina.

E glielo dissi a Giuseppe. Glielo dicemmo tutti che doveva essere più accorto. Che vada a farsi fottere quel testone di un pugliese. Per un'impresa storica come quella che ci approssimavamo a compiere, dovevamo essere puntuali in tutto e fare appostamenti a tutte le ore, grafici, foto, riprese e tanti calcoli. E l'abbiamo fatto. E Giovanni aveva ragione, dovevo dargli retta. Ma ancor prima di Giovanni, dovevo dar retta a Marco, il quale, fin da subito, aveva specificato che un colpo col pugliese era rischioso farlo. Che idea strepitosa, che piano perfetto stavamo mettendo in pratica se quel cretino non avesse mandato tutto per aria. E Marco doveva essere più fermo nella sua convinzione, se non si fosse fatto corrompere dal garage e dall'euforia di Giuseppe, a quest'ora eravamo tutti pieni di soldi a tirare coca sul davanzale di un qualche albergo con vista su qualche mare. O forse è andata bene così, ho deciso di farmi prete.
Era una mattinata tranquilla come al solito, avevo fatto il mio giro per i licei e avevo venduto qualche pasticca e un po' di fumo a quei pischelli, quando il mio cellulare squillò. Ai numeri sconosciuti non rispondo mai, e quel numero non era sconosciuto. Era il numero di Giovanni. Se mi chiama la mattina, di solito, è perché ha finito il popper o gli servono due strisce per tirarsi su. Rispondo dandogli di frocio e il frocio mi dice di correre a casa sua che ha un'idea fantastica. Non corro ma vado di passo svelto. Come al solito mi apre in vestaglia e reggicalze, con la sua parrucca bionda e i suoi tacchi luccicanti, da vera troia. Prima di farlo parlare, gli dico di togliersi i vestiti da travestito che mi fa impressione vederlo così, poi preparo un fischione e metto il miro rotolo di soldi sul tavolo. La checca torna in toni, struccato e senza parrucca. Guarda i mie soldi e dice che ne ha guadagnati il doppio. Cazzo me ne frega, son contento di non avere il culo rotto ed il letto puzzolente di cazzo e culo. Prima di farlo parlare, ho ancora alcune cose da sistemare: spegnere la musica, accendere una luce forte e aprire un po' la finestra. Gli passo il fischione e mi dice di ascoltarlo con attenzione. Viene fuori che un suo cliente, nonché mio vecchio cliente, un tale detto Marco dei panini, era stato assunto come portalettere alle poste e sapeva come fare a ripulire la cassaforte senza rompimenti di coglioni. Gli serviva una squadra seria, quasi dei professionisti. Allora misi a fuoco il volto di quel Marco e mi ricordai che era un tipo serio, uno di quelli che non scherzano, uno che, se dice una cosa, quella cosa è giusta e basta. Nel nostro ambiente è uno che viene rispettato, ha all'attivo un centinaio di pestaggi e leggenda narra che abbia anche inculato un paio di tizi che non lo volevano pagare. Non mi torna tanto che sia stato assunto alle poste, ma il frocio mi dice che l'ha fatto solo per avere un fisso, che riscuotere la gabella dai paninari per conto di suo cugino non era poi più così tanto redditizio. Questa è la crisi, tocca tutti, paninari dimezzati, gente come Marco lasciata per strada. Il frocio va avanti a parla per parecchio, talvolta non lo seguo e poi gli strappo quel che resta del fischione e gli dico di spiegarmelo con un disegno che di mattina mi ci vuole un po' per capire. Morale della favola, ci manca un quarto per l'irruzione a mano armata. Dico che mi ci vuole un po' di tempo per pensaci su. La checca mi dà un bacio sulla guancia e mi dice di rilassarmi, così lo allontano con una gomitata sulle costole e gli dico che con me non attacca. Allora me ne vado, tranquillo come sono arrivato, con lo stesso quantitativo di sperma nelle palle, senza puzzo di profilattico nelle mani. Giovanni mi saluta, con quei sui occhi da cerbiatto appestato sembra dire: prima o poi te lo succhio, panzone pelosetto. Non faccio in tempo a chiudere la porta e sento che questa si riapre, vuole che gli lasci un paio di fischioni e qualche cartina, così a ufo, come compenso per avermi incluso all'impresa storica. Sanguisuga. Arrivo a casa mia, Tormento mi si truscia agli stinchi, apro una scatoletta per gatti e gliela butto a terra. Mi siedo sulla poltrona e penso che il piano è troppo rischioso, che alle poste ci sono troppe telecamere, c'è sempre il rischio che qualcuno voglia fare l'eroe, c'è il rischio che ci scappi il morto. Però devo dare una svolta alla mia vita, mi son rotto di spacciare, sempre all'aperto, freddo e caldo, pioggia e vento. Allora mi preparo un coccio si sola erba, me lo fumo con sentimento per smettere di pensare agli eventuali imprevisti del piano e anche al piano stesso. Devo liberarmi la mente. La stanza è avvolta dalla nebbia che mescola i confini delle cose, cose che perdono il loro stare, tutto ruota delicatamente in senso orario, ogni rumore si affievolisce e finalmente mi rilasso. La mano destra mi scivola lungo la pancia, mi accarezza i peli pubici, poi scende ancora e inizia a palpeggiarmi il pisello che lentamente s'indurisce. Mi faccio una sega pensando a Moira Orfei, poi mi addormento senza pulirmi.
Mi svegliai che era sera tardi, le sette passate. A svegliarmi fu Tormento che sbatteva quella dannata scatoletta per terra. Ha sempre fame quel bulimico del cazzo, mangia e va a vomitare in terrazza, vomita e poi ha fame, mangia e vomita. Il suo essere bulimico mi crea una serie di problemi che lentamente sto risolvendo, primo tra tutti è che quella vacca del piano di sopra si lamenta che sente puzzo, che la sua finestra di cucina è proprio sopra la mia terrazza. Quindi, se Tormento vuol continuare con la sua bulimia, e penso che ognuno debba essere libero di fare quel che gli pare, quando me ne ricordo, dopo che ha mangiato, lo porto in bagno e gli poggio le zampe sul cesso. Lentamente lo istruisco. Per ben due volte ha vomitato nella tazza. È un gatto molto intelligente. Gliel'ho spiegato alla vicina, ma quella stupida ha detto che dovevo farmi curare. Ho provato a dirgli di lasciarmi in pace, anche con qualche gesto intimidatorio, tipo l'altra settimana  ho appiccicato una gomma da masticare sul sul campanello alle due di notte mentre andavo a casa di uno che voleva dell'erba. Ma nulla da fare. Il giorno dopo mi ha bussato alla porta e, mentre vociava come una matta, io a bocca spalancata mi passavo la lingua sulle labbra mentre avevo gli occhi ribaltati e mi muovevo in maniera libidinosa come fa sempre Giovanni. E non ho capito un cazzo di quel che diceva, tranne quel suo “fatti curare” che però dice sempre. Ma tornando a noi, la sera della mattina che mi fu