l'astronauta perduto


giovedì 7 gennaio 2016

L'ascensore





Alberga in me un ascensore,
capienza massima infinite persone,
infinito il peso che può sopportare,
gli ombrelli, i paralumi, i libri, le ricette, gli scandali, i sorrisi e i topi.

Talvolta sale, l'ascensore
senza rumore,
e va al di là della mia vista,
e poi scende e fa lo stesso,
laggiù nel vuoto del tempo perso,
nell'infinito abisso delle nausee e dei mal di tesa,
onorevole contrapposizione all'esaltazione di un corpo nudo sulla prua di una nave in piena tempesta,
dopo i gridi a sua maestà,
la rabbia che sembra uscire del tutto dalla materia;
via le paure e le nevrosi, il brutto, il male, le catene, i capelli, i denti, la pelle e gli anelli.

La consapevolezza di un'illusione.

Su e giù,
come un ascensore,
al cui interno c'è una dama nana che fa finta di aver defecato,
mentre la mancina le sfarfalla sul volto come a dire: oh che puzzo!
E pigia l'uno, poi il quattro e poi il sette,
e si ferma,
si blocca a bocca aperta con le mani tese in avanti,
sembrano poggiate su un vetro che però non c'è.
A noi la vista dei suoi palmi graffiati.
Riprende con fare guardingo e baldanzoso,
come se fosse in sé,
e pigia il tre.

D'un tratto s'appoggia il polso sulla bocca,
la testa piegata,
l'indice dritto verso il cielo,
poi spinge il braccio verso il basso: rumore d'attrito tra denti e pelle,
giù fino in fondo,
con l'indice che sembra dividerle la faccia,
e già è all'angolo della bocca.
Rimette dritta la testa e mi guarda,
ti guarda,
ci guarda,
con quei suoi denti enormi.

E riparte a pigiare,
meno venti,
più duemila,
meno nove,
più un milione,
l'uno,
il quattro,
il sette.

L'infinito perpetuarsi dei teatrini,
le smorfie,
i balletti,
i salti,
i finti pianti,
il dormiveglia.
Il tutto in silenzio,
tutto senza voce,
solo gli occhi si spingono alla ricerca di un senso,
e si fermano,
e qui muoiono,
e qui rimangono in eterno ad osservare.

Vi è in me un ascensore,
al cui interno c'è una folle dama nana,
e in me non c'è solo l'ascensore,
ci sono tutti i piani che ho visitato,
i deserti, le folle, la pace, la discordia, il sole,
l'incantevole fuoco,
l'aspro vento,
l'odore della terra, l'amore, gli ombrelli.

È davvero forse il caso ciò a cui siamo destinati,
ma oramai siamo nati,
e mi stupisco di coloro che pongono rimedio all'ascensore e alla dama,
lasciandosi perire in qualche modo.

È questo il luogo dell'illusione.

Parlami del paradiso,
dell'inferno,
dimmi dove si va.
Si sta.
Si resta,
è tutto quello che ci spetta,
l'ora, l'istante.
È il tuo turno,
lesto,
lascia stare se hai il viso mesto.

È una vita fatta di scandali, di paralumi,
di topi, di sperma e ricette, di bestemmie,
di segni della croce, di nausee, di dentifricio.

E butta un bacio alla dama,
fatti amica la nana anche se non lo saprà,
commetti errori, ripudia, accetta, dubita.
Forse non c'è nessun ascensore.
Infatti, è un gomitolo di lana.



lunedì 30 novembre 2015

6. Quo vadis, Domine?

Me lo promisi appena se ne andò di casa: appena mi faccio incoronare cambio lavoro e vita, e vado a vivere in India, scalzo.
Certo mica potevo partire subito, non posso lasciare una cosa a mezzo.
Potrebbe essere adesso il momento buono per partire. Proprio adesso, andare via, e perdermi da qualche parte.
Ho trentasette euro pulite ogni mese, le accantono da un anno.
Un volo per qualche parte lo trovo.
La gatta devo informarmi se la posso portare con me, se no la do a Pietro, la mette nel piazzale delle macchine.
Ma dove vado? Al caldo. Non voglio più vedere un giubbotto.
E Nigeria? Non posso lasciarla così proprio ora che è iniziato qualcosa di profondo. Non posso ferirla, e poi non me la sento di lasciarla: la amo. Potrei convincerla a venire con me.
Devo solo dare la disdetta del contratto d'affitto della casa e le dimissioni al lavoro.
Ora potrei anche provare nuovamente a dormire, chiudere gli occhi e contare le pecorelle; ma che idea fantastica mi è tornata in mente stasera, l'avevo rimossa completamente in questi mesi, e pensare che per un sacco di tempo è stata il mio faro.
Potremmo definirla «la boa della partenza», e che bello che arrivi in mio aiuto proprio adesso che c'è tempesta.
E dove vado? Qual è il mio posto nel mondo?
L'India mi ha sempre affascinato, ho visto un sacco di documentari. Di sicuro saranno obbligatori dei vaccini.

