l'astronauta perduto


mercoledì 17 febbraio 2016

Il senso del mare


Quando distratto cammino, e talvolta inciampo o sbatto contro un lampione, allora è lì che sto pensando. Quando muovo il corpo senza darci peso, quando lo lascio fare in maniera meccanica, senza rifletterci, come di solito si fa col respirare o con i battiti di ciglia, allora è lì che la mente si eleva e se ne va raminga per i cazzi suoi.
Mi succede spesso e più facilmente qui a casa mia, che c'è un viottolo in discesa che porta alla ferrovia. È tortuoso, pieno di buche, in inverno sembra quasi un torrente, a fine estate è circondato di rovi pieni di more.
Inizio a scendere e sciolgo i cani, accendo una sigaretta e mi metto le mani in tasca, la fumo così solo con la bocca.
E giù che si entra in modalità pensiero, e su che sale la mente verso le zone del silenzio ancestrale, mentre alcuni uccelli cinguettano, il vento dondola, e la mia figura svanisce.
Starmene passeggero nella natura sedimenta le mie credenze, mi fa sentire protetto, e talvolta mi stendo ad osservare il cielo, o mi rotolo su di un prato, e lì riscopro d'essere parte dell'humus, d'essere fango, con un forma che talvolta svanisce, forma ché in fondo non ha l'importanza che spesso le attribuiamo.
La natura sono la mia nonna e mio fratello in lunghe passeggiate, è mio padre che ci porta a pescare, la natura è un pesce che accarezzo dopo averlo pescato, poco prima di lasciarlo nuovamente libero di nuotare, di evolversi, di diventare uomo coi millenni.
La natura rappresenta per me tre cose fondamentali.
La prima è la casa, il nido, la mamma, la provenienza, l'origine.
La seconda è la dimensione della conquista, dello sviluppo, dell'attraversamento. Ho soggiogato con i miei mezzi la natura, l'ho seminata e l'ho fatta mia, l'ho recintata e ci ho messo dentro i cani, ho pescato, mi sono spinto oltre la siepe ed ho camminato verso un luogo che non conoscevo ma di cui percepivo l'esistenza. Ho segato un pino che era enorme, abbracciato al suo tronco ho raggiunto la cima, e poi con gesti secchi e decisi ho tagliato i suoi rami, e li ho visti cadere a terra, diventare color ruggine, e diventare polvere.
La terza dimensione è quella dell'erranza, quella che mi è più cara, è il perdersi senza meta, camminare e andare per andare e basta.
Quest'ultima dimensione è quella dionisiaca, orgiastica, indefinita, quella che apre alle riflessioni più strampalate. Questa è una dimensione metafisica, doppia, tu cammini e non ci sei, entra in gioco la capacità di andare meccanicamente, e ci vuole un po' di allenamento, come per lo yoga, che con un po' di pratica poi leviti per davvero. Anche se non ho mai visto nessuno.
Grazie a questa terza dimensione, in cui non c'è altro che pensiero fluidificato, certo all'inizio un po' caotico, ma lentamente poi tutto si fa più chiaro, distinto, si percepisce l'armonia di cui siamo fatti, e si fanno pensieri pericolosi e strani.
L'altro giorno mi venne da pensare a Mike Tyson che mi voleva picchiare e allora scappavo per tutta l'America, la volta prima al cannibalismo dell'Occidente, e poi al papa che forse è malato, ma magari no.
Ma è oggi che ho fatto un pensiero davvero strano.