esporto il piano, andai a cena da Giovanni senza che mi avesse invitato, mi presentai a casa sua, era vestito come ogni normale cristiano, e ordinammo una pizza. Forse il vero sbaglio lo commettemmo quella sera, quella sera che, strafatti come cani, ci mettemmo alla televisione a guardare un film che parlava di una rapina a mano armata in una banca. Lì, tutto si fece chiaro, tutto si collocò al suo posto, il caos smise di regnare e, forse sono un po' avventato nel dire questo, ma Dio m'illuminò. Ci mancava un nero, il quarto doveva essere di colore. Perché tutto andasse bene, Dio aveva mandato su Italia1 quel film proprio quella sera, Dio aveva voluto aiutarci. E allora piansi, piansi e pensai che quando da piccolo mi rompevo i coglioni a fare il chierichetto in chiesa e tutto mi sembrava inutile, in realtà non lo era, Dio mi stava ringraziando per i servigi svolti tanti anni addietro. Il nero chi? Che nero cercavamo? Giovanni non aveva assistito alla mie estasi, alla mia illuminazione, lo svegliai e gli dissi che ci serviva un nero. Mi guardò e mi disse che aveva avuto bisogno di un nero tanti anni fa, che come i neri non c'è nessuno. Frocio. Gli dissi di chiamare Marco, chiama Marco cazzo! Digli di venire qui subito! Dopo un'ora e mezzo si presentò Marco. Giovanni era stato a vestirsi e a truccarsi perché non voleva farsi vedere in quelle condizioni da un suo cliente, uscì dal bagno che davvero sembrava una donna con il profumo e tutto, e gli dissi di non sedersi vicino a me. Arrivò Marco e i due si dettero un bacio sulla bocca, a stampo. Mi venne da vomitare all'istante ma il bello doveva ancora arrivare. L'apice dell'oscenità lo raggiunsero quando, seduti sul divano, Giovanni mise le sue gambe sopra a quelle di Marco e questo gliele accarezzava e diceva che glielo faceva diventare duro. Una scena tremenda. Marco era sempre uguale, proprio come me lo ricordavo, con quei ricciolini ingelatinati sulla fronte, proprio a deficiente, sempre gonfio di palestra, quel suo solito tatuaggio sul collo, tatuaggio che lui sostiene essere una tigre ma che a me sembra una macchia, anelli ai mignoli e stessa strafottenza tipica di chi va in giro a riscuotere gabelle. Gli dissi che ci voleva un nero. Che avrei partecipato all'impresa solo a condizione che il quarto fosse un nero. Iniziò a dire che dei neri non ci si poteva fidare, che l'idea era la sua e che un nero non ce lo voleva. Giungemmo a un compromesso. Un mulatto andava bene ad entrambi. Tra una fischione e un altro, dopo quasi due ore a scervellarci su chi potesse fare al nostro caso, venne fuori il nome di Giuseppe. Marco non lo conosceva, Giovanni storse un po' la bocca ma poi disse sì. Erano le quattro del mattino, secondo me faceva freddo, oggettivamente in dicembre è freddo, ma Marco decise comunque di uscire in canottiera, da vero uomo. Giovanni si mise una pelliccia di finto leopardo e io un giubbino preso a caso tra gli abiti normali dall'armadio del padrone di casa. Si decise di andare a cercare Giuseppe. Non fu difficile trovarlo. Gli suonammo il campanello di casa. Dopo aver lasciato la Smart di Marco in doppia fila e con le quattro frecce accese, sì, una Smart di quelle a due posti, e sì, guidavo io mentre Giovanni, estremamente a suo agio, era seduto su Marco. Mi attaccai al campanello per parecchio, poi quel testone del pugliese s'affacciò, con quei baffoni inconfondibili. La prima cosa che disse fu: sto lavorando di brutto, andatevene o chiamo la polizia. Marco si fece intendere in poco tempo dicendogli che se non avesse aperto veloce, avrebbe incendiato il palazzo intero. Dopo poco s'era tutti a sedere nel soggiorno di Giuseppe, io con una birra in mano, i fidanzatini anche, il pugliese beve solo rum. Lo avevamo interrotto durante la scrittura del suo nuovo libro. Mi sentii in colpa per uno o due secondi, forse meno. Colpa di che? Cazzo è 'sta colpa che mi dice sempre mia sorella? Scrive tirando coca, Giuseppe dico, la mia coca, la migliore coca di tutto il centro Italia. Per l'occasione ci offrì un giro a tutti, il primo fu davvero leso, ma poi in secondo e il terzo e tutti gli altri furono notevoli. Iniziammo a parlare del piano che erano le due del pomeriggio, ma dopo qualche minuto s'interruppe tutto perché il rum era finito e andammo a rubarne due bottiglie al negozio di alimentari in piazza, da quel coglione che fa il ganzo perché studia filosofia. Eppoi, che cazzo è la filosofia? Ogni tanto saltano fuori dei paroloni che non capisco, tipo olocausto, imene, glande, segregazione, una volta a radio Maria parlavano dell'immoralità dell'eutanasia: ma che cazzo è l'eutanasia? E l'immoralità? Cazzo mi fanno incazzare di brutto quando dicono le cose a caso, la gente non sa parlare. Alle cinque tutto era chiaro, dopo sessanta grammi di coca avevamo già fatto la rapina e tutto era okay, mentalmente, s'intende. Marco e Giuseppe sembravano amici da sempre, per la prima volta in vita mia trovai carina Giovanni, giuro che pensai fosse davvero una donna. Giovanni preparò uno schema con le cose da fare e da comprare, quattro pistole, quattro passamontagna, una macchina fotografica, una cinepresa, delle penne funzionanti, fogli, federe di cuscini da riempire di soldi, guanti in lattice, scotch per tappare la bocca a quelli della posta, io inclusi una portantina per Tormento che avrei dovuto portare con me, Marco volle aggiungere due barattoli di gelatina, Giuseppe del dentifricio. Ci mancava una base, il quartier generale in cui progettare tutto con calma, un posto sicuro ma non troppo distante, Giuseppe non ha la patente. Decidemmo per il suo garage. Fummo tutti d'accordo. Fissammo per l'indomani nel garage di Giuseppe con tutta la roba. Tornando a casa, Marco mi disse che con un pugliese era rischioso lavorare, che forse era meglio trovare un altro complice, e Giovanni annuiva. Poi si baciarono, colla lingua. Quella notte non riuscii a dormire, non so perché ma avevo un po' di pensieri. Ne approfittai per riordinare casa, e feci davvero un bel lavoro, non so che ora era ma mi venne voglia anche di imbiancare la cucina e allora andai a suonare alla mia vicina isterica per sentire se aveva della vernice, ma mi mandò a quel paese dicendomi che avevo bisogno d'aiuto. Ma cosa vuole la gente? Quella è pazza. Non imbiancai ma feci un monte di cose, passai anche l'aspiratore dappertutto, non l'avevo mai usato, me l'aveva regalato Giovanni un Natale di parecchi anni fa. Ecco, lì feci una stronzata perché non sapevo che poteva essere riutilizzato, la mattina lo buttai nel cassonetto