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venerdì 8 agosto 2014

Venerdì.




E la mente è tacita, come l'agosto della campagna.
Qua e là il fruscio di qualche serpe, poi di una lucertola;
ma anche il gatto è troppo fiacco per cacciare.
Lasciatelo stare.
Soffia poco vento caldo,
e l'erba si lascia muovere, stanca, senza opporre resistenza.
E vince su tutto il verde degli alberi,
e quello dei campi di erba medica,
e poi il giallo acceso di alcuni fiori,
poi quello smorto dei campi tagliati da parecchio.
Cosa sente l'orecchio?
E la mano che ci presenta la materia, cosa sente?
Cosa sente l'imbrunire?
E cosa sentono questi piedi scalzi pieni di pinzi e vesciche,
gonfi di scarpe troppo strette portate comunque?
E i cipressi che mi separano da quelle mucche?
Silenzio.
Un aereo attraversa il cielo col suo rumore,
poi tutto nuovamente muore,
silenziosa è la campagna,
è la mente s'acquieta.
E voialtri odiate la resa, l'addio alle armi, la pace senza gloria.
Sono stanco, ma non affranto.
Questo è il riposo del guerriero,
il pompino degli dei, quello col miele caldo,
e a scuola ho sempre fatto confusione tra aglio e caglio,
forse mi sbaglio ancora:
fate posto a una nuova aurora.
L'orologio segna un'ora nuova,
quest'ultima è passata senza bisogno di coraggio,
andata come un miraggio,
mentre in fondo alla vallata ogni cosa resta,
tutto fermo immobile, senza traccia di una ricercata bellezza,
e le strade polverose son deserte,
e le case tutte assorte,
i campanili sempre là,
alti ma non troppo,
a delimitare due mondi, il terreno e il celeste, a voi la scelta.
Allora è vero, tra il susino e il pero c'è una trappola mortale,
lo conferma un raggio di luce che rende lucida una enorme ragnatela, che alcune mosche scansano abilmente; ma eccone una che rimane imbrigliata. Freme e ronza, mentre un ragno la avvolge lesto, fiero della sua destrezza, in una mortale carezza.
Una cicala si schiarisce la voce,
ma è troppo caldo per cantare.
E tutto tace nuovamente.
Del sudore mi cade dalla fronte, un rivolo di gocce s'insinua tra i peli del petto, non trova sbocco per scendere più giù e allora si ferma, e ristagna.
Nulla all'orizzonte, solo una nuvola bianca e solitaria che chiameremo Chiara, come la sera ti questo venerdì, dove tutto tace.

lunedì 28 aprile 2014

L'amore.