Andai subito a disdire il contratto d'affitto, ma dovevo aspettare tre mesi per farmi rendere la caparra.

E aspettai, mentre pianificavo la partenza 

Ogni tanto mi viene in mente di quando avevo undici anni, che il babbo di mio nonno, ovvero il mio bisnonno, un omone che mi ricordo sempre con la canottiera giallognola, a sedere su uno sgabello che se ne stava lì come un nulla che ha sopra una montagna calva, l'orologio ad ognuno dei polsi, un bastone in mano, un bastone che ti indica, una voce che dice: «coglione».
Questo è l'unico ricordo che ho del mio bisnonno Giovanni.
Quando ci penso mi chiedo se mi diceva quelle parole per salvarmi, imponendomelo come un mantra al fine di farmi diventare un coglione in abito, per me un coglione è un istrione, un funambolo, un prestigiatore.
Magari era una semplice costatazione del nonno Giovanni, che magari usava quella parola in un significato diverso, o solo per dire che ero un coglione.
La mia vita oscilla tra queste due diverse interpretazioni. Sono un coglione o devo esserlo? Insomma, vivo così in questa zona grigia.

lunedì 27 luglio 2015

5.Topi


Fui condotto in un fosso di cui ignoravo l'esistenza: umido e freddo, tremore, null'altro attorno a me: «io sol uno», mi venne in mente, e perché è così.
Mi svegliò la gatta, mi stava sul petto e si lavava leccandosi, e rutteggiava involtini primavera, ed era disgustosa.
Me ne stetti tutto il giorno in casa, e non mi lavai, e nessuno mi telefonò, e misi in ordine la libreria, e cenai con del pane secco bagnato d'olio sul cui strusciai un pomodoro.
Pensai tutto il giorno senza parlare mai, e i pensieri mi marcirono dentro.
Non vedevo l'ora che fosse lunedì per tornare a lavorare, almeno avevo qualcosa da fare, qualcosa da toccare, qualcuno con cui parlare. Sempre i soliti discorsi, si cammina su nuvole di frasi fatte, e non si passa mai oltre. Ma è un mondo che sta insieme, un mondo semplice e gretto che comunque ha una sua attività, che comunque diviene.
E io mi presento lì e faccio la mia parte, una parte senza ruolo specifico, faccio quello che c'è da fare e basta, sono un ingranaggio sostituibile con un qualunque altro ingranaggio.
E ciò conferma la mia inutilità, il mio essere un nulla che si muove, che parla come da copione, che non ha rapporti; uno che non termina mai il libro che comincia a leggere, uno che di notte beve per prendere sonno, e che se vuol dormire deve essere ubriaco, e dormire con le scarpe legate, e svegliarsi di mattina coi piedi informicolati.
L'insonnia mi tormenta solo da pochi anni, ed è una merda, ed è come se il corpo agisse indotto da un terzo, persuaso da qualcuno a dover essere stanco, ma non dormire mai.
E allora pensi, ma non parli, e a volte scrivi, poi leggi, poi ti fai una sega, e poi bevi, e ribevi, e poi dormi vestito.
E al mattino fa male la testa, e mentre l'acqua ti scorre addosso tu senti tutto il peso del tuo corpo, e allora vorresti essere acqua, e scivolare via insieme ai capelli, ai peli e al piscio, e disperderti dappertutto, e finalmente dormire.