Sono in una stanza senza né porte né finestre, ma poi, all'improvviso, davanti a me si apre una porta enorme, ed entra il sole.
É una portafinestra dalla quale si vede il mare, il mare che è bello, il mare che ci fa nuotare, e nuotare è bello.
Sono davanti a questa finestra, solo come un cane, e all'improvviso arriva una farfalla che mi svolazza un po' davanti e poi mi si posa su una spalla. Dopo poco ne arrivarono ancora, una per volta, ma di continuo, tutte gialle, ed entrano nella stanza.
C'è profumo di epifania: annunciano qualcosa.
Dal mare emerge una ragazza bellissima con gli occhi azzurri, i capelli rossi e sciolti, ma stranamente asciutti, e resta lì, con l'acqua fino al busto. Mi guarda sorridente, e con un gesto della mano veramente aggraziato mi invita ad andare verso di lei.
Ma resto fermo, un po' mi fa paura.
Mentre la stanza si riempie di farfalle, mi passa accanto un pulcino volante, e poi si posa sulla mia testa, e fa un nido tra i miei capelli, come se dall'alto volesse controllare tutto, quasi senza essere visto.
Da dietro di me si fa strada un suono, e lo sento che arriva lento ma costante, mi volto ma non vedo nulla, c'è come un'ombra, e mi sembra un ragazzo dai capelli mori, ma forse è solo un fantasma. Di fatto, da quando è arrivato, il mare ha assunto il suo rumore di sempre, e anche il vento ha cominciato a soffiare, e lo dicono gli alberi sulla collina qua attorno, che si lasciano accarezzare, si cullano, dondolano.
Poi le farfalle mi spingono verso il mare, e sento che qualcuno mi tiene per le mani: a sinistra c'è Sam e a destra Letizia, la quale tiene per mano una sua amica di nome Manuela, e accanto a lei altre persone, tra cui Francesco, vestito da babbo Natale e con un cuore in mano.
E allora camminiamo, ognuno a suo modo, verso il mare.
I nostri piedi lasciano segni su una sabbia di un giallo intenso, innaturale, come disegnata da un'artista contorsionista, una di quelle che ti parlano con lo sguardo, o scontrandoti con dolcezza.
Ci avviciniamo alla donna dai capelli rossi, siamo a pochi passi dal mare, e tre gabbiani fiochi e sbilenchi ci cominciano a dire di stare fermi, che è pericoloso, che per entrare ci manca qualcosa.
“Cosa?” Domanda il pulcino sulla mia testa.
“Questa”, dice il gabbiano mostrandoci una candela.
“È la candela del Salvatore!” Esclama Francesco, che nel frattempo si è tolto i vestiti da babbo natale per mettersi quelli da befana, perché lui è così, si veste come gli va di vestirsi, è un vero trasformista.
Allora il pulcino si alza in volo, e tutti rimaniamo di stucco per la velocità con la quale è partito.
Eccolo che torna con la stessa velocità della partenza, e mi posa la candela in mano.
Siamo pronti per partire.
Sam alza la mano. Tutti ci giriamo a guardarlo.
“Che c'è?” Domanda Letizia.
“Devo pisciare.”
Allora aspettiamo. Sam se ne va lontano dalla nostra vista e torna contento, asciugandosi le mani ai fianchi e compiacendosi per qualcosa.
Ci immergiamo coi vestiti addosso, nuotiamo in modi strani, e arrivano dei pesci tutti colorati e anche dei delfini spagnoli, che tra un ablas, un todos, un amigos, e un vamos, ci invitano a seguirli.
Ci conducono nel mare più profondo, e io mi sento tranquillo perché insieme a noi c'è la sirena dai capelli rossi che mi guarda con un faccino pieno d'amore e mi sta facendo innamorare. Sam mi bussa alla spalla e mi chiede, dopo aver appreso un po' di spagnolo dai delfini: “donde vamos?” “Non lo so caro Sam, forse andiamo per andare e basta, senza meta, non so cosa ci aspetta”.
Nuotiamo per quasi due giorni senza prendere neanche un respiro, nutrendoci solo di cozze, finché arriviamo di fronte ad una grotta.
“Che si fa? Io sono stanco e ho fame, e poi voglio tornarmene a casa dalla mia ragazza”, dice Francesco che nel frattempo si è vestito da pirata, e ha trovato anche una benda da mettersi su un occhio, e anche delle collane d'oro, di quelle pesanti, che mentre nuota gli stavano a penzoloni verso il basso.
“Io non entro”, esclama il pulcino, un po' innervosito dall'assenza del suo vero nido, e dalla nostalgia della chioccia e dei suoi fratelli.
“Andiamo noi”, dicono in coro le farfalle.
Un fiume giallo si appresta a varcare la soglia, ma la grotta si oppone al loro ingresso e parla: “stop! Chi siete?”
“Siamo farfalle.”
“E dove volete andare?”
“Vogliamo entrare nella grotta, nuotiamo da tanto e siamo stanchi, la sirena e i delfini ci ha condotto fin qui, e qualcosa vorrà dire.”
“Se rispondete a questo indovinello vi faccio entrare tutti”, dice la grotta con una voce catarrosa: “Di che colore era il cavallo bianco di Napoleone?”
Così Letizia e Manuela cominciano a ridere e a dire che la grotta è troppo stupida.
Ma la grotta se ne accorge e allora propone un altro indovinello: “di che colore è il serpente verde di Linda?”
Tutti facciamo finta di nulla: chi si gratta la testa, chi non riesce a trattenesi dal ridere e allora tossisce, Letizia si controlla lo smalto che non ha, io assumo il mio atteggiamento di quando faccio finta di pensare e allora mi liscio la barba, insomma, tutti ci sforziamo di fare i seri e di far finta di pensare alla soluzione.
Il pulcino propone, furbescamente, di avere due possibilità, data la difficoltà immane della questione.
“Sì”, risponde la grotta, “questa è davvero difficile”.
E le farfalle si scompisciano dal ridere, e Sam sembra che pianga da quanto ride.
“Verde!” esclama Francesco, stanco di aspettare inutilmente, troppo affamato e assonato per perder tempo.
Entriamo. La candela inizia improvvisamente ad illuminare di viola e rosso.
Ci addentriamo, silenziosi e sospettosi, e lungo il percorso ci sono teschi, scheletri, spade, elmi e scritte inquietanti: perdete ogni speranza 'o voi che entrate; abbandonate l'idea di poter rivedere i vostri cari; attenti alla sirena etc..
Procediamo tremanti, con le farfalle che gridano di voler scappare, il pulcino che piange, io che faccio finta di nulla ma in realtà mi sto cagando addosso. Poi, da una nuvola di fumo denso, appare una figura grandissima: il re della grotta.
“Chi siete?” Ci domanda con una voce grossa che faceva tremare tutto.
“Siamo noi, siamo qui perché ci ha condotto la sirena”, rispondiamo in coro.
“Ben arrivati, io sono Tos, il re Tos, padre di tutti i mari, protettore di tutti i pesci, reggitore del mondo marino.”
Il re è grossissimo e ha sembianze umane, il suo corpo è formato da tanti pesci, ha tra le mani due spade, in testa un triregno del colore fosforescente degli evidenziatori gialli, gli occhi tutti bianchi, la bocca storta e senza denti, e non so come faccia ma sta fumando delle alghe arrotolate e quel suo enorme sigaro fuma anche sotto l'acqua.
Guarda Sam. Gli sputa del fumo in faccia e ci dice: “se me lo lasciate mangiare vi do tutto il tesoro della grotta”, tutto questo mentre si lecca i baffi che non ha, e l'acquolina gli esce dalla bocca anche se è tutto circondato d'acqua e pare che non sia così.
Restiamo tutti un po' interdetti, non perché siamo indecisi se farglielo mangiare o meno, ma per questa cosa del tesoro.
“Lasciamoglielo mangiare, voglio essere ricco e tornare a casa il prima possibile” dice Francesco ad alta voce, mentre si abbottona una camicia da soldato austriaco trovata nei paraggi.
Ma noi tutti ci opponiamo, anche se questa novità del tesoro ci alletta un po' tutti.
Sam allora esclama: “mi sacrifico per i miei amici, lasciate che mi mangi!”
Al che, il re gigante Tos, tra cerchietti di fumo e arabeschi, lo prende tra le mani e se lo avvicina alla bocca.
Francesca e Manuela pensano già a come spendere i soldi del tesoro, fanno mente locale di dove avevano visto quella borsa che gli piaceva tanto, poi quella gonna celeste, e quel cappello larghissimo di lana cotta. Ma è un'euforia che dura un istante.
Tutti siamo tristi e cominciamo a piangere, e le nostre lacrime salate si confondono col mare, e sembra che non stiamo piangendo, ma davvero lo si fa tutti, e i nostri occhi sono rossi.
“È una trappola”, urla il pulcino dalla mia testa, “dobbiamo scappare che non c'è nessun tesoro, vuole mangiarci tutti, dovevamo dare attenzione alle scritte!”
Allora le farfalle guardano in cagnesco la sirena che ci ha condotti nella tana del nemico, e la scacciano da noi imprecandole contro parole in dialetto farfallesco.
Ma ormai è troppo tardi per tutto.
I piedi di Sam penzolano dalla bocca del re Tos, che si avvicina a Francesco con aria minacciosa. Allora le farfalle si dirigono verso Tos e gli lanciano addosso un liquido appiccicoso che lo blocca all'instante, gli entrano nella bocca per poi riuscire con Sam tutto mezzo morto sorretto dalle loro ali.
Lo portano fuori dalla grotta, e dopo una respirazione bocca a bocca durata un'eternità eccolo che si sveglia e chiede a tutti se davvero si è ripreso o se è morto e si trova in paradiso.
La colla delle farfalle non può durare a lungo. Io e Francesco cerchiamo di legarlo, Francesca gli pianta una lancia che aveva raccolto da terra nell'occhio sinistro, e poi anche una nel destro.
Mi accorgo che la candela che tengo in mano non è solo una candela, infatti, stringendola forte e dicendo “vaccabò” partono delle scariche di fulmini. Allora la stringo forte tante volte e dico la parola magica rivolto verso il mostro. Le scariche arrivano dirette sul suo corpo che cade a terra tutto tremante, mentre alcuni pesci gli si staccano dalle membra e scappano via e spariscono nel mare più profondo.
Ci sediamo stremati e pianifichiamo la fuga. Francesco si è fatto delle strisce nere sotto gli occhi per sembrare più cattivo, e ce le impone a tutti, per darci un tono da guerrieri, come se ce ne fosse bisogno. Il pulcino sta accendendo un fuoco, quando, dal fondo della grotta, sentiamo delle voci: “Aiutateci vi prego, aiuto”.
“Andiamo via, chiccazzosenefrega”, pensavo io mentre mi legavo le scarpe, ma Sam, che è un uomo di buon cuore, ci convince tutti di andare a liberare le persone intrappolate.
Controvoglia ci addentriamo nuovamente nella grotta e ci troviamo davanti due persone troppo simpatiche, Francesca e Renata, che da tanto tempo erano rinchiuse e stavano diventando quasi dei pesci.
Partiamo tutti insieme, nuotiamo veloce veloce, arriviamo a galla, respiriamo a pieni polmoni, e la luce del sole ci dà un po' noia, ed ecco ancora quell'ombra fuggente che ci passa accanto, e il vento ritorna a soffiare, e le onde a sciaguattare.
Mi guardo attorno per vedere se ci siamo tutti. Pare di sì. O forse no. Manca Sam.
Allora mi immergo con tutta la forza che ho, e nuoto con tanta potenza che alcune tartarughe marine mi guardano e poi si guardano tra sé e annuiscono con la testa, basite dalla mia stratosferica velocità. Trovo Sam incastrato ad uno scoglio e lo strattono forte, ma sento che sto perdendo tante energie, e mi si stanno chiudendo gli occhi, il bisogno di dormire mi assale, non posso resistere, non ce la faccio. Mi addormento.
Mi addormento abbracciato a Sam che già dormiva russando e mugolando frasi in spagnolo.
Fine dei giochi. Eccoci qui addormentati per sempre, abbracciati come due innamorati.
Ma all'improvviso sento una bocca sopra la mia, e dell'aria m'infilava con forza nei polmoni. Mi sta passando la voglia di dormire, allora apro un occhio, poi anche l'altro.
Questa bocca che ho sulla bocca non si stacca, e questa lingua lecca la mia, e mi conta i denti e ci mette passione.
Così mi stacco di dosso con una gomitata la figura che mi ha salvato. “Non ho resistito”, dice la sirena mentre lentamente si sta riavvicinando con la testa inclinata. Non resisto e la bacio, anche se so che la nostra storia non potrà funzionare, che ci ha tradito già una volta, che io ho le gambe e lei una coda, una gran della coda ma è comunque una coda, che se volessimo andare al cinema le servirebbe una vasca, e dovrei trasferirmi al mare ma non mi va.
Così, dopo un bacio appassionato e tante carezze, cominciamo a scastrare Sam, a dargli degli schiaffi per farlo riprendere. Sam si riprende e ci abbraccia, e ci dice che lo sapeva che qualcuno sarebbe tornato a prenderlo, che tutte le persone hanno qualcosa di buono.
“Ma la sirena non era cattiva?” mi domanda Sam, “è innamorata di me”, gli dico, e rimane basito, perplesso, come se non riuscisse a spiegarselo.
Raggiungiamo la superficie, emergiamo come balene sputando acqua.
Eccoci soli in mezzo al mare, c'è solo un peschereccio in lontananza e degli squali che ci girano attorno. Poi ci sentiamo tirare verso la barca, siamo tutti vicini e abbracciati perché qualcosa ci tiene insieme. Siamo stati pescati da una rete. Mi volto e vedo la sirena che ci sta dando dentro con Francesco, allora Sam mi guarda sorridente, alzando le spalle, dicendomi che non potevo farci niente se lei amava un po' tutti.
Il peschereccio ci ha definitivamente alzati dal mare, e ce ne stiamo sospesi, mentre un marinaio strano con un cappello da ciclista ci guarda e si arrotola una sigaretta di alghe.
“E voi chi sareste?”
“La prego signor marinaio, con quei bei capelli biondi lei non può essere cattivo, la prego ci faccia scendere che le spieghiamo tutto”, balbettava il pulcino.
Il marinaio, lento come un bradipo, ci fa cadere a terra. Dopo avergli raccontato la nostra storia, ci offre qualcosa da mangiare. Dalla cambusa fa uscire di tutto, e apparecchia come per Natale, coi bicchieri da vino e le candele. Mangiamo del pesce fritto e della pasta con dei granchi vivi, una pasta scotta e senza sale, e ce ne accorgiamo tutti, ma non diciamo nulla per gentilezza.
La sirena, che nel frattempo si era buttata in acqua per non crepare, con gli occhi sta facendo sesso col marinaio, il quale, a detta mia, potrebbe essere il suo uomo ideale.
Si è fatto l'imbrunire.
Il marinaio ci riporta gentilmente alla spiaggia, proprio nella spiaggia da cui eravamo partiti giorni prima. Scendiamo tutti, chi camminando e chi volando, altri facendo finta di fare i soldati, trascinandosi con gomiti.
Il peschereccio si dissolve in lontananza con la sirena a seguito che fa piroette e salti da favola.
Mentre siamo distesi, dal mare sentiamo strane voci che ci chiamano. Sono i delfini. Li osserviamo, adesso parlano francese e ci dicono “bravi, bravi, bon, tres bien”, poi dalle loro bocche escono dei fiori, fiori che si fanno piccolissimi come granelli di sabbia e che ci vengono incontro, li respiriamo e ci sentiamo felici. Siamo fecondi di felicità.
Improvvisamente se ne vanno tutti, rimango solo con le farfalle ma poi fuggono anche loro.
E se ne va anche il rumore del mare e il soffiare del vento, il sole si attenua, e mi ritrovo nuovamente nella mia stanza buia, senza porte e finestre.
Allora ecco l'odore di sigaretta, l'abbaiare dei cani, e apro gli occhi, inciampo in una buca, ed eccoci alla ferrovia.
Il tutto non ha senso, ma alle cose, il senso, alla fine lo diamo noi.
Al di là di un senso sensato o di un senso sensibile, c'è un terzo senso particolare, quello del mare.