insieme ad un lenzuolo che avevo riempito di cose che non usavo mai o che erano rotte. Facevo i preparativi per la mia nuova vita, lontano da quel cazzo di palazzo dove la gente ha sempre qualcosa da dire. Mi presentai al quartier generale alle sei del pomeriggio, bello docciato e con le unghie tagliate, ma non avevo comprato nulla perché mi ero dimenticato cosa spettava a me. Mi portai appresso Tormento. C'era un fermento in quel garage che sembrava stesse succedendo chissà cosa. C'erano anche due tizi che non avevo mai visto, poi scoprii che erano parenti di Marco e che stavano scaricando roba da un camioncino, tutta roba rubata, per noi. Tra l'altro, ci ho rimesso anche dieci grammi di fumo perché Giuseppe mi disse che dovevo ringraziarli. Io dovevo ringraziarli? Cazzo vogliono da me? Glieli detti perché sono un signore, un nobile di spirito. Quei raccattati. Marco aveva buttato giù una parete, aveva sfondato il garage accanto perché ci voleva posto, non chiese a nessuno se poteva, aveva voglia di sentirsi maschio e si mise a buttar giù una parete, così, perché ci serviva posto, perché nessuno deve dirgli cosa fare o non fare. Dei dubbi del giorno prevedente, riguardo al pugliese, nessuna traccia. Effettivamente creammo un bell'ambientino, davvero confortevole, quei raccattati ci avevano portato due divani, una scrivania, due computer, una libreria in ferro, un ventilatore, un termosifone elettrico, due tappeti persiani, sette o otto casse di birra, una chitarra e un sanitrit, sì, un cesso. Tutta roba pagata da me con dieci grammi scarsi di fumo da vendere ai pischelli, roba di scarto. Sono nato per gli affari. Il frocio arrivò che era tutto sistemato, arrivò vestito come piace a lui, profumato proprio come la regina dei travestiti. La prima cosa che disse fu, lo ricordo come se fosse ora: è magnifico! E guardate cosa ho comprato, una parrucca nuova! Ma che troia, una parrucca rossa a caschetto che mi faceva effetto a toccarla. E se la mise subito, e fece due piroette, e disse di essere felice. Delle cose che ci servivano non c'era nulla, tutt'e quattro si provò ad accendere i computer ma non ci riuscì. Giuseppe era il più gasato di tutti, buttò sul tavolo della coca e ci mettemmo a spippare. In quel garage, sottoterra, non si vedeva se era giorno o notte, tuttavia sapevamo che il nostro gruppo era unito, solido come qualcosa si solido. Marco volle mettere subito le cose in chiaro, mi disse che non si serviva più da me non perché gli avevo dato roba poco buona, solo che anche il marito di sua sorella s'era messo a spacciare e non voleva fare un torto alla famiglia. Mi abbracciò. Un gruppo unito. Ad un certo punto smettemmo di parlare, solo un ronzio di sottofondo increspava il silenzio, ed io mi ritrovai a coccolare il collo di una rossa bellissima, che pensai Dio mi avesse inviato dal cielo per ringraziarmi di aver servito messa, a dieci anni. Poi mi ripresi, stavo sbaciucchiando il collo di quel frocetto di Giovanni che stava dormendo. Tutti dormivano, presi in collo Tormento e andammo fuori, sotto il pilotì, a fumare una sigaretta e fare due passi. Dopo poco, s'accese la luce delle scale, una mamma con due bambine dal grembiule blu e la cartella scesero le scale. Le guardai, mi guardarono, ci guardammo. Poi guardarono Tormento che si stava facendo i cazzi suoi e mi chiesero che potevano accarezzarlo. Dissi di no, che era velenoso. E giuro che mi dispiacque, povere bambine. Velenoso? Tormento velenoso? Non so perché mi venne da dire così, ma lo dissi. Dopo che le bambine e la mamma se ne andarono, c'è da dire che a quella donna non aveva affatto patito le due gravidanze e che aveva un culo da scopare per ore, pisciai sull'erba e poi mi scappò anche un po' di merda e la feci, senza pensare, così, come si faceva da ragazzi. Tornai dagli altri e mi misi a dormire. Poi Giuseppe mi svegliò, disse che avevo dormito per due giorni interi, e davvero mi sentii riposato. Era il giorno degli appostamenti, dovevamo andare a vedere tutto e prendere nota. Giuseppe spippò un paio di grammi per tranquillizzarsi. Arrivammo alla posta che erano le undici meno venti, Giuseppe mi disse di annotare tutto quello che vedevo, tutto. Poi Giovanni mi portò con sé dentro l'edifico, fu la prima volta che entrai alle poste. Mi disse di essere rilassato e di prendere un numero, che quando sarebbe toccato a me di presentarmi allo sportello e chiedere informazioni per aprire un libretto. Allora, quando toccò a me, chiesi come fare per aprire un libretto, e la tipa mi chiese che tipo di libretto volessi aprire, ed io avvicinai i palmi delle mani uno di fronte all'altro, separati da qualche centimetro, e dissi che era un libretto normale, mi venne in mente un libretto che avevo visto a casa di Giuseppe, e dissi che aveva il sopra blu con un scritta nera, che era un libretto semplice, un libro, cazzo. Lei si mise a ridere e anch'io lo feci, risi senza sapere perché si stava ridendo, so di essere simpatico e anche abbastanza bello, ma lei ci stava provando, gli era preso voglia di fare la gattamorta. Poi Giovanni mi prese a braccetto, guardò quella troia che voleva un po' di cazzo alle undici del mattino e le disse di non farci caso. Io ci rimasi. E quando si uscì feci una parte di merda a Giovanni e gli dissi di non intromettersi più nelle mie questioni amorose, e di non toccarmi mai più. Giuseppe disse che era andato tutto benissimo, ma a me giravano perché quella era una chiavata sicura. Poi si vide arrivare Marco, col motorino, non sembrava neanche lui col casco e con quel giubbotto blu e giallo. Si fermò proprio davanti a noi con una sgommatina da pirla quattordicenne, poi dette gas col freno tirato e disse che aveva bucato la marmitta per essere fico. Poi andammo tutti al garage. Marco espose nuovamente il piano nei dettagli: come avete visto, ci sono sei postazioni e sei tipe che ci lavorano, poi c'è il dietro e ci lavorano in altri due, lì dietro c'è la cassaforte e all'esterno c'è solo una guardia. Noi entriamo col passamontagna, ordiniamo a tutti di buttarsi a terra, due restano nella sala d'attesa con le pistole puntate, gli altri due vanno alla cassaforte, se la fanno aprire, riempiono le federe di soldi, poi escono e vanno al parcheggio dove ci sarà la macchina che lasceremo accesa, poi escono gli altri due, sparano due colpi in aria e montano in macchina. Usciamo dal parcheggio e veniamo al garage, ci dividiamo i soldi e ognuno va dove gli pare, fine dei giochi, bye bye, ourevoir, ci si becca tra qualche anno quando le acque saranno calme. Fu a quel