Se non avessi Nigeria avrei già salutato tutti. Anzi, non me ne frega di salutare nessuno.
È tutta colpa del Tennis, di una troia e di un maestro, forse è anche colpa mia; ma insomma, forse non ha colpa nessuno, ma a rimetterci sono io.
Una volta da piccolo volevo un bicchiere di latte freddo, abitavamo in campagna, ed era estate.
Presi una tazza e la poggiai sul tavolo, dal frigo tirai fuori il latte e lo versai nella tazza, poi rimisi il latte in frigo.
Lo sentivo già in bocca il sapore di quel latte freddo, mentre fuori si bolliva di caldo, e dalla tazza scendevano giù le goccioline.
Mi metto a sedere, infilo le dita nell'orecchio della tazza, davanti un biancore ancestrale, e all'improvviso emergono delle zampette nere, poi una coda e poi un'altra, e infine due corpicini di topini morti, grandi come mignoli.
Chiaramente ci rimasi di merda, e da allora guardo sempre nei bicchieri o nelle tazze prima di riempirle, anche se non ho più bevuto latte.
Senza fare troppe scene mi alzai dal tavolo con la tazza in mano, camminai fino ad arrivare vicino ad un fosso e lanciai tutto, tazza di topolino compresa.
E ci rimasi male, e ci son rimasto male ora come allora quando il tennis è entrato a far parte della mia vita, son quelle cose così inattese che non ti fanno agitare, ti fanno rimanere lucido, ma poi arrivano comunque tutte le conseguenze.
Mi ha lasciato di lunedì, le parrucchiere non lavorano il lunedì, e allora mentre ero in paura pranzo e me ne stavo a casa a mangiare, lei mi dice tutto, e con molta calma esce di casa con le valige fatte la mattina, un'uscita pensata da tempo, messa in atto grazie al coraggio dato da un ritardo mestruale; e allora tu come ti sentiresti?, tu che non la scopi più da quasi un anno, che non pensavi a nulla di tutto questo, a te che il tennis fa cacare?
Nulla, non fai nulla, e pensi a farti una scopata prima di fare un piano. E il sabato di quella settimana scopai Nigeria sul lato passeggero della mia macchina, e lo facemmo tre volte in un quarto d'ora, e pensai che la fica mi mancava tanto, e fu uno dei giorni più belli della mia vita.
Ora siamo in intimità con Nigeria, viene a casa mia e si parla, un sabato che nevicava cenammo insieme, mangiammo la barbina in brodo, e poi prese il treno delle nove dopo che le insegnai a fare il caffè.
Lei sa quello che fa, è cosciente del suo lavoro, è fiera di ciò che ha scelto di essere. Vuol metter via tanti soldi, e a venticinque anni tornarsene a casa, e fare famiglia, e non avere l'aids.
Guadagna in una settimana quello che guadagno io in un mese, e non spende nulla, e manda tutto a casa.
È una ventenne determinata, e io la amo anche per questo.
E glielo dico sempre che vorrei sposarla e andare con lei in Nigeria, ma lei ride, e non ci crede, e pensa che non è vero, ma in fondo secondo me lo sa che la amo davvero.
È l'unica luce che vedo oltre questa caverna di solitudine, l'unica speranza di salvezza per la mia vita. Ripongo in lei ogni aspettativa per il futuro.