Proprio come succede ad ognuno di noi, figli del destino e dell'erranza, figli della destinerranza.
Come la musica pop, viva e vita, piena di vita.
Le stagioni. Otto diviso due, quattro.
È naturalista. Egli ci parla di naturismo. Naturista, nudista.
Movimento costante. Monolitico è il morto. Va bene l'andamento lento.
Il sudore toglie aridità alla pelle.
Pregati il tuo dio.
Lui ha un dio.
Egli ha un dio tutto suo. Si è inventato un suo dio! Egli prega solo il suo dio.
M'invita a farmi un dio tutto mio. Un dio tutto mio!
Ora prega, e si ripete che deve essere virtuoso.
Sforzati di essere virtuoso. Sforzati di essere virtuoso.
Alle nostre umili esistenze non c'è altra alternativa che il sudore, il mal di schiena per la troppa vicinanza alla terra , bassa come il lavandino dove lavi i piatti, e bassa è negli angoli la polvere che stavi cercando quella notte: sposta il battiscopa in angolo, in bagno, v'è lì nascosta l'alternativa illusoria a quella che per molti è già un'illusione. M'illudo nell'illusione. Come sognare un sogno in cui sogni. Dimmi quando, quando.
E sputa a terra l'ora tarda, e vattene a letto che stai un po' meglio e ti sei ripreso. Non far l'errore di andare a letto mentre t'illudi nell'illusione che non sia illusione.
Non ho capito se è insonne o meno. È meno insonne solo la notte dopo che l'ha fatta in bianco.
È che il mondo è pieno di cose inutili da fare.
Piacere di avervi conosciuti tutti, i miei omaggi a voialtri, e perché Linda sogna la libertà? Va forse ella cercando l'amore?
Di tutto questo chi se ne fa? Non credo sia inutile, tra tutte le cose inutili che ho fatto, questa non lo è affatto.
Sono qui presentati i quattro elementi tipici delle nostre esistenze: la cosa, ovvero l'esperienza del mondo, quella che i bravi chiamano empiria, ovvero ciò che abbiamo di fronte ogni santo giorno.
Poi la memoria della cosa, il ricordo, a tratti vivido ma talvolta distorto, ed entra qui in gioco l'onirismo della memoria, il ricordarsi un pomo non più arancio ma azzurro, che quella tale persona era mancina e invece e destrorsa.
E ora siamo di fronte al terzo elemento: la fantasia. La fantasia è la massima espressione di quello che fa il nostro cervello: affabula. Affabulando di continuo, in realtà non sappiamo più ciò che è vero e ciò che non lo è. Proiettiamo di continuo su ciò che ci presentano i senti un qualcosa che alla purezza della cosa non appartiene.
Viviamo, in pace o meno con noi stessi, con altro da ciò che c'è. Che, estremizzato, è come credere di avere le ali e di poter buttarsi giù da un palazzo, e accorgesi ad un secondo dal salto che quelle ali non funzionano, che quelle non sono ali. Ed è un storia realmente accaduta, successe a Faenza alcuni anni fa ad un tizio che credeva gli fossero spuntate le ali.
Ma la fantasia ci permette anche di trasformare ciò che è ignoto e ci fa paura in un qualcosa di familiare, di non estraneo o anormale.
Forse è stata davvero una proiezione la sensazione che ho provato in una stanza parecchio tempo fa, ma non avevo davanti dei disabili, quelli che sbavano, che sbattono la testa al muro, che urlano ed ulano in un grande richiamo o imprecazione a un qualche dio. E non li avevo neppure di fronte a me, non c'era tra noi alcun tipo di distanza. Io ero lì con loro, tra loro, ero loro. È caduta una sorta di maschera da uomo, uomo inteso come colui che domina, che ammaestra, educa, impone un ordine da una posizione privilegiata. Da sopra, mi son sentito dentro, son scivolato giù.
Forse ha smesso di funzionare la mia macchina proiettiva, c'è stato un cortocircuito. In quella stanza ho sentito solo energia: energia per respirare, energia per vivere.
La quarta dimensione della quale volevo parlare è quella relativa all'ipotesi.
Perché sì, si fanno sempre delle ipotesi su tutto. Così per dire, ipotizzo che l'energia e l'amore che ho provato siano frutto del mio egoismo. Avevo davanti il diverso, l'anormale, ciò che non sono. E questo mi ha fatto sentire bene, osservavo dal mio corpo normale e al sicuro una tempesta, un terremoto, una sorta di catastrofe mostruosa fatta di bava e contorsioni, di urla.
Fermo, al sicuro, stabile, distaccato, il tutto mi è sembrato sublime. Egoismo, sono un egoista.
Atteggiamento da saggio. Nevvero che forse è così?
Ma non sono così, o penso di non esserlo. Non riesco a stare fermo sulla riva ad osservare. La vita, parlo in generale, fa sempre la chiama, come un arbitro prima di una partita, e una volta che il tuo nome è stato fatto, sei dentro, sei sulla nave in mezzo al mare. Si è tutti in mezzo al mare, si è tutti in pericolo, siamo tutti anormali. Aver frequentato quei ragazzi è stato per me una scommessa, forse la più alta. Siamo tutti sulla stessa barca, è questo che mi sono detto mentre leggevo loro una storia, mentre mi accarezzavano e una ragazza aveva la testa incastrata sotto il mio collo, e mi accarezzava la barba, ed era delicata, e l'ho amata, e un po' sono ancora innamorato.
Chiusa la possibilità di osservare il tutto da distanza, ho capito che ci si salva soffrendo e sperando insieme agli altri , considerandoli fratelli (Cristo santo, sono un vero cristiano!).
Sono rimasto colpito dal fatto che le opere che questi ragazzi hanno liberamente creato ruotavano attorno a tre cose: il mare, l'amore e la felicità.
Il mare, a cui è dedicato il titolo di questo scritto, ci mette davanti alla vita, è una metafora di questa. Siamo tutti, ognuno a suo modo, vogando come ci riesce, sospinti dalle onde e dalla corrente, in un enorme mare. E allora proiettiamo e cerchiamo punti fermi, nauseati quanto basta, per aver coscienza che tutto scricchiola, che non ci sono fondamenta, che l'abisso è sotto di noi, attorno a noi.
E poi la felicità. Chi parla di felicità con tanta leggerezza? Chi sa cos'è la felicità, chi comprende la sua situazione, chi sa che è tutto mare. La felicità non consiste nell'osservare da una zona franca l'altro che soffre e affonda, ma nel partecipare in prima persona ai rischi della navigazione. È forse questo un invito a gettarsi nella mischia? Sì, altrimenti si spreca la vita. Si nuota, perché nuotare è bello, ed è più bello se si nuota nel mare, coi i rischi che ciò comporta. Nuota, balla, slaccia le funi che ti tengono in porto, muoviti. È forse questo stato un invito? I saggi sono loro, quei ragazzi, che si ritrovano in un centro che porta il loro nome singolare collettivo: delfino.
E poi l'amore. Tutti parlavano d'amore, e cristo benedetto lo si percepiva davvero l'amore. Cose che a me mettono in difficoltà, come per esempio l'amore e la felicità, a loro vengono naturali, ne comprendono il senso.
O magari non è così, parole come amore e felicità vengono abusate, se ne sente parlare di continuo e così, con l'ingenuità che li contraddistingue, loro le hanno fatte proprie, forse ne abusano anche loro.
Insomma, questo mi andava di scrivere e l'ho scritto, se ai perbenisti non va bene possono pure andare in culo.