punto che Giuseppe fece una domanda che a me parve davvero intelligente. Disse: ma non suonano l'allarme? Allora lì Marco si stizzì un po', disse che forse lo avevamo preso per un cretino o cose del genere, dette una pedata al divano col mancino, poi fece tipo una fica avvicinando il pollice all'indice per poi portarsi la punta di queste dita tra le due sopracciglia. E stette in silenzio. Si scusò per non avercelo detto prima e disse: allora, gli interruttori dell'allarme sono sotto le scrivanie, proprio appiccicati alle cosce di quelle tipe, durante il giorno lo premono sbadatamente un centinaio di volte, l'allarme suona ma non arriva la polizia che ormai c'è abituata, non ci fa caso, suona l'allarme ma loro se ne fregano, non è importante. Allora mi venne spontaneo di chiedergli chi glielo aveva detto e mi disse che ci lavora sua cugina, disse che al secondo sportello da destra c'è sempre sua cugina. Io ero andato proprio a quello sportello e così proprio spontaneamente gli dissi: quella gattamorta cerca cazzo alle undici del mattino è tua cugina? Vidi il suo braccio che si alzò, poi mi svegliai dopo due ore, sulle ginocchia di Giovanni che aveva la parrucca rossa e mi teneva un sacchetto di minestrone congelato sul naso rotto. Poi facemmo la pace, Giovanni mi disse che Tormento mi aveva vendicato vomitando sui pantaloni di Marco. Ci facemmo un po' di strisce, il mio naso tornò nuovo, non sentivo più dolore, il piano andava avanti, nulla poteva dividerci ancora. Stabilimmo i compiti: io dovevo contare quante persone entravano dalla mattina alla sera per un mese intero, Marco doveva fare il suo lavoro senza problemi, Giovanni doveva ammaliare la guardia, farci amicizia e poi scoparselo la mattina della rapina e imbavagliarlo e legarlo, Giuseppe doveva entrare ogni mattina ed inviare ogni giorno un pacco vuoto al garage, per conto del suo datore di lavoro, tanto sanno una sega se ha o no un datore di lavoro. Andò avanti così per sei mesi. Io sapevo tutto, sapevo riconoscere le persone dalle macchine che arrivavano, ormai sapevo i nomi di tutti, a qualcuno vendevo anche un po' di roba. Giovanni s'era scopato una sessantina di volte la guardia e a Marco avevano dato pure l'aumento. Volevo bene a tutti, dipendenti e clienti, direttore e guardia. Una tipa del mercoledì mattina mi faceva impazzire, portava sempre i pantaloni da ginnastica aderenti e si vedeva la forma di quella sua bella fica, sembrava uno zoccolo di cammello. Che vacca. Anche al garage le cose andavano per il verso giusto, decidemmo di sfondare altri due garage e di trasferirci tutti là sotto, Tormento smise di essere bulimico, così, dalla mattina alla sera. Giovanni riceveva in una stanzetta ricavata nel garage, io vendevo roba dalla finestra in fondo al corridoio e avevo smesso di rischiare a viso scoperto, e di prendere freddo. Giuseppe scrisse due libri che nessuno di noi ha mai letto. Secondo me non ha scritto un cazzo. Quella era la nostra casa, noi tutti come una grande famiglia, professionisti nel proprio ambito uniti insieme per creare una forza unica, tutti insieme come in nazionale, un gruppo di fuoriclasse per un'impresa epica che avrebbe cambiato le nostre vite per sempre. La mattina del due luglio, dopo ben sette mesi di lavoro, schemi e grafici a torta fatti da Giovanni che nessuno capiva, tre quaderni di quelli grossi con il conto della gente che entrava e usciva, un'infinità di pacchi spediti a noi stessi e una talpa che godeva della stima di tutti i dipendenti della posta: eravamo pronti. Quella sera non dormimmo, ci tirammo un etto di coca, ed eravamo super carichi, mi feci un milione di volte il segno della croce e improvvisai anche qualche preghiera. Misi Tormento a dormire in una scatola di cartone che avevo bucato per farci entrare l'aria, poi feci un paio di giri di scotch, avevo paura che scappasse proprio quella notte. Si partì con la macchina di quel cretino di Giuseppe, nello zaino avevo tutto, pistole che presi da un napoletano a marzo, passamontagna, federe, guanti per non lasciare impronte, quaranta grammi di coca, una bottiglia d'acqua che magari ci prendeva sete, una penna e poi non mi ricordo il resto. Si parte e tutto va bene, la sera prima s'era anche messo dieci euro di benzina, ormai che s'era lì gli si dette un'aspirata veloce, Giovanni aveva anche controllato se mancava l'acqua per i tergicristalli. La mancava. Ce la mise. S'era pronti per il colpo. Poi guarda chi ti vedo, proprio svoltata la seconda curva, sbam, carabinieri in mezzo alla strada con paletta rivolta a noi. Marco perde la testa e inizia a vociare:chi ha fatto la spia! Ci hanno beccato! No! È tutto perfetto! Non può finire così! Giuseppe si ferma educatamente, i due ci guardano un po' perplessi, quattro cocainomani di cui un transessuale colla parrucca rossa e una giacca di finto leopardo, un palestrato dai capelli ebeti sulla fronte e una macchia sul collo, un mulatto coi baffi come Garibaldi e me, uno spacciatore dall'aria slavata, con la barba come un ebreo, un cappello da rapper, il naso gonfio ma funzionante, completamente imbambolato da quella situazione. Giuseppe fornì patente e libretto, risultò che la macchina è rubata. Mancava anche l'assicurazione, il bollo e poi altro. Penso che non è possibile essere così stupidi, porco di un cazzo come fai ad avere una macchina senza assicurazione, porco di un cane, se rubi una macchina va bene, ma guarda se è assicurata, cazzo, sono le regole, minchia puttanaccia, vatti a fidare di un pugliese. Ci fecero scendere dalla macchina e, in quel preciso istante, davvero ebbi la conferma che Dio esiste: la macchina esplose, un botto pazzesco e una montagna di fuoco davanti a noi, fumo, scoppi, vetri infranti. Lo capici? Dio ha evitato che ci beccassero con la coca e le pistole! Dio ha evitato il peggio. Allora scappammo di corsa al garage, ci rifugiammo lì senza essere visti da nessuno. Lì partirono le offese al pugliese. Marco cercava dell'acido per sfigurarlo, io che lo calmavo e gli dicevo: Dio esiste! Non lo capisci che esiste? Prima la televisione, poi la macchina che esplode, questo è Dio! E torna tutto, torna tutto! Il piano svanì così, per la poca accortezza di Giuseppe, per la poca attenzione rivolta ai dettagli. Macchina rubata, senza assicurazione. Questa è superficialità. Da quel giorno non li ho più visti, presi le mie cose dal garage, la scatola con dentro Tormento e me ne andai. Girovagai per un po', ma ora sto bene qui,forse mi farò prete, ma se trovo qualcuno in gamba, mi sa che riprovo a fare la rapina.