martedì 21 luglio 2015

4.Saturday night fever



Sabato arrivò presto, ma non avevo voglia di fare niente, men che meno quello che Pietro aveva in mente. A volte gli dico di sì per chetarlo, nell'invecchiare diventa sempre più logorroico e malato per le donne.
Il sabato pomeriggio lo dedico alla mia nuova fiamma, e possiamo dire che da più di un anno c'è qualcosa di più del semplice sesso animalesco. Ogni sabato da quasi due anni mi vedo con Nigeria, la mia, sì diciamolo, fidanzata, che proprio dalla Nigeria viene.
La vedo il sabato perché è nella piazza dei giardini a lavorare; fa un lavoro itinerante, durante la settimana copre tutto il Mugello, e chiaramente è impegnata, e poi ha questo istinto nomade, e non mi sento di forzarla alla stanzialità.
E insomma niente, è felice che lì può fare anche la doccia, poi ci prendiamo un caffè, a volte guardiamo il telegiornale.
Io la amo Nigeria, okay che il contatto fisico e visivo c'è solo una volta a settimana, ed è bellissimo; fa tutto lei, a volte faccio tutto io, quel che è certo è che mi sento curato da lei, ed è bello che qualcuno si prenda cura di qualcun altro.
Al di là del fatto dei soldi e del pagamento, la sua presenza in casa mi mette sereno, è davvero una persona positiva, e fa anche un buon caffè, lei però lo prende annacquato.
Porta sempre la parrucca, ogni sabato ne ha una di colore diverso, la mia preferita è quella viola con la frangetta, e poi ha lo smalto su tutte le dita, anche suoi piedi, e ha un fisico da modella, alta e slanciata, delle belle poppe, gli occhi verdi che vanno lontano, e le labbra carnose.
In intimità la chiamo «carpina amorosa», che quando è là sotto, sembra di sentire il risucchio che fanno le carpe quando mangiano a galla, col caldo, verso luglio, o i muggini di un qualsiasi porto, che s'ammassano tutti su una mollica di pane. Ecco, quello è per me il rumore del godimento.
Sì, ci frequentiamo da due anni, da quando la mia ex ha fatto le valigie ed è andata a vivere dal maestro di tennis, un cretino sempre in forma e dinamico, coi denti sempre splendenti. Che persona inutile e insulsa, mamma mia, gli auguro tutto il male del mondo a quei due stupidi, imbecilli. Lasciamo stare, non fatemi pensare, se ripenso a come era diventata fissata per il tennis, e poi a correre, e la domenica il torneo, e il giovedì la preparazione, il martedì a cena con quelli del tennis club, evvaffanculo a voi con le vostre palline di merda, e a ogni centimetro di terra rossa del mondo.
Un anno c'ha messo per scegliere, mica che lo sapessi, da un anno scopava col cretino, e io sempre a secco, un minimo di dubbio mi era venuto ma pensavo che fosse un periodo un po' così, non pensavo alle corna. Aspettavo, ora dico che aspettavo in silenzio il mio turno, che non sarebbe poi più stato il mio turno, non era più mia, di me restava il contesto, l'abitudine, l'ordinario, quello di sette anni di vita insieme, nella stessa casa.
L'ho spinta io a fare sport, io l'ho indirizzata al tennis; stava passando un periodo stressante al lavoro e aveva bisogno di svago e di dimagrire che sembrava sempre di più una pallina. E infatti le ha fatto bene, dopo un po' le si è aumentato il metabolismo e ha ripreso a essere felice, a volersi bene e a truccarsi, ad aver voglia di fare.
Ero felice per lei e quindi per noi.
Ma ora non me ne frega più nulla, al diavolo lei, il tennis e il maestro.
Ora amo Nigeria, e fantastichiamo abbracciati sui nostri futuri figli, sui diamanti che le regalerò, sulla nostra casa; mentre le accarezzo la pelle liscia, e l'annuso tutta, e la amo, e lei gioca coi miei riccioli mentre ho la testa tra le sue poppe e parliamo di tutto, e se abbiamo appena smesso di scopare ricominciamo a farlo.
Alle sette la porto alla stazione, e se ne va, con cinquanta euro in più in tasca, e se ne va come ogni treno, nel rumore caldo della ferrovia, che sai che lì per lì non può tornare indietro, ma che poi tornerà.
Sabato, proprio dopo le sette, chiamai Pietro e gli dissi che avevo la febbre, anche se non era vero.
Prima di tornare a casa mi fermai alla rosticceria cinese e presi del liso alla cantonese e degli involtini primavera. Mangiai sul divano guardando Ghost, e piansi, e dormii lì, poco ma lì, con la gatta che ogni tanto la sentivo che leccava le vaschette in alluminio lasciate a terra.