giovedì 7 gennaio 2016

L'ascensore





Alberga in me un ascensore,
capienza massima infinite persone,
infinito il peso che può sopportare,
gli ombrelli, i paralumi, i libri, le ricette, gli scandali, i sorrisi e i topi.

Talvolta sale, l'ascensore
senza rumore,
e va al di là della mia vista,
e poi scende e fa lo stesso,
laggiù nel vuoto del tempo perso,
nell'infinito abisso delle nausee e dei mal di tesa,
onorevole contrapposizione all'esaltazione di un corpo nudo sulla prua di una nave in piena tempesta,
dopo i gridi a sua maestà,
la rabbia che sembra uscire del tutto dalla materia;
via le paure e le nevrosi, il brutto, il male, le catene, i capelli, i denti, la pelle e gli anelli.

La consapevolezza di un'illusione.

Su e giù,
come un ascensore,
al cui interno c'è una dama nana che fa finta di aver defecato,
mentre la mancina le sfarfalla sul volto come a dire: oh che puzzo!
E pigia l'uno, poi il quattro e poi il sette,
e si ferma,
si blocca a bocca aperta con le mani tese in avanti,
sembrano poggiate su un vetro che però non c'è.
A noi la vista dei suoi palmi graffiati.
Riprende con fare guardingo e baldanzoso,
come se fosse in sé,
e pigia il tre.

D'un tratto s'appoggia il polso sulla bocca,
la testa piegata,
l'indice dritto verso il cielo,
poi spinge il braccio verso il basso: rumore d'attrito tra denti e pelle,
giù fino in fondo,
con l'indice che sembra dividerle la faccia,
e già è all'angolo della bocca.
Rimette dritta la testa e mi guarda,
ti guarda,
ci guarda,
con quei suoi denti enormi.

E riparte a pigiare,
meno venti,
più duemila,
meno nove,
più un milione,
l'uno,
il quattro,
il sette.

L'infinito perpetuarsi dei teatrini,
le smorfie,
i balletti,
i salti,
i finti pianti,
il dormiveglia.
Il tutto in silenzio,
tutto senza voce,
solo gli occhi si spingono alla ricerca di un senso,
e si fermano,
e qui muoiono,
e qui rimangono in eterno ad osservare.

Vi è in me un ascensore,
al cui interno c'è una folle dama nana,
e in me non c'è solo l'ascensore,
ci sono tutti i piani che ho visitato,
i deserti, le folle, la pace, la discordia, il sole,
l'incantevole fuoco,
l'aspro vento,
l'odore della terra, l'amore, gli ombrelli.

È davvero forse il caso ciò a cui siamo destinati,
ma oramai siamo nati,
e mi stupisco di coloro che pongono rimedio all'ascensore e alla dama,
lasciandosi perire in qualche modo.

È questo il luogo dell'illusione.

Parlami del paradiso,
dell'inferno,
dimmi dove si va.
Si sta.
Si resta,
è tutto quello che ci spetta,
l'ora, l'istante.
È il tuo turno,
lesto,
lascia stare se hai il viso mesto.

È una vita fatta di scandali, di paralumi,
di topi, di sperma e ricette, di bestemmie,
di segni della croce, di nausee, di dentifricio.

E butta un bacio alla dama,
fatti amica la nana anche se non lo saprà,
commetti errori, ripudia, accetta, dubita.
Forse non c'è nessun ascensore.
Infatti, è un gomitolo di lana.



lunedì 30 novembre 2015

6. Quo vadis, Domine?

Me lo promisi appena se ne andò di casa: appena mi faccio incoronare cambio lavoro e vita, e vado a vivere in India, scalzo.
Certo mica potevo partire subito, non posso lasciare una cosa a mezzo.
Potrebbe essere adesso il momento buono per partire. Proprio adesso, andare via, e perdermi da qualche parte.
Ho trentasette euro pulite ogni mese, le accantono da un anno.
Un volo per qualche parte lo trovo.
La gatta devo informarmi se la posso portare con me, se no la do a Pietro, la mette nel piazzale delle macchine.
Ma dove vado? Al caldo. Non voglio più vedere un giubbotto.
E Nigeria? Non posso lasciarla così proprio ora che è iniziato qualcosa di profondo. Non posso ferirla, e poi non me la sento di lasciarla: la amo. Potrei convincerla a venire con me.
Devo solo dare la disdetta del contratto d'affitto della casa e le dimissioni al lavoro.
Ora potrei anche provare nuovamente a dormire, chiudere gli occhi e contare le pecorelle; ma che idea fantastica mi è tornata in mente stasera, l'avevo rimossa completamente in questi mesi, e pensare che per un sacco di tempo è stata il mio faro.
Potremmo definirla «la boa della partenza», e che bello che arrivi in mio aiuto proprio adesso che c'è tempesta.
E dove vado? Qual è il mio posto nel mondo?
L'India mi ha sempre affascinato, ho visto un sacco di documentari. Di sicuro saranno obbligatori dei vaccini.