venerdì 20 settembre 2013

"Le zie"

Sì, davvero, ho provato con tutto me stesso, lo giuro su chi vi pare. Non va, non ci riesco, odio le cose troppo false, artificiose, ipercostruite. Ho provato a scrivere un racconto non realista, ma proprio non ci sono riuscito. Tipo m'ero buttato sulla fantascienza e cose del genere, roba sulla fine del mondo e minchiate varie. Niente da fare, ho provato, ma non va, non fa per me.
Poi, questa gente che ci circonda è troppo bella per tacerne l'esistenza. Per dirne una, oggi ero in bottega che servivo le mie clienti più affezionate, tre tizie che chiamo zie perché le conosco da sempre, ma non sono davvero le mie zie.
Delfina Costi, Mary Banfi ed Ernestina Borelli. Donne impeccabili nei loro novanta e rotti anni, adorne di gioielli, col rossetto fin sulle guance, avvolte nei loro vestiti cuciti a mano, lucenti con quei loro capelli tinti di un biondo davvero troppo innaturale, sorretti da quintali di lacca che si portano appresso lasciando la scia dappertutto.
Bene, sarà che ieri sera ho fatto una bella chiavata, infatti stamani ero contento, raggiante, brillante da restare quasi antipatico, e mentre servivo le zie gliel'ho detto: -belle tutte e tre, siete belle come il sole (ci stava bene un punto esclamativo ma lo trovo un'offesa all'estetica della pagina). E gliel'ho detto mentre stavo affettando del prosciutto cotto per la Delfina, e questa mi guarda e mi dice:- no, la schiacciata non mi serve, riscaldo quella di ieri-. Allora la Mary s'è messa a ridere dicendomi che la Delfina non aveva capito perché tremendamente sorda, quindi la guarda e le dice: - ha chiesto se ti è passato il dolore al femore-.
Allora le guardo entrambe e faccio come a dire sì colla testa. Delfina inizia un soliloquio infinito riguardo a quel dolore, parla di risonanze, di agopuntura, di creme, di dottori e di pasticche, orari d'ingerimento, resoconto della pressione relativo alle ultime settimane, gradi mancanti alla vista e via discorrendo a ritroso fino a dirmi che a cinque anni ha avuto i gattoni.
Tutto questo mentre la zia Ernestina ogni tanto si intrometteva nel discorso sostenendo che nel pesto, il vero pesto, quello alla genovese, ci vuole una patata nell'acqua di cottura della pasta.
Perciò discorsi senza né capo né coda, e tutte sembravano d'accordo, tutte concordanti in diversi punti del discorso tranne che per il pesto. Infatti, mentre la Delfina rimuginava sul fatto che forse non erano i gattoni ma il morbillo, Mary diceva forse ci stava bene anche un pugnello di fagiolini insieme alla patata, ma qui Ernestina è intervenuta con forza, dicendo che una mezza mela non c'entrava proprio nulla.
Mondo parallelo il loro, mondo sorprendente, attorniate da cose che non sono state dette, vivono in un mondo di fraintendimenti ma che comunque sta in piedi.
Mentre le osservavo che lentamente uscivano, mentre mi salutavano ed io ricambiavo, mi son detto che devo stare qui, qui tra la mia gente, a parlare di loro. Inutile rompermi la testa a cercare di scrivere un racconto parlando di cose che non esistono e via discorrendo.
Poi, farò un po' come mi pare, fortunatamente, qui, non devo render conto a nessuno.
Sì, lo so, di questa riflessione forse non ve ne importava un fico secco, era solo per scrivere qualcosa.

martedì 10 settembre 2013

"Si prova"