Occhi assenti, una voce laconica e rotta, tremore alle mani. Il suo essere sempre composta e impeccabile era tradito da un qualcosa di profondo che le aveva scosso lo spirito. Non avevamo ancora avuto modo di rivederci con la Mire, e dunque le porsi le mie condoglianze. Alza lo sguardo e resta inebetita, con la bocca stranamente impastata, storta e con una ricottina giallastra ai lati. Sembrava portasse il peso di una qualche colpa, la vergogna di un peccato inconfessabile, una croce enorme che la rendeva più gobba del solito. La feci sedere su uno sgabello vicino allo scaffale dei biscotti, le portai un bicchiere con dell'acqua del rubinetto e la persuasi a raccontarmi tutto.
Siamo in un piccolo paesino in provincia di Firenze. Lontano dai ronzii della città, nascosto tra le rotonde colline verdastre sulle quali sembrano appoggiate case tendenzialmente di colore giallognolo, dove c'è questo insignificante paesino, spesso sommerso dalla nebbia.
In questo insignificante paesino, accadono cose normali come da qualsiasi altra parte.
Accade che si muore. Morire tocca a tutti, grazie a dio è una di quelle certezze che puoi star tranquillo, o puoi agitarti quanto ti pare e provare anche a scappare, fai un po' quello che ti pare, tanto ti tocca, non c'è nulla da fare.
Arriviamo a dire qualcosa di serio.
È inutile star qui a descrivere il paese dove s'è svolto il fatto in questione, basta solo aver presente la piazza principale, grossa più o meno come un campo da calcio, dove sorge il monumento ai caduti, ma non è una piazza coi sampietrini e tutto: è un giardino. Un giardino con alberi ormai belli grossi, prati, vialetti di ghiaia, aiuole, merde di cane qua e là, nidi di uccelli, schiamazzi di bambini nei giorni di sole e pozzanghere nei giorni di pioggia. A circondare la piazza c'è una strada, oltre la strada, case. Basta immaginare un sasso buttato nell'acqua e i cerchi che si formano.
In una di quelle case abitava Agostino Innocenti. Sullo stesso lato della piazza, due portoni più a sinistra, c'è la mia bottega.
Agostino lo conoscevo bene, veniva tutti i giorni con la moglie a prendere il pane e quello che gli serviva, lo conosceva mio babbo e, prima di lui, mio nonno.
Mica voglio star qui a dire che come lo si conosceva noi non lo conosceva nessuno, è giusto per dire che la nostra bottega è lì da quarantanni e che Agostino s'è sempre servito dai Tagliaferri.
Tre generazioni di bottegai che di gente ne ha vista e di storie ne ha sentite.
La scorsa settimana, martedì per esser precisi, prima di andare a lavorare, saranno state le otto meno dieci, butto lo sguardo agli annunci mortuari e vedo che anche Agostino Innocenti ha lasciato questo mondo. Cosa normale, non ci badai troppo, muore tanta gente, a ottant'anni si muore senza troppo preavviso, basta un colpettino, un'influenza trascurata, una caduta dalle scale.
Mio nonno disse subito che aveva fatto la morte dei giusti, rapida, senza troppa sofferenza, senza dar noia a nessuno.
Per tradizione noi Tagliaferri non andiamo mai ai funerali dei nostri clienti, gli affari sono affari. Sennò, almeno una volta a settimana, bisognerebbe tirar giù il bandone e questo non sarebbe giusto per chi ancora è in vita e ha bisogno di un po' di latte o di una costola di sedano per fare il brodo.
Torniamo a noi.
La Mire se ne stava seduta sullo sgabello, tra le mani tremanti il bicchiere con l'acqua, la testa china. Io le stavo davanti, in piedi, con le punte alle nove e un quarto, curioso come un gatto di sapere come il buon Agostino aveva spirato.
Poi, cautamente, controllando che in bottega non ci fosse nessuno, iniziò a parlare:- “Lo conoscevi, un uomo elegante, mai un giorno di ritardo al lavoro, mai una assenza ingiustificata, sempre pulito e profumato, i capelli sempre fatti, attento a non deludere mai nessuno”- s'interruppe bruscamente quando entrò la signora Coralli. Affetta da podagra, la Coralli trascinò quelle sue enormi gambe fino al banco della gastronomia e qui si appoggiò al vetro, goffamente, e indicò il salame. Gliene affettai un etto abbondante, velocemente e senza troppe accortezze, sapevo che la Mire stava vuotando il sacco, che stava per dirmi qualcosa di non ordinario.
La Coralli se ne andò un po' delusa dalla poca considerazione che le avevo dato.
Mirella continuò:- “aveva deciso per domenica sera, ma poi non ci riusci, dopo vari tentativi rimandò all'indomani”- eccoti quelle rompicoglioni delle zie, tre donnette di cent'anni l'una, uggiose più di un giorno di novembre, impossibili da accontentare, non c'è mai un santo giorno che tutto fili liscio come il piscio. Ci misero venti minuti per prendere un pezzetto di pane e due carote, e anche dei piselli congelati che secondo loro non erano più gli stessi, e anche un dito di schiacciata, che però era troppo cotta e gliela feci toccare tutta prima di trovare quell'unico minuscolo perfetto pezzetto che per loro era cotto a modo.
Poi videro Mirella e la salutarono, condoglianze sopra e sotto, baci e abbracci, la parola infarto che risuonò almeno tre volte, poi ancora baci, e finalmente se ne andarono.
“Gli avevano diagnosticato un tumore,” -proseguì la Mire- “uno di quelli forti che ti mangiano tutto e velocemente, avrebbe dovuto iniziare la chemioterapia proprio quel lunedì, ma non voleva, non gli piaceva, non accettava di consumarsi lentamente, di lasciare un'immagine di sé scarnificata dal male.” Bevve un sorso d'acqua e la sua croce sembrava alleggerirsi lentamente e continuò:- “lo disse subito che non sarebbe andato in ospedale”.
La interruppi e posi una domanda secca: si è ammazzato?
Vedevo che non era tutto, la mia domanda era sciocca, debole. Perché così sconvolta se sapeva tutto? Perché tanta angoscia se era quello che Agostino voleva? Che peso si postava appresso la vecchia Mire?
Biascicò qualcosa, tipo un “mbs osat io”, allora dissi: - “non ho capito cosa hai detto”.
Mi guardò fisso negli occhi, sentivo che eravamo ad un passo dalla verità.
“Sono sempre stata una buona cristiana, anche Agostino lo era. Ora, sul finale della mia vita, ho buttato all'aria tutto, mi son guadagnata un posto all'inferno, ma va bene così. L'ho ammazzato io”.
Mi cascò la penna dalle mani, quella donna così rattrappita mi fece una tenerezza unica, rimasi tanto sconquassato che non mi venne nulla da dire. Non ci capii davvero più nulla, mi venne solo da togliermi il grembiule.
Poi si alzò, fragile ma inscalfibile, fiera ma in ginocchio, e chiese del pane, due pere, una banana e una melanzana. Pagò con gli spicci, poi disse una cosa che mai scorderò: dell'opinione altrui non ho considerazione, ti ho detto questa cosa perché dovevo dirla a qualcuno, il mio è stato un gesto d'amore.
Chiusi bottega prima del tempo, saranno state le una meno venti o giù di lì. Mi attendeva un pomeriggio di riposo, sarebbe toccato a mio babbo ascoltare nuove storie e vedere altra gente.
Arrivato a casa riempii subito la vasca, non mangiai nemmeno, non portai neanche fuori i cani.
Nudo mi guardai allo specchio, un minuscolo bachino grinzoso sbucava da una massa di peli, sul corpo l'odore di alimenti e sudore. Poi mi immersi nell'acqua per togliermi di dosso un'altra storia da digerire con calma, l'amore che giustifica tutto, il dolore come una cosa da cui fuggire senza rimorsi, senza il desiderio di assaggiarne il gusto.
Poi mi venne da pensare al modo in cui l'aveva ucciso. Conclusi che l'aveva soffocato.
Cose che sicuramente accadono un po' dappertutto, che anche in questo paesello sommerso dalla nebbia, accadono. Il fatto è che stanotte non ci ho dormito sopra, mi sarò rigirato cento volte nel letto, tutto il tempo a pensare che cosa avrei fatto io. Tu, cosa avresti fatto? L'amore è davvero così compatibile con la morte?



sabato 26 aprile 2014

"Somari"