mercoledì 13 maggio 2015

3. Pietro



Al telefono c'era Pietro, amico di vecchia data, e la battuta gli piacque.
Non so di preciso quanti anni abbia, so solo che vendeva macchine e aveva già il suo ufficio personale quando a sedici anni andai in quella concessionaria a fare il tirocinio.
Pietro ha sette anni in più di me, ecco mi ricordo, ora ha trenatre anni.
Lo feci sempre lì il tirocinio, e per come mi garbava farlo lì, in quarta decisi di bocciare a scuola, giusto per rifarcelo un volta in più.
Per l'incoronazione Pietro mi ha regalato una bottiglia di Champagne e voleva sapere se era buona. Di conseguenza mi racconta che sta scopando e si sente quasi fidanzato con una tamarra da insulto stradale di nome Monika, che suppongo si scriva con la k.
E gli chiedo: «Ma chi è? Anche questa l'hai trovata su internet? É una drogata? È due quintali?».
Perchè Pietro trova tutte tipe strane, e tempo fa stava con una che ammaestra scimmie, e me la presentò e sembrava una scimmia, e puzzava di scimmia.
Insomma questa tamarra di nome Monika è un'acrobata del pompino e proprio ieri sera gli ha detto che voleva farsi scopare la bocca mentre stava a testa in giù. In pratica lei stava facendo una verticale e lui se ne stava invece in piedi come un qualunque cristiano, e la teneva per le gambe, e si succhiavano a vicenda.
La descrizione della passerotta di Monika data da Pietro è la seguente: «un lampredotto sugoso con un ciuffino di peli».
Il lampredotto mi fa intendere che Monika abbia almeno sessantacinque anni. E ciò non mi stupisce.
Comunque me la vuol far conoscere al più presto, che secondo lui per farla godere a dovere bisogna essere in due, e fissiamo per sabato sera.
Prima di riattaccare mi rassicura che non è come una di quelle che portò a Natale, quando lo vidi arrivare con una Fiat Punto di quelle nuove che lì per lì mi sembrava sbassata e truccata, anche se gli mancava la luce al neon.
Poi parcheggiò e scesero due elefantesse in ponch, e la macchina tornò alla sua altezza naturale dopo aver cigolato un po'. Erano due sorelle che non ho idea da dove venissero, forse del sud, comunque erano enormi, e le chiavammo ugualmente. Non fu una cosa tremenda, solo che alle tre di notte un tonfo svegliò il condominio intero: la mia stroncò in due il letto su cui eravamo.

lunedì 11 maggio 2015

2. Battute infelici




Oggi pomeriggio mi è venuta un battuta carina. Squilla il telefono e dicono: « Pronto, c'è il dottore?», al che rispondo: «No, c'è la cremeria».
Mossi dallo sdegno siete autorizzati, davvero senza problemi, a chiudere tutto e a dire che in fin dei conti ci avete provato, che non per nulla ma non è proprio il vostro genere di letteratura. Vi capirò, già vi capisco.
Ma la battuta non è quella appena scritta, è un'altra.
Dovete immaginarvi la scena: ore 17.00, martedì pomeriggio, bottega ordinata e pulita, tranne i vetri che mi sembrano un po' polverosi. La frutta e la verdura ben disposte, il banco della gastronomia bello pieno di roba, i giardini davanti con l'erba tagliata e le siepi tutte a filo, bambini che ruzzolano nei prati, chi gioca a palla, chi impara ad andare in bici senza rotine e cade senza dolore dopo ogni metro. Una temperatura ideale, con un sole che ti ci abbronzi dopo due minuti senza patire caldo, mentre delle bambine giocano ad acchiappino e dei bambini scalano il monumento ai caduti senza corde e con tanto coraggio.
Ma è un gruppetto di dodicenni in un triangolo di prato che attira la mia attenzione: quattro bambini sono in piedi in cerchio, una bambina coi capelli neri e la divisa nel mezzo stile Gioconda se ne sta al centro con un vestitino giallo a disegnini colorati. Sono tutti fermi, la bambina parla e loro stanno fermi. Poi riparla e restano ancora fermi, e allora parla di nuovo dicendo le stesse cose di prima ma formulate diversamente, e i bambini iniziano a saltellare a zoppo galletto, tutti tranne uno, al quale forse non gli riesce. Allora l'incapace di andare a zoppogaletto abbandona il gioco e si siede a gambe incrociate come uno yogi. E proseguono, la bambina parla e solo un bambino si muove, sbagliando. Ha confuso la formula sbagliata per quella giusta, s'è mosso e non doveva, fuori anch'egli dal gioco. Ho capito, la bambina è «esso», e ha il potere di far compiere azioni ad altri. Di nuovo lei parla, anzi «esso» parla per bocca della bambina, e i due restanti in gioco iniziano a baciarsi, mi pare con la lingua. I perdenti e la bambina iniziano a ridere e a saltellare, e a fare quei versi strani come fanno i marmocchi quando sono in preda all'euforia.
I finalisti, dopo aver realizzato, ci restano di stucco mentre gli altri li prendono in giro.
Ecco, lo scenario è ameno, la bottega ha le luci spente e si lascia illuminare dalle luci esterne, e squilla il telefono: «Pronto c'è il dottore?», e rispondo: «sì, ma se è per una ricetta le passo l'infermiera».
Scoppiai a ridere compiacendomi con la mia ironia.