Bene. Cane bastardo di un foglio bianco: a noi.
Pipe che fumano, comignoli che sculettano, dita che saltellano, tedeschi che rastrellano.
Notte che rende indefinito tutto, profili, oggetti, ricordi. Notte che non vedo ma che mi avvolge, oscurità che apre la strada a nuove percezioni del tutto inesplorate. Ciechi e veggenti. Visionari che con difficoltà accettano di tornare alla realtà. Dicono: no! Voglio tornare a conoscere come il folle!
E folle è la mia disperata ricerca di concentrazione. Ispirazione annidata da qualche parte del mio corpo come un virus che esplode quando poi gli pare. No, son piani diversi. Come? L'ispirazione potrebbe esserci ma è come se mi mancassero i mezzi. Resisti. Resisti. Ti saresti bevuto anche le tue lacrime, ti sei anche leccato le braccia sudate.
Si cerca il coraggio di scrivere da sobri.
E le stelle girano. Dire che la terra è rotonda è come dire che esiste un qualcosa di perfetto e sommamente intelligente dal quale noi tutti siamo stati creati. Davvero, per me la terra è piatta.
Pensi che nella tua vita hai scritto solo nei momenti difficili, in quei momenti in cui non sapendo dove andare resti fermo e fai una cosa che pare fine a se stessa ma poi, in realtà, ti aiuta a chiarirti le idee e a vederci più chiaro. E accade così, senza pensarci troppo. Tipo la notte che dischiude l'invisibile. Forse non ho più bisogno di scrivere, se i miei conti tornano, se questo tempo si scandisce regolarmente, tra sei anni ci sarà un'altra crisi e quindi le coNdizioni ottimali per tornare a narrare storie. Ma è una cazzata, fate conto che non abbia detto nulla. Mi sono promesso di non cancellare nulla, di lasciare ogni parola, errori compresi (vedi N maiuscola a condizioni).
E i ragni tessono trame che a noi non fanno paura, ma questa povera mosca sopra la mia testa ne è rimasta vittima.
Voi tutto bene? Lo spero.
Dai, sono a un passo da una svolta, si scrive senza spinta. Scrivo anche se tutto va bene, tutti mi dicono che sono (e penso di esserlo per davvero) una persona allegra e solare. Dunque proverò a raccontare qualcosa di allegro e di positivo. Sì, senza farci caso ho già riempito mezzo foglio ed è andato tutto bene, non ho detto un cazzo ma intanto inizio a ritagliare parole.
Vi racconterò altre storie, è questione coraggio. Lo sto trovando.

sabato 8 giugno 2013

L'eterno ritorno.

Nottetempo ti aspettavo, volevo risentirti, domandarti qualcosa come si faceva un tempo.
E penso che sia stato tempo perso, ore tolte alla vita.
E Iris mi aveva avvertito per tempo,
sapevo già tutto prima che tu arrivassi:
c'era scritto sui sassi su alla stazione,
mente un vecchio dal cappello nero saliva su un treno che faceva ciuf ciuf e due ragazzi si baciavano accarezzandosi il volto.
Lì l'ho capito.
Ho capito che saresti tornata vestita con un qualcosa di rosso
e un fiore tra le mani o nei capelli mentre un po' di vento muoveva piante, senza dar noia a nessuno.
Ora guardo i tuoi mignoli smaltati,
e non so più che dirti.
Mi obblighi a restare fermo, mentre tutto corre, e i cespugli crescono e le rane cantano e l'aria fa nitriti forti tra gli alberi nuovi.
Un tempo eri la spinta giusta per riflettere, per scrivere qualcosa.
Ora non ho più voglia.
Aspetto solo che tu te ne vada: non ho niente da dirti.


sabato 18 maggio 2013

Al marchese Santini.

Fraterno augellin, come sopravvivi al tuo pensier? Come sopporti quel duce che ti domina?
Per lo stesso oceano galleggiamo, dallo stesso tormento siam dominati.
Al dì e alla sera, non abbiam pace.
Condividiamo il nostro male, ne tracciam l'immensa potenza.
Infinita brama c'assale, che sia glabra come il palmo di questa mano, o folta come la mia testa, sfumata o ricamata: la amiamo. È portatrice di una bellezza disumana, indescrivibile.
E tu, e tu, come ti liberi dall'idea della reina?
Frale io son.
Quando sen giva il giorno, ignudo e solo, nel bagno, con l'ano sospeso su una pozza d'acqua, io nel pensier mi fingo un albero grimo di quei frutti. Frutti d'ogni specie. E mi scaldo.Li mangio e il loro succo scende dalla mia bocca giù lungo il collo e poi sul petto.
Il membro s'indurisce, colla mancina lo strangolo ritmicamente fino a che un sussulto mi dà i brividi dappertutto e il tormento s'acquieta.
Ma la speme che me ne sia liberato per l'eternità, è breve.
Appena son sul fianco, eccolo che torna e nottetempo mi fa compagnia.
Fraterno augellin, a noi la vita è male.

domenica 3 marzo 2013

Troppe pecore.