Animali da soma, vestiti a festa con la camicia stirata da poco. Animali da soma. Gente che lotta costantemente, senza un futuro, gente che lotta così perché vuol lottare. Che si fa, si muore? No, si lotta, va bene così, si lotta senza speranza perché, in fondo, la lotta ci piace. Siamo amici di ogni lotta perché in noi scorre un'anima futurista. Come la mettiamo? Qual è il senso di questa esistenza? Forse semplicemente non c'è, e allora ti abbandoni tra le braccia di un rum scadente aspettando un guizzo di dio, una parola di verità.
Ma va bene così, noi siamo i vinti, andiamo avanti, alziamoci domani e facciamoci la doccia, prediamo un caffè bollente, facciamoci la barba come se nulla fosse accaduto, come se la notte non fosse passata, come se nulla fosse successo.
Ma c'è la consapevolezza di aver toccato qualcosa, la sensazione di essere stato in un luogo ameno e rivelatore. Inganniamoci di questo, diciamolo: io l'ho visto, io l'ho toccato.
Momenti difficili, momenti di stallo, la maledizione del settimo anno che tocca anche a noi, che ci tocca nel profondo. Uno stupido come me che appunta qualcosa come adesso nella speranza che possa nascere qualcosa di utile. Germi di una malattia che si chiama racconto. Siamo in tanti, siamo in pochi, questo non lo so. Coloro che sono, sono animali da soma. Che ci resta? Chi siamo? Come si fa? Si prova a fare qualcosa, si studia, poi qualcuno ti prende alla gola, ma non è paura di morire, Cristo santo, la morte non ci fa paura, è la vita che ci fa le gambe tremanti, si ha paura delle sfumature, di un verde diverso, di un viola diverso. Si ha paura nonostante tutto. E la vita che ci ha insegnato? Nulla, santo cielo, della vita non si è capito nulla, e si è di mercoledì sera ubriachi marci a girare per il mondo, con uno zaino di desideri. Ragioniamo sui problemi, ma si ragiona da soli, ci si perde in infiniti soliloqui, giocando a tennis con il nulla, che si mangia decine di palline.
Come si risolve? Non si risolve, non c'è un pertugio con un po' di luce, non si trova, e perché non si trova? Perché siamo deboli. Il coraggio che ci manca è dovuto al fatto che non siamo stati in trincea, non abbiamo visto i topi, i cadaveri gonfi di gas che puzzano e poi rendono fertili i campi; noi non li abbiamo visti, santo cielo. Si parla solo per parlare, perché se ne ha voglia, si va avanti. Si pensa che la letteratura sia quello che abbiamo letto ma non abbiamo letto un cazzo, Dio solo sa perché ma Tolstoj non l'abbiamo capito, Dostoevskij l'abbiamo abbandonato. Cristo.
Non ho voglia, l'ho detto. Sigarette? Datemi una sigaretta. Cristo.
Perché vedi, in sottofondo c'è anche una musica piacevole. Mi sono rotto. Temperatura ideale, saranno 17 gradi. L'amore è un gioco a perdere? L'amore cos'è? Come si ama? Desiderio di dormire con qualcuno? Desiderio della sua carne? La consapevolezza che senza lei non sarà più nulla come prima, che le notti non saranno più notti. Il gioco dell'amore. Inganniamoci che abbiamo capito.
Il cuore ce lo rompe la vita. Simo nati piangendo, vagiti strazianti.
Ho bisogno di scrivere un altro romanzo, che sia positivo, pieno di felicità. Vedo due asini, sembrano felici, l'unico nostro sbaglio è che siam voluti rinascere in corpi umani. Siamo stati tracotanti nel momento della scelta, pensavamo di essere pronti a nascere uomini, pronti a farci flagellare, a diventare re con una corona di spine, a farci crocifiggere pubblicamente.
Fondamentalmente ho bisogno di scopare, proprio di fottere, di sentire le palle che sbattono su di una fica: pam, pam, pam. Mentre lei dice basta, che il culo fa male, ma in realtà sta godendo, e allora lo schiaffeggi, poi con le mani lo apri e vedi Dio. Dio è un buco di culo rotto. Dio è lì che ti guarda e dice: godo ma fa male. Dio è dolore e godimento.
Cristo è il mio mito. Ma preferirono Barabba. Allegorie. E il Barabba di turno si salva sempre. Sono il messia di me stesso. Ho visto la mia fine, seguirò la mia strada, poi morirò. Tutto questo per non dire nulla, se non l'hai capito lascia fare, scorri oltre, lasciami in pace. Parlo per chi mi vuol capire.

domenica 27 ottobre 2013

La rapina.