Andai subito a disdire il contratto d'affitto, ma dovevo aspettare tre mesi per farmi rendere la caparra.

E aspettai, mentre pianificavo la partenza 

Ogni tanto mi viene in mente di quando avevo undici anni, che il babbo di mio nonno, ovvero il mio bisnonno, un omone che mi ricordo sempre con la canottiera giallognola, a sedere su uno sgabello che se ne stava lì come un nulla che ha sopra una montagna calva, l'orologio ad ognuno dei polsi, un bastone in mano, un bastone che ti indica, una voce che dice: «coglione».
Questo è l'unico ricordo che ho del mio bisnonno Giovanni.
Quando ci penso mi chiedo se mi diceva quelle parole per salvarmi, imponendomelo come un mantra al fine di farmi diventare un coglione in abito, per me un coglione è un istrione, un funambolo, un prestigiatore.
Magari era una semplice costatazione del nonno Giovanni, che magari usava quella parola in un significato diverso, o solo per dire che ero un coglione.
La mia vita oscilla tra queste due diverse interpretazioni. Sono un coglione o devo esserlo? Insomma, vivo così in questa zona grigia.

lunedì 27 luglio 2015

5.Topi


Fui condotto in un fosso di cui ignoravo l'esistenza: umido e freddo, tremore, null'altro attorno a me: «io sol uno», mi venne in mente, e perché è così.
Mi svegliò la gatta, mi stava sul petto e si lavava leccandosi, e rutteggiava involtini primavera, ed era disgustosa.
Me ne stetti tutto il giorno in casa, e non mi lavai, e nessuno mi telefonò, e misi in ordine la libreria, e cenai con del pane secco bagnato d'olio sul cui strusciai un pomodoro.
Pensai tutto il giorno senza parlare mai, e i pensieri mi marcirono dentro.
Non vedevo l'ora che fosse lunedì per tornare a lavorare, almeno avevo qualcosa da fare, qualcosa da toccare, qualcuno con cui parlare. Sempre i soliti discorsi, si cammina su nuvole di frasi fatte, e non si passa mai oltre. Ma è un mondo che sta insieme, un mondo semplice e gretto che comunque ha una sua attività, che comunque diviene.
E io mi presento lì e faccio la mia parte, una parte senza ruolo specifico, faccio quello che c'è da fare e basta, sono un ingranaggio sostituibile con un qualunque altro ingranaggio.
E ciò conferma la mia inutilità, il mio essere un nulla che si muove, che parla come da copione, che non ha rapporti; uno che non termina mai il libro che comincia a leggere, uno che di notte beve per prendere sonno, e che se vuol dormire deve essere ubriaco, e dormire con le scarpe legate, e svegliarsi di mattina coi piedi informicolati.
L'insonnia mi tormenta solo da pochi anni, ed è una merda, ed è come se il corpo agisse indotto da un terzo, persuaso da qualcuno a dover essere stanco, ma non dormire mai.
E allora pensi, ma non parli, e a volte scrivi, poi leggi, poi ti fai una sega, e poi bevi, e ribevi, e poi dormi vestito.
E al mattino fa male la testa, e mentre l'acqua ti scorre addosso tu senti tutto il peso del tuo corpo, e allora vorresti essere acqua, e scivolare via insieme ai capelli, ai peli e al piscio, e disperderti dappertutto, e finalmente dormire.
Se non avessi Nigeria avrei già salutato tutti. Anzi, non me ne frega di salutare nessuno.
È tutta colpa del Tennis, di una troia e di un maestro, forse è anche colpa mia; ma insomma, forse non ha colpa nessuno, ma a rimetterci sono io.
Una volta da piccolo volevo un bicchiere di latte freddo, abitavamo in campagna, ed era estate.
Presi una tazza e la poggiai sul tavolo, dal frigo tirai fuori il latte e lo versai nella tazza, poi rimisi il latte in frigo.
Lo sentivo già in bocca il sapore di quel latte freddo, mentre fuori si bolliva di caldo, e dalla tazza scendevano giù le goccioline.
Mi metto a sedere, infilo le dita nell'orecchio della tazza, davanti un biancore ancestrale, e all'improvviso emergono delle zampette nere, poi una coda e poi un'altra, e infine due corpicini di topini morti, grandi come mignoli.
Chiaramente ci rimasi di merda, e da allora guardo sempre nei bicchieri o nelle tazze prima di riempirle, anche se non ho più bevuto latte.
Senza fare troppe scene mi alzai dal tavolo con la tazza in mano, camminai fino ad arrivare vicino ad un fosso e lanciai tutto, tazza di topolino compresa.
E ci rimasi male, e ci son rimasto male ora come allora quando il tennis è entrato a far parte della mia vita, son quelle cose così inattese che non ti fanno agitare, ti fanno rimanere lucido, ma poi arrivano comunque tutte le conseguenze.
Mi ha lasciato di lunedì, le parrucchiere non lavorano il lunedì, e allora mentre ero in paura pranzo e me ne stavo a casa a mangiare, lei mi dice tutto, e con molta calma esce di casa con le valige fatte la mattina, un'uscita pensata da tempo, messa in atto grazie al coraggio dato da un ritardo mestruale; e allora tu come ti sentiresti?, tu che non la scopi più da quasi un anno, che non pensavi a nulla di tutto questo, a te che il tennis fa cacare?
Nulla, non fai nulla, e pensi a farti una scopata prima di fare un piano. E il sabato di quella settimana scopai Nigeria sul lato passeggero della mia macchina, e lo facemmo tre volte in un quarto d'ora, e pensai che la fica mi mancava tanto, e fu uno dei giorni più belli della mia vita.
Ora siamo in intimità con Nigeria, viene a casa mia e si parla, un sabato che nevicava cenammo insieme, mangiammo la barbina in brodo, e poi prese il treno delle nove dopo che le insegnai a fare il caffè.
Lei sa quello che fa, è cosciente del suo lavoro, è fiera di ciò che ha scelto di essere. Vuol metter via tanti soldi, e a venticinque anni tornarsene a casa, e fare famiglia, e non avere l'aids.
Guadagna in una settimana quello che guadagno io in un mese, e non spende nulla, e manda tutto a casa.
È una ventenne determinata, e io la amo anche per questo.
E glielo dico sempre che vorrei sposarla e andare con lei in Nigeria, ma lei ride, e non ci crede, e pensa che non è vero, ma in fondo secondo me lo sa che la amo davvero.
È l'unica luce che vedo oltre questa caverna di solitudine, l'unica speranza di salvezza per la mia vita. Ripongo in lei ogni aspettativa per il futuro.