Sono passati ormai alcuni giorni da quando è avvenuto questo fatto.
Credo sia arrivato il momento buono per raccontarlo. Due volte all'anno, ormai da tre anni, prendo il treno e vado in Romagna a scopare con la mia professionista di fiducia.
È per me diventato un rito, una sorta di benedizione con valenza semestrale rinnovabile solo lì, solo da lei, in quella palazzina anni settanta, da quella biondona non tanto bella ma tanto porca che rimetterebbe al mondo il mio povero zio Carmine. Pace a lui.
Arrivo sempre tutto lavato, profumato, con la gelatina nei capelli, coi peli del pube spuntati e le mutande nuove. Le prime volte partivo eretto e stavo così fino all'arrivo, quello del treno e l'altro. Ma non voglio parlare di come sia salutare andare con una mignotta. Poi, qualcuno mi conosce, e questo qualcuno sa che cerco sempre di scrivere cose che non siano da bollino rosso o banali. Almeno ci provo. Certo, non sarebbe banale raccontare delle strane mosse provate, delle mie sensazioni, degli strani versi di quel demonio, di quella sua fissazione per la pecorina.
Ma lasciamo stare. Bene, principiamo per dire che non sono entrato in quella palazzina nonostante sia montato in treno e sia arrivato fino in Romagna e mi fossi spuntato i peli e tutto. Avevo fissato ma non mi sono presentato, spero non se la sia presa. Non per giustificarmi, ma tra il lavoro ed un esame mostruoso che sto preparando sono un po' stressato e volevo andare a farmi dare una bella benedizione.
Quel che vale la pena raccontare, almeno penso, è ciò che mi è capitato in viaggio, all'andata, seduto sul treno, col quaderno sulle ginocchia e con la penna nella mia mano dalle dita tozze.
Era una giornata piovosa, da queste parti, in inverno, piove sempre. È successo lo scorso mercoledì, dieci giorni oggi, giusto per essere precisi.
Mi siedo, il treno parte.
La mia mente vola in quella stanza dalle pareti spoglie e a quello specchio sul soffitto, con l'immaginazione fermo le immagini della memoria e le arricchisco con immagini di fantasia che vedono me attorcigliato a quel corpo possente ma molto femminile in stravaganti posizioni da far invidia ad un professionista.
Qualcuno mi urta la spalla.
Mi volto, è un uomo anziano e storpio, vestito molto bene, distinto, educato.
Mi chiede scusa e gli domando se sta bene. Ha tra le mani un mazzo di fiori.
Dice di sì, poi mi domanda se può sedersi davanti a me. Dico sì, che non ci sono problemi.
Si siede sputando aria dalla bocca con delicatezza dopo essersi tolto un giubbotto di quelli lunghi che hanno un nome preciso ma che ora mi sfugge. Capelli bianchi bianchi tagliati da poco e messi tutti da una parte, viso grinzoso, dentiera linda, una faccia grande ma non grassa e basette tagliate al filo degli orecchi.
Guardando oltre il vetro, mi dice che ama la pioggia . No è una semplice frase di circostanza e l'apprezzo fortemente. Rispondo che la pioggia ha il suo fascino ma preferisco le giornate di sole. Sorride. Dice che tutti i giovani amano il sole e le belle giornate, che il sole è ciò che più li rappresenta.
Forse è vero anche se per un mio amico non è così, ma non glielo dico e muovo la testa come a dire che forse è vero.
Sono a mio agio.
Dalla tasca del mio giubbotto tolgo il taccuino e la penna. Apro al segno e rileggo le fondamenta per un racconto che oramai non scriverò più perché ci lavoro da tanto e mi è venuto a noia. Succede spesso. Mi porto le mani alle tempie e poi sugli occhi, faccio come per togliermi le cispe, sbuffo.
Forse ho la febbre, ho dolori dappertutto, specie alle giunture delle ossa. Chiudo gli occhi. Apro l'occhio sinistro e vedo l'uomo che ama la pioggia che guarda ancora fuori con sguardo amorevole. Ha gli occhi verdi e profondi, tanto profondi che più li guardo e più vorrei guardarli per vedere fin dove portano.
Direi che sono uno di quegli scrittori fissati coi volti e con gli occhi, spesso ne resto incantato, spesso sono il punto di partenza per uno dei miei racconti.
Sbadiglio, ad alta velocità il panorama scorre, il filo non so di che cosa è una costante al di là della carrozza. Una donna dietro di me parla al telefono quasi bisbigliando per non disturbare noialtri passeggeri silenziosi. L'uomo mi guarda. Lo fisso e lui mi fissa.
Tutto si ferma improvvisamente, afferro la penna senza intenzione, sprofondo in quel verde segnato da un vissuto da raccontare, il mio corpo pare smaterializzarsi e perdo coscienza di tutto, anche del tempo, anche del rumore del treno che scorre sulle rotaie sotto ai miei piedi.