E glielo dissi a Giuseppe. Glielo dicemmo tutti che doveva essere più accorto. Che vada a farsi fottere quel testone di un pugliese. Per un'impresa storica come quella che ci approssimavamo a compiere, dovevamo essere puntuali in tutto e fare appostamenti a tutte le ore, grafici, foto, riprese e tanti calcoli. E l'abbiamo fatto. E Giovanni aveva ragione, dovevo dargli retta. Ma ancor prima di Giovanni, dovevo dar retta a Marco, il quale, fin da subito, aveva specificato che un colpo col pugliese era rischioso farlo. Che idea strepitosa, che piano perfetto stavamo mettendo in pratica se quel cretino non avesse mandato tutto per aria. E Marco doveva essere più fermo nella sua convinzione, se non si fosse fatto corrompere dal garage e dall'euforia di Giuseppe, a quest'ora eravamo tutti pieni di soldi a tirare coca sul davanzale di un qualche albergo con vista su qualche mare. O forse è andata bene così, ho deciso di farmi prete.
Era una mattinata tranquilla come al solito, avevo fatto il mio giro per i licei e avevo venduto qualche pasticca e un po' di fumo a quei pischelli, quando il mio cellulare squillò. Ai numeri sconosciuti non rispondo mai, e quel numero non era sconosciuto. Era il numero di Giovanni. Se mi chiama la mattina, di solito, è perché ha finito il popper o gli servono due strisce per tirarsi su. Rispondo dandogli di frocio e il frocio mi dice di correre a casa sua che ha un'idea fantastica. Non corro ma vado di passo svelto. Come al solito mi apre in vestaglia e reggicalze, con la sua parrucca bionda e i suoi tacchi luccicanti, da vera troia. Prima di farlo parlare, gli dico di togliersi i vestiti da travestito che mi fa impressione vederlo così, poi preparo un fischione e metto il miro rotolo di soldi sul tavolo. La checca torna in toni, struccato e senza parrucca. Guarda i mie soldi e dice che ne ha guadagnati il doppio. Cazzo me ne frega, son contento di non avere il culo rotto ed il letto puzzolente di cazzo e culo. Prima di farlo parlare, ho ancora alcune cose da sistemare: spegnere la musica, accendere una luce forte e aprire un po' la finestra. Gli passo il fischione e mi dice di ascoltarlo con attenzione. Viene fuori che un suo cliente, nonché mio vecchio cliente, un tale detto Marco dei panini, era stato assunto come portalettere alle poste e sapeva come fare a ripulire la cassaforte senza rompimenti di coglioni. Gli serviva una squadra seria, quasi dei professionisti. Allora misi a fuoco il volto di quel Marco e mi ricordai che era un tipo serio, uno di quelli che non scherzano, uno che, se dice una cosa, quella cosa è giusta e basta. Nel nostro ambiente è uno che viene rispettato, ha all'attivo un centinaio di pestaggi e leggenda narra che abbia anche inculato un paio di tizi che non lo volevano pagare. Non mi torna tanto che sia stato assunto alle poste, ma il frocio mi dice che l'ha fatto solo per avere un fisso, che riscuotere la gabella dai paninari per conto di suo cugino non era poi più così tanto redditizio. Questa è la crisi, tocca tutti, paninari dimezzati, gente come Marco lasciata per strada. Il frocio va avanti a parla per parecchio, talvolta non lo seguo e poi gli strappo quel che resta del fischione e gli dico di spiegarmelo con un disegno che di mattina mi ci vuole un po' per capire. Morale della favola, ci manca un quarto per l'irruzione a mano armata. Dico che mi ci vuole un po' di tempo per pensaci su. La checca mi dà un bacio sulla guancia e mi dice di rilassarmi, così lo allontano con una gomitata sulle costole e gli dico che con me non attacca. Allora me ne vado, tranquillo come sono arrivato, con lo stesso quantitativo di sperma nelle palle, senza puzzo di profilattico nelle mani. Giovanni mi saluta, con quei sui occhi da cerbiatto appestato sembra dire: prima o poi te lo succhio, panzone pelosetto. Non faccio in tempo a chiudere la porta e sento che questa si riapre, vuole che gli lasci un paio di fischioni e qualche cartina, così a ufo, come compenso per avermi incluso all'impresa storica. Sanguisuga. Arrivo a casa mia, Tormento mi si truscia agli stinchi, apro una scatoletta per gatti e gliela butto a terra. Mi siedo sulla poltrona e penso che il piano è troppo rischioso, che alle poste ci sono troppe telecamere, c'è sempre il rischio che qualcuno voglia fare l'eroe, c'è il rischio che ci scappi il morto. Però devo dare una svolta alla mia vita, mi son rotto di spacciare, sempre all'aperto, freddo e caldo, pioggia e vento. Allora mi preparo un coccio si sola erba, me lo fumo con sentimento per smettere di pensare agli eventuali imprevisti del piano e anche al piano stesso. Devo liberarmi la mente. La stanza è avvolta dalla nebbia che mescola i confini delle cose, cose che perdono il loro stare, tutto ruota delicatamente in senso orario, ogni rumore si affievolisce e finalmente mi rilasso. La mano destra mi scivola lungo la pancia, mi accarezza i peli pubici, poi scende ancora e inizia a palpeggiarmi il pisello che lentamente s'indurisce. Mi faccio una sega pensando a Moira Orfei, poi mi addormento senza pulirmi.
Mi svegliai che era sera tardi, le sette passate. A svegliarmi fu Tormento che sbatteva quella dannata scatoletta per terra. Ha sempre fame quel bulimico del cazzo, mangia e va a vomitare in terrazza, vomita e poi ha fame, mangia e vomita. Il suo essere bulimico mi crea una serie di problemi che lentamente sto risolvendo, primo tra tutti è che quella vacca del piano di sopra si lamenta che sente puzzo, che la sua finestra di cucina è proprio sopra la mia terrazza. Quindi, se Tormento vuol continuare con la sua bulimia, e penso che ognuno debba essere libero di fare quel che gli pare, quando me ne ricordo, dopo che ha mangiato, lo porto in bagno e gli poggio le zampe sul cesso. Lentamente lo istruisco. Per ben due volte ha vomitato nella tazza. È un gatto molto intelligente. Gliel'ho spiegato alla vicina, ma quella stupida ha detto che dovevo farmi curare. Ho provato a dirgli di lasciarmi in pace, anche con qualche gesto intimidatorio, tipo l'altra settimana  ho appiccicato una gomma da masticare sul sul campanello alle due di notte mentre andavo a casa di uno che voleva dell'erba. Ma nulla da fare. Il giorno dopo mi ha bussato alla porta e, mentre vociava come una matta, io a bocca spalancata mi passavo la lingua sulle labbra mentre avevo gli occhi ribaltati e mi muovevo in maniera libidinosa come fa sempre Giovanni. E non ho capito un cazzo di quel che diceva, tranne quel suo “fatti curare” che però dice sempre. Ma tornando a noi, la sera della mattina che mi fu esporto