martedì 21 luglio 2015

4.Saturday night fever



Sabato arrivò presto, ma non avevo voglia di fare niente, men che meno quello che Pietro aveva in mente. A volte gli dico di sì per chetarlo, nell'invecchiare diventa sempre più logorroico e malato per le donne.
Il sabato pomeriggio lo dedico alla mia nuova fiamma, e possiamo dire che da più di un anno c'è qualcosa di più del semplice sesso animalesco. Ogni sabato da quasi due anni mi vedo con Nigeria, la mia, sì diciamolo, fidanzata, che proprio dalla Nigeria viene.
La vedo il sabato perché è nella piazza dei giardini a lavorare; fa un lavoro itinerante, durante la settimana copre tutto il Mugello, e chiaramente è impegnata, e poi ha questo istinto nomade, e non mi sento di forzarla alla stanzialità.
E insomma niente, è felice che lì può fare anche la doccia, poi ci prendiamo un caffè, a volte guardiamo il telegiornale.
Io la amo Nigeria, okay che il contatto fisico e visivo c'è solo una volta a settimana, ed è bellissimo; fa tutto lei, a volte faccio tutto io, quel che è certo è che mi sento curato da lei, ed è bello che qualcuno si prenda cura di qualcun altro.
Al di là del fatto dei soldi e del pagamento, la sua presenza in casa mi mette sereno, è davvero una persona positiva, e fa anche un buon caffè, lei però lo prende annacquato.
Porta sempre la parrucca, ogni sabato ne ha una di colore diverso, la mia preferita è quella viola con la frangetta, e poi ha lo smalto su tutte le dita, anche suoi piedi, e ha un fisico da modella, alta e slanciata, delle belle poppe, gli occhi verdi che vanno lontano, e le labbra carnose.
In intimità la chiamo «carpina amorosa», che quando è là sotto, sembra di sentire il risucchio che fanno le carpe quando mangiano a galla, col caldo, verso luglio, o i muggini di un qualsiasi porto, che s'ammassano tutti su una mollica di pane. Ecco, quello è per me il rumore del godimento.
Sì, ci frequentiamo da due anni, da quando la mia ex ha fatto le valigie ed è andata a vivere dal maestro di tennis, un cretino sempre in forma e dinamico, coi denti sempre splendenti. Che persona inutile e insulsa, mamma mia, gli auguro tutto il male del mondo a quei due stupidi, imbecilli. Lasciamo stare, non fatemi pensare, se ripenso a come era diventata fissata per il tennis, e poi a correre, e la domenica il torneo, e il giovedì la preparazione, il martedì a cena con quelli del tennis club, evvaffanculo a voi con le vostre palline di merda, e a ogni centimetro di terra rossa del mondo.
Un anno c'ha messo per scegliere, mica che lo sapessi, da un anno scopava col cretino, e io sempre a secco, un minimo di dubbio mi era venuto ma pensavo che fosse un periodo un po' così, non pensavo alle corna. Aspettavo, ora dico che aspettavo in silenzio il mio turno, che non sarebbe poi più stato il mio turno, non era più mia, di me restava il contesto, l'abitudine, l'ordinario, quello di sette anni di vita insieme, nella stessa casa.
L'ho spinta io a fare sport, io l'ho indirizzata al tennis; stava passando un periodo stressante al lavoro e aveva bisogno di svago e di dimagrire che sembrava sempre di più una pallina. E infatti le ha fatto bene, dopo un po' le si è aumentato il metabolismo e ha ripreso a essere felice, a volersi bene e a truccarsi, ad aver voglia di fare.
Ero felice per lei e quindi per noi.
Ma ora non me ne frega più nulla, al diavolo lei, il tennis e il maestro.
Ora amo Nigeria, e fantastichiamo abbracciati sui nostri futuri figli, sui diamanti che le regalerò, sulla nostra casa; mentre le accarezzo la pelle liscia, e l'annuso tutta, e la amo, e lei gioca coi miei riccioli mentre ho la testa tra le sue poppe e parliamo di tutto, e se abbiamo appena smesso di scopare ricominciamo a farlo.
Alle sette la porto alla stazione, e se ne va, con cinquanta euro in più in tasca, e se ne va come ogni treno, nel rumore caldo della ferrovia, che sai che lì per lì non può tornare indietro, ma che poi tornerà.
Sabato, proprio dopo le sette, chiamai Pietro e gli dissi che avevo la febbre, anche se non era vero.
Prima di tornare a casa mi fermai alla rosticceria cinese e presi del liso alla cantonese e degli involtini primavera. Mangiai sul divano guardando Ghost, e piansi, e dormii lì, poco ma lì, con la gatta che ogni tanto la sentivo che leccava le vaschette in alluminio lasciate a terra.


mercoledì 13 maggio 2015

3. Pietro



Al telefono c'era Pietro, amico di vecchia data, e la battuta gli piacque.
Non so di preciso quanti anni abbia, so solo che vendeva macchine e aveva già il suo ufficio personale quando a sedici anni andai in quella concessionaria a fare il tirocinio.
Pietro ha sette anni in più di me, ecco mi ricordo, ora ha trenatre anni.
Lo feci sempre lì il tirocinio, e per come mi garbava farlo lì, in quarta decisi di bocciare a scuola, giusto per rifarcelo un volta in più.
Per l'incoronazione Pietro mi ha regalato una bottiglia di Champagne e voleva sapere se era buona. Di conseguenza mi racconta che sta scopando e si sente quasi fidanzato con una tamarra da insulto stradale di nome Monika, che suppongo si scriva con la k.
E gli chiedo: «Ma chi è? Anche questa l'hai trovata su internet? É una drogata? È due quintali?».
Perchè Pietro trova tutte tipe strane, e tempo fa stava con una che ammaestra scimmie, e me la presentò e sembrava una scimmia, e puzzava di scimmia.
Insomma questa tamarra di nome Monika è un'acrobata del pompino e proprio ieri sera gli ha detto che voleva farsi scopare la bocca mentre stava a testa in giù. In pratica lei stava facendo una verticale e lui se ne stava invece in piedi come un qualunque cristiano, e la teneva per le gambe, e si succhiavano a vicenda.
La descrizione della passerotta di Monika data da Pietro è la seguente: «un lampredotto sugoso con un ciuffino di peli».
Il lampredotto mi fa intendere che Monika abbia almeno sessantacinque anni. E ciò non mi stupisce.
Comunque me la vuol far conoscere al più presto, che secondo lui per farla godere a dovere bisogna essere in due, e fissiamo per sabato sera.
Prima di riattaccare mi rassicura che non è come una di quelle che portò a Natale, quando lo vidi arrivare con una Fiat Punto di quelle nuove che lì per lì mi sembrava sbassata e truccata, anche se gli mancava la luce al neon.
Poi parcheggiò e scesero due elefantesse in ponch, e la macchina tornò alla sua altezza naturale dopo aver cigolato un po'. Erano due sorelle che non ho idea da dove venissero, forse del sud, comunque erano enormi, e le chiavammo ugualmente. Non fu una cosa tremenda, solo che alle tre di notte un tonfo svegliò il condominio intero: la mia stroncò in due il letto su cui eravamo.

lunedì 11 maggio 2015

2. Battute infelici




Oggi pomeriggio mi è venuta un battuta carina. Squilla il telefono e dicono: « Pronto, c'è il dottore?», al che rispondo: «No, c'è la cremeria».
Mossi dallo sdegno siete autorizzati, davvero senza problemi, a chiudere tutto e a dire che in fin dei conti ci avete provato, che non per nulla ma non è proprio il vostro genere di letteratura. Vi capirò, già vi capisco.
Ma la battuta non è quella appena scritta, è un'altra.
Dovete immaginarvi la scena: ore 17.00, martedì pomeriggio, bottega ordinata e pulita, tranne i vetri che mi sembrano un po' polverosi. La frutta e la verdura ben disposte, il banco della gastronomia bello pieno di roba, i giardini davanti con l'erba tagliata e le siepi tutte a filo, bambini che ruzzolano nei prati, chi gioca a palla, chi impara ad andare in bici senza rotine e cade senza dolore dopo ogni metro. Una temperatura ideale, con un sole che ti ci abbronzi dopo due minuti senza patire caldo, mentre delle bambine giocano ad acchiappino e dei bambini scalano il monumento ai caduti senza corde e con tanto coraggio.
Ma è un gruppetto di dodicenni in un triangolo di prato che attira la mia attenzione: quattro bambini sono in piedi in cerchio, una bambina coi capelli neri e la divisa nel mezzo stile Gioconda se ne sta al centro con un vestitino giallo a disegnini colorati. Sono tutti fermi, la bambina parla e loro stanno fermi. Poi riparla e restano ancora fermi, e allora parla di nuovo dicendo le stesse cose di prima ma formulate diversamente, e i bambini iniziano a saltellare a zoppo galletto, tutti tranne uno, al quale forse non gli riesce. Allora l'incapace di andare a zoppogaletto abbandona il gioco e si siede a gambe incrociate come uno yogi. E proseguono, la bambina parla e solo un bambino si muove, sbagliando. Ha confuso la formula sbagliata per quella giusta, s'è mosso e non doveva, fuori anch'egli dal gioco. Ho capito, la bambina è «esso», e ha il potere di far compiere azioni ad altri. Di nuovo lei parla, anzi «esso» parla per bocca della bambina, e i due restanti in gioco iniziano a baciarsi, mi pare con la lingua. I perdenti e la bambina iniziano a ridere e a saltellare, e a fare quei versi strani come fanno i marmocchi quando sono in preda all'euforia.
I finalisti, dopo aver realizzato, ci restano di stucco mentre gli altri li prendono in giro.
Ecco, lo scenario è ameno, la bottega ha le luci spente e si lascia illuminare dalle luci esterne, e squilla il telefono: «Pronto c'è il dottore?», e rispondo: «sì, ma se è per una ricetta le passo l'infermiera».
Scoppiai a ridere compiacendomi con la mia ironia.