- Correvo come un pazzo, i forasacchi avevano riempito i miei calzini e il terreno che calpestavo aveva perso ogni tonalità di colore, tanto andavo forte.
Eccola la storia, eccoli i momenti di paura, ecco il potere fuori da ogni controllo.
Le lacrime tagliavano il mio viso da bambino, l'attrito con l'aria le scaraventava a terra e mi sembrava di percepirne il rumore quando si rompevano dietro di me. La mamma mi diceva di correre, tra le sue urla strozzate dal terrore era tangibile la paura per il mio destino incerto, il mio cane abbaiava e poi il rumore di uno sparo invase l'aria ed andò ad infilarsi negli angoli più nascosti di una campagna inerme, basita, annichilita dalla follia di uomini incapaci di ragionare o provare pena per ciò che andavano compiendo.
Poi, al processo, diranno che era solo il loro lavoro.
Il cane smise di abbaiare. Mi voltai. Due camionette, sei uomini in divisa, e là la mia famiglia che non vedevo ma sapevo che c'era. Corsi ancora. Salii su di un albero. Poi cinque spari, quasi contemporaneamente. Il cuore mi batteva forte perché avevo capito, non era la corsa o altro, avevo capito che erano tutti morti tranne me. Vidi le camionette ripartire, uno degli uomini in divisa sparò ancora, verso il sole. Scesi dall'albero e corsi, ma non verso casa, verso il fiume.
Erano le sei di sera quando li vedemmo arrivare, mio padre gli andò in contro, mia madre mi disse di smetterla di giocare col cane. Si respirava un'aria densa di paura. Cercavano cibo e mio padre disse di non averne, loro non ci credettero e lo schiaffeggiarono. Cadde a terra. I nostri animali li avevamo nascosti nel bosco poco distante da casa e non li avrebbero trovati neanche con la giusta indicazione. Mio zio iniziò ad urlare per mandare via quei bastardi affamati e la situazione degenerò in un istante. Presero mia madre colla forza, sgambettava e le caddero gli zoccoli. Mia sorella piangeva, mia nonna stava in silenzio con le mani raccolte dietro. La mamma mi urlò di correre. Mi voltai per un istante e vidi che avevano i fucili puntati addosso.
Corsi per un po', un po' parecchio, e arrivai al fiume, lo attraversai e bevvi dell'acqua. Calò la notte. Avevo fame.
Mi rifugiai sotto ad un enorme masso da quale si sprofondava in una buca grossa come un elefante. Passai lì la notte. Il cinguettare degli uccelli mi svegliò. Era l'alba, mi ero addormentato senza accorgermene. Era un sogno? Era davvero successo quel che era successo? No, era realtà, ero desto, e sì, era successo quel che era successo.
Lo zio, durante le cene, dopo aver alzato un po' il gomito, diceva sempre che prima o poi ci avrebbero ammazzati tutti. Mio padre faceva di tutto per tappargli la bocca, ma lui continuava. Lo zio è sempre stato considerato un pazzo, la nonna diceva che aveva letto troppi libri di filosofia e lo avevano stordito più di quanto non lo fosse da piccolo. Con il babbo avevano continui bisticci, lo zio aveva le sue idee e non c'era verso di fargliele cambiare. Probabilmente era il contrario, ma non voglio sta qui a giustificare nessuno dei due. Alla radio, si sentivano sempre gli stessi discorsi, detti sempre dalla stessa voce, e lo zio borbottava in segno di disappunto. Mia sorella aveva solo quattro anni e per quel poco che possono capire i bambini, le sue domande, ora che ci penso, non avevano nulla di stupido.
Io aiutavo mamma in cucina, sbucciavo le patate, apparecchiavo, poi aiutavo mio zio nell'orto, e mia nonna a fare tutto quello che faceva la nonna. Quando ancora avevamo le pecore, prima che mio zio le vendesse pensando che fosse una mossa astuta perché tanto ce le avrebbero prese, le badavo io. Discussero settimane per quelle pecore vendute.
mattina che mi svegliai solo, in quell'umida buca, pensai che forse sarebbe stato meglio morire con tutti. Cosa avrei fatto? Cosa ne sarebbe stato di me? Tornai al fiume, feci il bagno. Avevo voglia di tornare a casa che distava non meno di due ore di corsa, ma preferii non farlo.
Sentii delle ragazze ridere. Mi rivestii in fretta e quatto quatto andai verso quelle risa. Mi videro. Mi chiamarono. Andai loro in contro. Erano sorelle, quasi donne, restai incantato dai loro capezzoli inturgiditi sotto quelle loro fini camicette bianche. Mi domandarono il mio nome ma non risposi. Mi portarono a casa loro. Arrivati in quella casa (molto simile alla mia), dissero di avermi trovato al fiume, impaurito. Avevano le pecore e le riconobbi, erano le nostre vecchie pecore. Mi fecero mangiare. Mai desiderato così tanto un piatto di minestra. Stavo in silenzio. Mi chiesero se ero muto o sordo ma scossi la testa. Il padre delle ragazze si sedette al mio fianco e mi guardò in faccia, poi con la mancina mi prese il mento e lo volse verso di sé. Disse di conoscermi, che il mio volto gli era familiare. Piansi. Singhiozzando dissi di chiamarmi Attilio. Tutti si raccolsero attorno a me e volevano che parlassi e dicessi cosa fosse successo. Gli raccontai della mia famiglia. Dissi che forse sarebbero venuti anche da loro. Il padre ed il fratello maggiore delle ragazze andarono a casa mia in cavallo. Tornarono dopo alcune ore che trascorsi accarezzando le mie pecore, in silenzio. Mi abbracciarono e dissero che si sarebbero occupati di me come se fossi loro figlio. Una delle ragazze, Carla, la più piccola delle due, divenne mia amica.
Nei giorni seguenti curai le pecore, le accudivo come avevo sempre fatto. Un pomeriggio, ero col mio bastone poco distante da casa a vedere se le pecore stavano bene, se brucavano o meno. Vidi arrivare due camionette, quelle stesse camionette con quegli uomini in divisa che fecero quel che fecero alla mia famiglia. Inizia a correre per avvertire tutti, entrai in casa strillando e la madre delle ragazze mi tappò la bocca e mi strinse forte a sé. Mi dimenavo come un pesce e poi mi dette un ceffone in faccia dicendomi di stare calmo. Arrivarono le sorelle e mi dissero che era tutto sotto controllo. Carla mi portò in camera e dalla finestra vidi che suo padre caricava una pecora su una delle camionette.
Per alcuni giorni non capii cosa fosse successo ma non feci domande. Tutte le notti piangevo, avevo gli incubi che venissero a pretendermi, che mi stessero cercando.
Poi, una mattina, capii che barattavamo la loro sopravvivenza con delle bestie.
Il tempo passò. L'inverno seguente mi ammalai, il padre delle ragazze mi portò un' arancia e fu un regalo meraviglioso. La guerra finì, me lo urlarono le sorelle mentre me ne stavo con le mie pecore e pioveva.
Molte volte pensavo al Dio della nonna, prima di andare a letto me ne parlava sempre, tutt'ora non capisco dove se ne fosse andato in quegli anni.
Diventai grande.
Carla andò a studiare in città, uno dei suoi zii morì per colpa di uno scalcio di cavallo dritto sullo sterno. Io continuai a badare alle mie pecore, a tosarle con l'arrivo dell'estate. Carla si sposò, sua sorella si fece suora, i suoi genitori divennero vecchi e stanchi.
Prima che morisse, il padre di Carla mi trovò un impiego in città e per molti anni lavorai diligentemente da un notaio sghembo e gentile. Abitavo in un piccolo appartamento in affitto da una donna anziana che immaginavo fosse mia madre. Poi incontrai mia moglie, uno splendido fiore dai capelli biondi. La casa in cui abitavano i miei genitori fu venduta e con i soldi comprai quella in cui stavo in affitto, pensò a tutto il notaio per cui lavoravo. Restai sposato per soli pochi anni, mia moglie morì quando nacque il nostro primo figlio. Ogni notte mi rintronano in testa quegli spari, mia madre che mi urla di correre, il vento sulla mia faccia.
La storia della storia.

- Mi svegliai di botto.
L'uomo davanti a me fissava ancora la pioggia che non la smetteva di cadere. Sul mio taccuino c'erano appuntate alcune frasi slegate tra sé. Scesi dal treno stordito per quella febbre che mi sentivo addosso e per il sogno fatto. L'uomo mi salutò dicendomi che nel sogno avevo urlato. Lo salutai guardandogli ancora gli occhi. Che sia stata la vera storia di quell'uomo? Triste davvero.
Al bar della stazione presi un caffè macchiato in tazza grande e poi mi avviai verso casa della bionda anche se ero in anticipo di ben un'ora. Pensai che qualcosa per ammazzare il tempo l'avrei fatta, tipo starmene un'ora sotto la pioggia a sentire le gocce ticchettare sul mio ombrello verde, o magari mi sarei scaccolato. Mentre camminavo verso il piacere notai ancora quell'uomo davanti a me, rallentai il passo e lo vidi che suonò il campanello della mia mignotta. Si spiegarono i fiori e l'aspetto elegante.
Restai immobile e girai il culo, tornai alla stazione e presi il primo treno per tornare a casa. Mi feci tutte le fermate ed arrivai nel pomeriggio. Non me la sentii, vuoi per la febbre, vuoi per la storia di quell'uomo, vuoi per quello che ti pare, non me la sentii.