il piano, andai a cena da Giovanni senza che mi avesse invitato, mi presentai a casa sua, era vestito come ogni normale cristiano, e ordinammo una pizza. Forse il vero sbaglio lo commettemmo quella sera, quella sera che, strafatti come cani, ci mettemmo alla televisione a guardare un film che parlava di una rapina a mano armata in una banca. Lì, tutto si fece chiaro, tutto si collocò al suo posto, il caos smise di regnare e, forse sono un po' avventato nel dire questo, ma Dio m'illuminò. Ci mancava un nero, il quarto doveva essere di colore. Perché tutto andasse bene, Dio aveva mandato su Italia1 quel film proprio quella sera, Dio aveva voluto aiutarci. E allora piansi, piansi e pensai che quando da piccolo mi rompevo i coglioni a fare il chierichetto in chiesa e tutto mi sembrava inutile, in realtà non lo era, Dio mi stava ringraziando per i servigi svolti tanti anni addietro. Il nero chi? Che nero cercavamo? Giovanni non aveva assistito alla mie estasi, alla mia illuminazione, lo svegliai e gli dissi che ci serviva un nero. Mi guardò e mi disse che aveva avuto bisogno di un nero tanti anni fa, che come i neri non c'è nessuno. Frocio. Gli dissi di chiamare Marco, chiama Marco cazzo! Digli di venire qui subito! Dopo un'ora e mezzo si presentò Marco. Giovanni era stato a vestirsi e a truccarsi perché non voleva farsi vedere in quelle condizioni da un suo cliente, uscì dal bagno che davvero sembrava una donna con il profumo e tutto, e gli dissi di non sedersi vicino a me. Arrivò Marco e i due si dettero un bacio sulla bocca, a stampo. Mi venne da vomitare all'istante ma il bello doveva ancora arrivare. L'apice dell'oscenità lo raggiunsero quando, seduti sul divano, Giovanni mise le sue gambe sopra a quelle di Marco e questo gliele accarezzava e diceva che glielo faceva diventare duro. Una scena tremenda. Marco era sempre uguale, proprio come me lo ricordavo, con quei ricciolini ingelatinati sulla fronte, proprio a deficiente, sempre gonfio di palestra, quel suo solito tatuaggio sul collo, tatuaggio che lui sostiene essere una tigre ma che a me sembra una macchia, anelli ai mignoli e stessa strafottenza tipica di chi va in giro a riscuotere gabelle. Gli dissi che ci voleva un nero. Che avrei partecipato all'impresa solo a condizione che il quarto fosse un nero. Iniziò a dire che dei neri non ci si poteva fidare, che l'idea era la sua e che un nero non ce lo voleva. Giungemmo a un compromesso. Un mulatto andava bene ad entrambi. Tra una fischione e un altro, dopo quasi due ore a scervellarci su chi potesse fare al nostro caso, venne fuori il nome di Giuseppe. Marco non lo conosceva, Giovanni storse un po' la bocca ma poi disse sì. Erano le quattro del mattino, secondo me faceva freddo, oggettivamente in dicembre è freddo, ma Marco decise comunque di uscire in canottiera, da vero uomo. Giovanni si mise una pelliccia di finto leopardo e io un giubbino preso a caso tra gli abiti normali dall'armadio del padrone di casa. Si decise di andare a cercare Giuseppe. Non fu difficile trovarlo. Gli suonammo il campanello di casa. Dopo aver lasciato la Smart di Marco in doppia fila e con le quattro frecce accese, sì, una Smart di quelle a due posti, e sì, guidavo io mentre Giovanni, estremamente a suo agio, era seduto su Marco. Mi attaccai al campanello per parecchio, poi quel testone del pugliese s'affacciò, con quei baffoni inconfondibili. La prima cosa che disse fu: sto lavorando di brutto, andatevene o chiamo la polizia. Marco si fece intendere in poco tempo dicendogli che se non avesse aperto veloce, avrebbe incendiato il palazzo intero. Dopo poco s'era tutti a sedere nel soggiorno di Giuseppe, io con una birra in mano, i fidanzatini anche, il pugliese beve solo rum. Lo avevamo interrotto durante la scrittura del suo nuovo libro. Mi sentii in colpa per uno o due secondi, forse meno. Colpa di che? Cazzo è 'sta colpa che mi dice sempre mia sorella? Scrive tirando coca, Giuseppe dico, la mia coca, la migliore coca di tutto il centro Italia. Per l'occasione ci offrì un giro a tutti, il primo fu davvero leso, ma poi in secondo e il terzo e tutti gli altri furono notevoli. Iniziammo a parlare del piano che erano le due del pomeriggio, ma dopo qualche minuto s'interruppe tutto perché il rum era finito e andammo a rubarne due bottiglie al negozio di alimentari in piazza, da quel coglione che fa il ganzo perché studia filosofia. Eppoi, che cazzo è la filosofia? Ogni tanto saltano fuori dei paroloni che non capisco, tipo olocausto, imene, glande, segregazione, una volta a radio Maria parlavano dell'immoralità dell'eutanasia: ma che cazzo è l'eutanasia? E l'immoralità? Cazzo mi fanno incazzare di brutto quando dicono le cose a caso, la gente non sa parlare. Alle cinque tutto era chiaro, dopo sessanta grammi di coca avevamo già fatto la rapina e tutto era okay, mentalmente, s'intende. Marco e Giuseppe sembravano amici da sempre, per la prima volta in vita mia trovai carina Giovanni, giuro che pensai fosse davvero una donna. Giovanni preparò uno schema con le cose da fare e da comprare, quattro pistole, quattro passamontagna, una macchina fotografica, una cinepresa, delle penne funzionanti, fogli, federe di cuscini da riempire di soldi, guanti in lattice, scotch per tappare la bocca a quelli della posta, io inclusi una portantina per Tormento che avrei dovuto portare con me, Marco volle aggiungere due barattoli di gelatina, Giuseppe del dentifricio. Ci mancava una base, il quartier generale in cui progettare tutto con calma, un posto sicuro ma non troppo distante, Giuseppe non ha la patente. Decidemmo per il suo garage. Fummo tutti d'accordo. Fissammo per l'indomani nel garage di Giuseppe con tutta la roba. Tornando a casa, Marco mi disse che con un pugliese era rischioso lavorare, che forse era meglio trovare un altro complice, e Giovanni annuiva. Poi si baciarono, colla lingua. Quella notte non riuscii a dormire, non so perché ma avevo un po' di pensieri. Ne approfittai per riordinare casa, e feci davvero un bel lavoro, non so che ora era ma mi venne voglia anche di imbiancare la cucina e allora andai a suonare alla mia vicina isterica per sentire se aveva della vernice, ma mi mandò a quel paese dicendomi che avevo bisogno d'aiuto. Ma cosa vuole la gente? Quella è pazza. Non imbiancai ma feci un monte di cose, passai anche l'aspiratore dappertutto, non l'avevo mai usato, me l'aveva regalato Giovanni un Natale di parecchi anni fa. Ecco, lì feci una stronzata perché non sapevo che poteva essere riutilizzato, la mattina lo buttai nel cassonetto insieme