venerdì 1 maggio 2015

1. Il mio regno non è di questo mondo


Sulla curiosa incoronazione dell'altro giorno parlarono in molti ma nessuno, di fatto, giunse a conclusioni divertenti da esporre adesso.
Dall'esterno talvolta sembra di vedere il mondo intero, il mondo senza l'io ha un aspetto strano, inconsueto, quasi mistico.
E passa poi tutto rapidamente, l'io torna ad essere il centro del mondo, e un po' ti rincuori perché tutto è com'è sempre stato, tutto è nell'ordinario.
Vorrei provare a scrivere in terza persona ma ho paura.
Provò a scrivere in terza persona anche una persona che conosco, e ne rimase incantata al punto di non toglierselo più dalla testa.
E tipo dice: «Lei (riferito a sé) quest'anno ha voglia di andare al mare, e il figlio ha bisogno di una macchina nuova. Ma l'una o l'altra cosa: dovrà scegliere!».
Quando la sento parlare resto sempre un po' irrequieto.
Penso che oltre ad avere una concezione strana del mondo, l'abbia a maggior ragione di se stessa. 
Storie di vita, si fa per parlare, però ecco, vorrei essere per un giorno quella signora che parla di sé in terza persona, provare un giorno a fare come lei, e registrare tutto ciò che accade, per poi rinsavire dopo una dormita.
Ma è un gioco dal quale non si torna indietro, c'è da fare un percorso di deambulazione con degli esperti e dei santoni, e poi forse si torna apposto. Non ho esperienza e non ho mai sentito dire in giro di qualcuno che sia tornato da quello stato e ne abbia poi narrato le emozioni, son curioso di sapere che sensazione si ha di se stessi e del mondo in un mondo che è vissuto da un altro, o nelle vesti di un altro che non si è.
Comunque se rivedo la Corinna glielo dico: «Ma lei chi? Lei cosa?».
Corinna si chiama la donna di cui sto parlando, diamo almeno un nome unico a questa doppia entità.
La Corinna viene a fare la spesa da me in bottega e avrà quasi settant'anni o giù di lì, diciamo che ne ha sessanta e qualcosa, giusto per non farle un torto, che magari s'impermalosisce. Sempre ben curata, pulita, tonica e di buona corporatura; amici la definirebbero chiavabile. 
A volte mi fa:« Mi dai... tre agli per la Corinna, dei cetrioli, diciamo due, un Napisan Plus (ciò mi fa pensare che di notte si pisci addosso o abbia delle perdite al punto da dover disinfettare le lenzuola), uno yogurt magro e tre kiwi, che la fanno andare d'intestino alla Corinna».
Capite, tutto questo per la Corinna, che ho davanti ma che allo stesso tempo non è lì; fluttua nell'aria un corpo mistico di Corinna, l'ho davanti in carne e ossa, con quel suo tony grigio con la scritta «danza» sul culo, ma si vede che lei non ci si riconosce, o non sa di esserlo, o che ne so cosa pensa.
So solo che da giovane scrisse un libro dal titolo "Santi e Santini", in terza persona, e non ne è più uscita. Suppongo sia pazza.
La saluto dicendo: «porta i miei saluti a Corinna», e lei risponde sempre: «presenterò». Così che io me la figuro che rientra in casa, chiude la porta e dice: «Ti saluta Andrea, il figlio del bottegaio, quello in piazza dei giardini». Magari qualcuno risponde davvero, o magari continua lei: «tanto bravo quel ragazzo, salutamelo».

venerdì 12 settembre 2014

26.



26.


Sembra diventato un rituale, il punto della situazione lo faccio sempre il giorno del mio compleanno. Dal rito un giorno nascerà un mito, e via verso nuovi riti pronti per essere mitizzati.
Avvenimenti degni di nota ce ne sono stati molti, basti pensare che per ben tre volte sono scampato alla morte. Per il resto tutto bene, normale amministrazione di una vita simile a molte altre. Appena computi venticinque anni, era agosto, mi trovavo a giro con i cani, in una di quelle mie solite passeggiate nelle quali cerco di spegnere la mente per abbandonarmi alla ricerca di qualcosa che, in verità, non so cosa sia. Faccio per raccogliere un legno da tirare ai cani e, come lo tocco, una vipera mi morde il braccio. Vien da sé che ho fatto una corsa in macchina fino all'ospedale, dove mi hanno detto che rischiavo di restarci secco. Altrimenti non ci sarei andato, lo pensai ma non lo dissi al dottore. Può capitare. In ottobre il tetto della mia casa ha preso fuoco mentre dormivamo, perché i mie vicini hanno fatto una stufa artigianale che ora non sto a spiegare, alle tre di notte siamo stati svegliati dai cani che abbaiavano come pazzi. Poi sono arrivati i pompieri e hanno spento tutto. La casa è stata inagibile per due settimane durante le quali ho dormito da mia mamma. È passato molto tempo e c'è ancora puzzo di bruciato. I pompieri ci dissero che era andata bene, potevamo morire nel sonno e chi s'era visto s'era visto. E quegli stupidi dei miei vicini non hanno battuto ciglio, manco ci hanno offerto una cena. Mentre i muratori facevano i lavori e imbiancavano, sembrava che ci stessero facendo un favore, una sorta di regalo, leggevo negli occhi dei vicini, appunto, un forte disappunto. Sono uno che porta rancore, non ho resistito al desiderio di graffiargli la macchina con le chiavi. Ho goduto. In dicembre stavo andando a Pisa a portare mio fratello all'aeroporto e un tamarro con una Golf di merda ci ha tamponati. Mi sono svegliato in ospedale. Macchina distrutta, mio fratello con un braccio rotto e io con un trauma cranico. Tutti a dire che ero un miracolato, che Dio voleva tenermi in vita perché ero destinato a fare grandi cose. Ma di quelle grandi cose alle quali avrei dovuto essere destinato, per ora, non ce n'è stata traccia.
Questo è il quadro iniziale giusto per farvi capire alcune cose importanti. Sono diventato molto scaramantico, tipo che mi stringo spesso le palle, che spesso tocco ferro, che non passo se è passato un gatto nero, scanso ogni genere di impalcatura, porto al collo quattro collanine ognuna con poteri particolari, e ho al polso due braccialetti, uno tibetano e l'altro nigeriano, contro gli spiriti maligni.
Che dire, mi ritrovo a scrivere mentre come al solito ascolto un po' di musica, con il cane grosso ai piedi e quello piccolo sulle gambe. Siamo un vero branco, mi sento amato da loro. Il nostro rapporto si è evoluto al punto che ci capiamo al volo. Non per fare il San Francesco della situazione, ma davvero ci parlo, e ci si intende. È lo stesso anche con la gatta, ma tanto non c'è mai, è sempre per i cazzi suoi e torna solo per cena. In aprile le stavano per amputare una gamba, ma ora sta bene e corre anche. Fuori piove, questa estate è stata fino ad ora molto piovosa.
L'università sta andando bene, siamo alla fine e sto già pensando alla tesi. Non è ancora una battaglia conclusa, ma davvero ci siamo quasi. Molti dei dubbi iniziali sul mondo sono rimasti tali. Desideri puerili. Si resta gli stessi di sempre, forse con un po' di cultura in più ma nulla di più, nessuna risposta alle domande importanti, niente di niente. Forse solo più disincantati. Di emozionante resta il rapporto con le persone che ho conosciuto, ma la conquista più grande è stata una ritrovata fiducia in me stesso al punto che qualcuno mi accusa di superbia. Superbia tipica degli eremiti, e io tale sono, questo è il vero motivo. Arroccato quassù in montagna, isolato dal mondo senza tuttavia rinnegarlo, volutamente escluso da ogni tipo di festa (e questa è per me una vera conquista), dove gli unici rumori sono il fruscio del vento e il canto dei grilli, e quando c'è il sole quello delle cicale.  
È forse un'altra forma di egocentrismo, non più dietro a una consolle ad agitare folle con parole create da una miscela di ogni tipo di droga, lontano dalle albe in cui tutti si vogliono bene, dal sesso con chiunque fosse a portata di sesso, forzato dall'abuso di coca e vanità.
Ma non fatevi idee strane, non ho imparato ad ammaestrare orsi e a far comportare decentemente i pagliacci. E l'alba dentro l'imbrunire, l'hai trovata? Macché, credo sia ancora mattina.
Mi accorgo proprio mentre sto scrivendo di avere un tono più pacato, lontano da quelle forzature retoriche che spesso mi sono state care. Sarà che sta scrivendo quella parte di me abbastanza stabile, sincera, ma allo stesso tempo volutamente disonesta. Mentre l'altra parte, quella maledetta, riposa dolcemente in attesa di essere desta nei momenti meno opportuni.
Ora c'è da parlare d'amore, di lavoro e di amicizia, magari di futuro.