ad un lenzuolo che avevo riempito di cose che non usavo mai o che erano rotte. Facevo i preparativi per la mia nuova vita, lontano da quel cazzo di palazzo dove la gente ha sempre qualcosa da dire. Mi presentai al quartier generale alle sei del pomeriggio, bello docciato e con le unghie tagliate, ma non avevo comprato nulla perché mi ero dimenticato cosa spettava a me. Mi portai appresso Tormento. C'era un fermento in quel garage che sembrava stesse succedendo chissà cosa. C'erano anche due tizi che non avevo mai visto, poi scoprii che erano parenti di Marco e che stavano scaricando roba da un camioncino, tutta roba rubata, per noi. Tra l'altro, ci ho rimesso anche dieci grammi di fumo perché Giuseppe mi disse che dovevo ringraziarli. Io dovevo ringraziarli? Cazzo vogliono da me? Glieli detti perché sono un signore, un nobile di spirito. Quei raccattati. Marco aveva buttato giù una parete, aveva sfondato il garage accanto perché ci voleva posto, non chiese a nessuno se poteva, aveva voglia di sentirsi maschio e si mise a buttar giù una parete, così, perché ci serviva posto, perché nessuno deve dirgli cosa fare o non fare. Dei dubbi del giorno prevedente, riguardo al pugliese, nessuna traccia. Effettivamente creammo un bell'ambientino, davvero confortevole, quei raccattati ci avevano portato due divani, una scrivania, due computer, una libreria in ferro, un ventilatore, un termosifone elettrico, due tappeti persiani, sette o otto casse di birra, una chitarra e un sanitrit, sì, un cesso. Tutta roba pagata da me con dieci grammi scarsi di fumo da vendere ai pischelli, roba di scarto. Sono nato per gli affari. Il frocio arrivò che era tutto sistemato, arrivò vestito come piace a lui, profumato proprio come la regina dei travestiti. La prima cosa che disse fu, lo ricordo come se fosse ora: è magnifico! E guardate cosa ho comprato, una parrucca nuova! Ma che troia, una parrucca rossa a caschetto che mi faceva effetto a toccarla. E se la mise subito, e fece due piroette, e disse di essere felice. Delle cose che ci servivano non c'era nulla, tutt'e quattro si provò ad accendere i computer ma non ci riuscì. Giuseppe era il più gasato di tutti, buttò sul tavolo della coca e ci mettemmo a spippare. In quel garage, sottoterra, non si vedeva se era giorno o notte, tuttavia sapevamo che il nostro gruppo era unito, solido come qualcosa si solido. Marco volle mettere subito le cose in chiaro, mi disse che non si serviva più da me non perché gli avevo dato roba poco buona, solo che anche il marito di sua sorella s'era messo a spacciare e non voleva fare un torto alla famiglia. Mi abbracciò. Un gruppo unito. Ad un certo punto smettemmo di parlare, solo un ronzio di sottofondo increspava il silenzio, ed io mi ritrovai a coccolare il collo di una rossa bellissima, che pensai Dio mi avesse inviato dal cielo per ringraziarmi di aver servito messa, a dieci anni. Poi mi ripresi, stavo sbaciucchiando il collo di quel frocetto di Giovanni che stava dormendo. Tutti dormivano, presi in collo Tormento e andammo fuori, sotto il pilotì, a fumare una sigaretta e fare due passi. Dopo poco, s'accese la luce delle scale, una mamma con due bambine dal grembiule blu e la cartella scesero le scale. Le guardai, mi guardarono, ci guardammo. Poi guardarono Tormento che si stava facendo i cazzi suoi e mi chiesero che potevano accarezzarlo. Dissi di no, che era velenoso. E giuro che mi dispiacque, povere bambine. Velenoso? Tormento velenoso? Non so perché mi venne da dire così, ma lo dissi. Dopo che le bambine e la mamma se ne andarono, c'è da dire che a quella donna non aveva affatto patito le due gravidanze e che aveva un culo da scopare per ore, pisciai sull'erba e poi mi scappò anche un po' di merda e la feci, senza pensare, così, come si faceva da ragazzi. Tornai dagli altri e mi misi a dormire. Poi Giuseppe mi svegliò, disse che avevo dormito per due giorni interi, e davvero mi sentii riposato. Era il giorno degli appostamenti, dovevamo andare a vedere tutto e prendere nota. Giuseppe spippò un paio di grammi per tranquillizzarsi. Arrivammo alla posta che erano le undici meno venti, Giuseppe mi disse di annotare tutto quello che vedevo, tutto. Poi Giovanni mi portò con sé dentro l'edifico, fu la prima volta che entrai alle poste. Mi disse di essere rilassato e di prendere un numero, che quando sarebbe toccato a me di presentarmi allo sportello e chiedere informazioni per aprire un libretto. Allora, quando toccò a me, chiesi come fare per aprire un libretto, e la tipa mi chiese che tipo di libretto volessi aprire, ed io avvicinai i palmi delle mani uno di fronte all'altro, separati da qualche centimetro, e dissi che era un libretto normale, mi venne in mente un libretto che avevo visto a casa di Giuseppe, e dissi che aveva il sopra blu con un scritta nera, che era un libretto semplice, un libro, cazzo. Lei si mise a ridere e anch'io lo feci, risi senza sapere perché si stava ridendo, so di essere simpatico e anche abbastanza bello, ma lei ci stava provando, gli era preso voglia di fare la gattamorta. Poi Giovanni mi prese a braccetto, guardò quella troia che voleva un po' di cazzo alle undici del mattino e le disse di non farci caso. Io ci rimasi. E quando si uscì feci una parte di merda a Giovanni e gli dissi di non intromettersi più nelle mie questioni amorose, e di non toccarmi mai più. Giuseppe disse che era andato tutto benissimo, ma a me giravano perché quella era una chiavata sicura. Poi si vide arrivare Marco, col motorino, non sembrava neanche lui col casco e con quel giubbotto blu e giallo. Si fermò proprio davanti a noi con una sgommatina da pirla quattordicenne, poi dette gas col freno tirato e disse che aveva bucato la marmitta per essere fico. Poi andammo tutti al garage. Marco espose nuovamente il piano nei dettagli: come avete visto, ci sono sei postazioni e sei tipe che ci lavorano, poi c'è il dietro e ci lavorano in altri due, lì dietro c'è la cassaforte e all'esterno c'è solo una guardia. Noi entriamo col passamontagna, ordiniamo a tutti di buttarsi a terra, due restano nella sala d'attesa con le pistole puntate, gli altri due vanno alla cassaforte, se la fanno aprire, riempiono le federe di soldi, poi escono e vanno al parcheggio dove ci sarà la macchina che lasceremo accesa, poi escono gli altri due, sparano due colpi in aria e montano in macchina. Usciamo dal parcheggio e veniamo al garage, ci dividiamo i soldi e ognuno va dove gli pare, fine dei giochi, bye bye, ourevoir, ci si becca tra qualche anno quando le acque saranno calme. Fu a quel punto che Giuseppe fece una domanda che a me parve davvero intelligente. Disse: ma non suonano l'allarme? Allora lì Marco si stizzì un po', disse che forse lo avevamo preso per un cretino o cose del genere, dette una pedata al divano col mancino, poi fece tipo una fica avvicinando il pollice all'indice per poi portarsi la punta di queste dita tra le due sopracciglia. E stette in silenzio. Si scusò per non avercelo detto prima e disse: allora, gli interruttori dell'allarme sono sotto le scrivanie, proprio appiccicati alle cosce di quelle tipe, durante il giorno lo premono sbadatamente un centinaio di volte, l'allarme suona ma non arriva la polizia che ormai c'è abituata, non ci fa caso, suona l'allarme ma loro se ne fregano, non è importante. Allora mi venne spontaneo di chiedergli chi glielo aveva detto e mi disse che ci lavora sua cugina, disse che al secondo sportello da destra c'è sempre sua cugina. Io ero andato proprio a quello sportello e così proprio spontaneamente gli dissi: quella gattamorta cerca cazzo alle undici del mattino è tua cugina? Vidi il suo braccio che si alzò, poi mi svegliai dopo due ore, sulle ginocchia di Giovanni che aveva la parrucca rossa e mi teneva un sacchetto di minestrone congelato sul naso rotto. Poi facemmo la pace, Giovanni mi disse che Tormento mi aveva vendicato vomitando sui pantaloni di Marco. Ci facemmo un po' di strisce, il mio naso tornò nuovo, non sentivo più dolore, il piano andava avanti, nulla poteva dividerci ancora. Stabilimmo i compiti: io dovevo contare quante persone entravano dalla mattina alla sera per un mese intero, Marco doveva fare il suo lavoro senza problemi, Giovanni doveva ammaliare la guardia, farci amicizia e poi scoparselo la mattina della rapina e imbavagliarlo e legarlo, Giuseppe doveva entrare ogni mattina ed inviare ogni giorno un pacco vuoto al garage, per conto del suo datore di lavoro, tanto sanno una sega se ha o no un datore di lavoro. Andò avanti così per sei mesi. Io sapevo tutto, sapevo riconoscere le persone dalle macchine che arrivavano, ormai sapevo i nomi di tutti, a qualcuno vendevo anche un po' di roba. Giovanni s'era scopato una sessantina di volte la guardia e a Marco avevano dato pure l'aumento. Volevo bene a tutti, dipendenti e clienti, direttore e guardia. Una tipa del mercoledì mattina mi faceva impazzire, portava sempre i pantaloni da ginnastica aderenti e si vedeva la forma di quella sua bella fica, sembrava uno zoccolo di cammello. Che vacca. Anche al garage le cose andavano per il verso giusto, decidemmo di sfondare altri due garage e di trasferirci tutti là sotto, Tormento smise di essere bulimico, così, dalla mattina alla sera. Giovanni riceveva in una stanzetta ricavata nel garage, io vendevo roba dalla finestra in fondo al corridoio e avevo smesso di rischiare a viso scoperto, e di prendere freddo. Giuseppe scrisse due libri che nessuno di noi ha mai letto. Secondo me non ha scritto un cazzo. Quella era la nostra casa, noi tutti come una grande famiglia, professionisti nel proprio ambito uniti insieme per creare una forza unica, tutti insieme come in nazionale, un gruppo di fuoriclasse per un'impresa epica che avrebbe cambiato le nostre vite per sempre. La mattina del due luglio, dopo ben sette mesi di lavoro, schemi e grafici a torta fatti da Giovanni che nessuno capiva, tre quaderni di quelli grossi con il conto della gente che entrava e usciva, un'infinità di pacchi spediti a noi stessi e una talpa che godeva della stima di tutti i dipendenti della posta: eravamo pronti. Quella sera non dormimmo, ci tirammo un etto di coca, ed eravamo super carichi, mi feci un milione di volte il segno della croce e improvvisai anche qualche preghiera. Misi Tormento a dormire in una scatola di cartone che avevo bucato per farci entrare l'aria, poi feci un paio di giri di scotch, avevo paura che scappasse proprio quella notte. Si partì con la macchina di quel cretino di Giuseppe, nello zaino avevo tutto, pistole che presi da un napoletano a marzo, passamontagna, federe, guanti per non lasciare impronte, quaranta grammi di coca, una bottiglia d'acqua che magari ci prendeva sete, una penna e poi non mi ricordo il resto. Si parte e tutto va bene, la sera prima s'era anche messo dieci euro di benzina, ormai che s'era lì gli si dette un'aspirata veloce, Giovanni aveva anche controllato se mancava l'acqua per i tergicristalli. La mancava. Ce la mise. S'era pronti per il colpo. Poi guarda chi ti vedo, proprio svoltata la seconda curva, sbam, carabinieri in mezzo alla strada con paletta rivolta a noi. Marco perde la testa e inizia a vociare:chi ha fatto la spia! Ci hanno beccato! No! È tutto perfetto! Non può finire così! Giuseppe si ferma educatamente, i due ci guardano un po' perplessi, quattro cocainomani di cui un transessuale colla parrucca rossa e una giacca di finto leopardo, un palestrato dai capelli ebeti sulla fronte e una macchia sul collo, un mulatto coi baffi come Garibaldi e me, uno spacciatore dall'aria slavata, con la barba come un ebreo, un cappello da rapper, il naso gonfio ma funzionante, completamente imbambolato da quella situazione. Giuseppe fornì patente e libretto, risultò che la macchina è rubata. Mancava anche l'assicurazione, il bollo e poi altro. Penso che non è possibile essere così stupidi, porco di un cazzo come fai ad avere una macchina senza assicurazione, porco di un cane, se rubi una macchina va bene, ma guarda se è assicurata, cazzo, sono le regole, minchia puttanaccia, vatti a fidare di un pugliese. Ci fecero scendere dalla macchina e, in quel preciso istante, davvero ebbi la conferma che Dio esiste: la macchina esplose, un botto pazzesco e una montagna di fuoco davanti a noi, fumo, scoppi, vetri infranti. Lo capici? Dio ha evitato che ci beccassero con la coca e le pistole! Dio ha evitato il peggio. Allora scappammo di corsa al garage, ci rifugiammo lì senza essere visti da nessuno. Lì partirono le offese al pugliese. Marco cercava dell'acido per sfigurarlo, io che lo calmavo e gli dicevo: Dio esiste! Non lo capisci che esiste? Prima la televisione, poi la macchina che esplode, questo è Dio! E torna tutto, torna tutto! Il piano svanì così, per la poca accortezza di Giuseppe, per la poca attenzione rivolta ai dettagli. Macchina rubata, senza assicurazione. Questa è superficialità. Da quel giorno non li ho più visti, presi le mie cose dal garage, la scatola con dentro Tormento e me ne andai. Girovagai per un po', ma ora sto bene qui,forse mi farò prete, ma se trovo qualcuno in gamba, mi sa che riprovo a fare la rapina.

venerdì 20 settembre 2013

"Le zie"

Sì, davvero, ho provato con tutto me stesso, lo giuro su chi vi pare. Non va, non ci riesco, odio le cose troppo false, artificiose, ipercostruite. Ho provato a scrivere un racconto non realista, ma proprio non ci sono riuscito. Tipo m'ero buttato sulla fantascienza e cose del genere, roba sulla fine del mondo e minchiate varie. Niente da fare, ho provato, ma non va, non fa per me.
Poi, questa gente che ci circonda è troppo bella per tacerne l'esistenza. Per dirne una, oggi ero in bottega che servivo le mie clienti più affezionate, tre tizie che chiamo zie perché le conosco da sempre, ma non sono davvero le mie zie.
Delfina Costi, Mary Banfi ed Ernestina Borelli. Donne impeccabili nei loro novanta e rotti anni, adorne di gioielli, col rossetto fin sulle guance, avvolte nei loro vestiti cuciti a mano, lucenti con quei loro capelli tinti di un biondo davvero troppo innaturale, sorretti da quintali di lacca che si portano appresso lasciando la scia dappertutto.
Bene, sarà che ieri sera ho fatto una bella chiavata, infatti stamani ero contento, raggiante, brillante da restare quasi antipatico, e mentre servivo le zie gliel'ho detto: -belle tutte e tre, siete belle come il sole (ci stava bene un punto esclamativo ma lo trovo un'offesa all'estetica della pagina). E gliel'ho detto mentre stavo affettando del prosciutto cotto per la Delfina, e questa mi guarda e mi dice:- no, la schiacciata non mi serve, riscaldo quella di ieri-. Allora la Mary s'è messa a ridere dicendomi che la Delfina non aveva capito perché tremendamente sorda, quindi la guarda e le dice: - ha chiesto se ti è passato il dolore al femore-.
Allora le guardo entrambe e faccio come a dire sì colla testa. Delfina inizia un soliloquio infinito riguardo a quel dolore, parla di risonanze, di agopuntura, di creme, di dottori e di pasticche, orari d'ingerimento, resoconto della pressione relativo alle ultime settimane, gradi mancanti alla vista e via discorrendo a ritroso fino a dirmi che a cinque anni ha avuto i gattoni.
Tutto questo mentre la zia Ernestina ogni tanto si intrometteva nel discorso sostenendo che nel pesto, il vero pesto, quello alla genovese, ci vuole una patata nell'acqua di cottura della pasta.
Perciò discorsi senza né capo né coda, e tutte sembravano d'accordo, tutte concordanti in diversi punti del discorso tranne che per il pesto. Infatti, mentre la Delfina rimuginava sul fatto che forse non erano i gattoni ma il morbillo, Mary diceva forse ci stava bene anche un pugnello di fagiolini insieme alla patata, ma qui Ernestina è intervenuta con forza, dicendo che una mezza mela non c'entrava proprio nulla.
Mondo parallelo il loro, mondo sorprendente, attorniate da cose che non sono state dette, vivono in un mondo di fraintendimenti ma che comunque sta in piedi.
Mentre le osservavo che lentamente uscivano, mentre mi salutavano ed io ricambiavo, mi son detto che devo stare qui, qui tra la mia gente, a parlare di loro. Inutile rompermi la testa a cercare di scrivere un racconto parlando di cose che non esistono e via discorrendo.
Poi, farò un po' come mi pare, fortunatamente, qui, non devo render conto a nessuno.
Sì, lo so, di questa riflessione forse non ve ne importava un fico secco, era solo per scrivere qualcosa.

martedì 10 settembre 2013

"Si prova"

Bene. Cane bastardo di un foglio bianco: a noi.
Pipe che fumano, comignoli che sculettano, dita che saltellano, tedeschi che rastrellano.
Notte che rende indefinito tutto, profili, oggetti, ricordi. Notte che non vedo ma che mi avvolge, oscurità che apre la strada a nuove percezioni del tutto inesplorate. Ciechi e veggenti. Visionari che con difficoltà accettano di tornare alla realtà. Dicono: no! Voglio tornare a conoscere come il folle!
E folle è la mia disperata ricerca di concentrazione. Ispirazione annidata da qualche parte del mio corpo come un virus che esplode quando poi gli pare. No, son piani diversi. Come? L'ispirazione potrebbe esserci ma è come se mi mancassero i mezzi. Resisti. Resisti. Ti saresti bevuto anche le tue lacrime, ti sei anche leccato le braccia sudate.
Si cerca il coraggio di scrivere da sobri.
E le stelle girano. Dire che la terra è rotonda è come dire che esiste un qualcosa di perfetto e sommamente intelligente dal quale noi tutti siamo stati creati. Davvero, per me la terra è piatta.
Pensi che nella tua vita hai scritto solo nei momenti difficili, in quei momenti in cui non sapendo dove andare resti fermo e fai una cosa che pare fine a se stessa ma poi, in realtà, ti aiuta a chiarirti le idee e a vederci più chiaro. E accade così, senza pensarci troppo. Tipo la notte che dischiude l'invisibile. Forse non ho più bisogno di scrivere, se i miei conti tornano, se questo tempo si scandisce regolarmente, tra sei anni ci sarà un'altra crisi e quindi le coNdizioni ottimali per tornare a narrare storie. Ma è una cazzata, fate conto che non abbia detto nulla. Mi sono promesso di non cancellare nulla, di lasciare ogni parola, errori compresi (vedi N maiuscola a condizioni).
E i ragni tessono trame che a noi non fanno paura, ma questa povera mosca sopra la mia testa ne è rimasta vittima.
Voi tutto bene? Lo spero.
Dai, sono a un passo da una svolta, si scrive senza spinta. Scrivo anche se tutto va bene, tutti mi dicono che sono (e penso di esserlo per davvero) una persona allegra e solare. Dunque proverò a raccontare qualcosa di allegro e di positivo. Sì, senza farci caso ho già riempito mezzo foglio ed è andato tutto bene, non ho detto un cazzo ma intanto inizio a ritagliare parole.
Vi racconterò altre storie, è questione coraggio. Lo sto trovando.