Andiamo avanti. La scalmanata ricerca di un maestro si è forse conclusa con l'aspra consapevolezza che si deve semplicemente essere maestri di se stessi? Perduti come lo siamo in molti, ci salveremo ascoltando non le voci esterne, ma quella flebile voce che viene da noi stessi? La voce della pazzia, dei matti, degli squilibrati annebbiati. Ma va filtrata. E come la si filtra? Si è noi stessi costruttori del filtro o lo è la vita? Il filtro s'ingrossa con gli anni? Ciò che ci trascende modifica ciò che è immanente? C'è davvero differenza? C'è davvero un dentro e un fuori? Cosa dici? Chi? Te, cosa vai dicendo? Dici a me? Sì! Sennò chi? Chi? Ora vai. Volevo dire una cosa ma tralasciamo certi discorsi poggiati sul nulla, parliamo di cose a cui possiamo dare risposta, o magari proviamo solo ad abbozzarne una, parliamo di cose che sperimentiamo ogni giorno. Parliamo di quelle relazioni che costituiscono l'essere che noi stessi siamo. Ancora? Guarda che ti incarti, lascia correre, fidati.
È giunto il momento di parlare d'amore. Parola che forse non vuol dire nulla, tutte le volte che parlo d'amore con la mia ragazza si finisce sempre a litigare. Cos'è l'amore? Un tizio molto paranoico dal quale andai a cena prima dell'incidente in macchina, sosteneva che l'amore era rispetto. Ma se il rispetto prende il posto dell'amore, cosa prende il posto del rispetto? Che cazzo di risposta a bischero era? Sapreste darmi la vostra personale definizione di amore? Io no.
L'ho chiesto anche a un'altra persona, la quale ha risposto: l'amore è volersi bene. Ma porco cane non torna ancora, è nuovamente una sostituzione. Allora l'ho chiesto ai miei cani. La Tea mi ha detto che se si mette a problema l'amore, non si è innamorati, che l'amore è uno stato d'animo condiviso da due persone, una sorta di mantello invisibile che avvolge due corpi e li rende immuni da ogni germe e battere, anche dalle pulci e dalle zecche. Senza saperne nulla si ama e si viene amati e non ci si pone neanche il problema. Dunque la messa a problema ne indica l'assenza, e anche lo richiama rendendoci consapevoli che l'amore esiste davvero. Vattelappesca. Son discorsi della Tea, diamogli il giusto peso. Oliver annuiva, d'accordo col pensiero della sorella. 
Comunque sono ancora fidanzato nonostante tutto, nonostante la pausa di riflessione di aprile. Ho dormito a casa di amici a Firenze e un po' dalla mamma, che la sera mi rimboccava le coperte e la mattina mi portava il caffè a letto. La tentazione di scopare altre ragazze è stata fortissima, in particolare mi ero fissato con una mia compagna di università e l'ho anche invitata a cena, ma mi ha detto di no. E non sono andato oltre, cioè non ho insistito. È stata la scarsa volontà di concludere una storia che penso abbia ancora qualcosa da dare ad entrambi. Cinque anni di fidanzamento non sono un giorno, certo sembrerà un truismo, ma di cose insieme ne abbiamo fatte tante, diciamo tutte. Si è anche tagliata i capelli corti a caschetto, e se li è scuriti, sembra più giovane e fresca, quella sua pelle olivastra e quei suoi occhi chiari, ultimamente sanno di nuovo. La trovo più bella del solito, anche più serena. Penso che se un giorno ci si dovesse lasciare per davvero, sarebbe una cosa strana. Tipo che è un altro filtro che ti permette di capire meglio il mondo. Forse mi troverei un po' ebete, lo stesso, credo, anche per lei. Ma non lo so, in realtà non si sa quasi nulla del domani. Ora basta con questa storia dei filtri e del capire, del domani, dei discorsi a cazzo di cane e tutto il resto. Sono fuori allenamento, non vedo dove voglio andare a parare. Probabilmente adesso attaccherò a dire che la mia scelta è stata errata. Dai diciassette ai ventitré anni ho scritto parecchio, tutta roba di merda come scrivo io, ma comunque ero in allenamento. E poi ganzo che scrivevo sia racconti che poesie, così come mi venivano. Ora mi viene abbastanza poco, certo a volte mi faccio in testa il filmino di certe storie simpatiche e allora me lo gusto e mi ci diverto, ma mi si presenta una certa fatica a trascriverle. Ho un taccuino rosso sempre con me sul quale però annoto cose che sono più immagini, tipo quadri, anche paesaggistici, tre parole e via, senza congiunzioni e articoli.
I guerrieri della notte, quelli che comunque vada portano a casa qualcosa. E della scelta volevo dire che ho incominciato con l'università per migliorarmi nella scrittura, e in parte credo che sia anche andata bene. Ma in pratica sono tre anni pieni che il tempo libero lo passo a studiare. Esco da lavorare e mi metto sui libri, di mio, così a flusso come mi piace a me, scrivo poco.
Tuttavia, proprio nei primi tre mesi di università ho scritto una sessantina di pagine, un unico corpo. Ero particolarmente ispirato perché rigonfio di stress. La storia di uno che esce e poi non torna più, s'intitola: l'astronauta perduto. All'inizio ero eccitato e volevo mandarlo a giro, ma poi è rimasto lì, stampato e rilegato con spirale e copertina trasparente, e cartoncino dietro, blu. Che poi sarebbe ambientato in quest'epoca in cui sto scrivendo ora, proprio questi giorni, mi sembra, bisogna lo rilegga. Se un giorno lo pubblico ve lo consiglio, una di quelle cose belle perché particolarmente brutte. 
E quello? Quello che comunque vada ti fa girare i coglioni? Quello che c'è sempre, un fenomeno che vuol fare un bel gol di rovesciata al novantesimo minuto e lasciare tutti di stucco. Ne ho incontrati tre, tremendi e codardi, incapaci di scontro, nessuno è mai arrivato al confronto fisico perché consapevole di soccombere. Lontani dal maestro, diffidate dai segnali, ciò che è mio è mio.
Non voglio star qui a sputtanare nessuno, anche in questo vi sono superiore. Gli occhi mi fanno capire se son stato pensato, e se rientri in quell'insieme di persone che ritengo barbare, quindi pericolose, comunque da tenere lontane, allora non hai scampo, ti inseguo fino a Bisanzio e poi torniamo insieme, anche in pullman mi va bene, tu seduto per terra a strusciare, io il creatore di tutti i tuoi problemi, di quelli che non risistemi al volo, seduti di tutta forza in un luogo del tuo intelletto al limite con la pazzia, attenzione al fatto che ti sentirai sotto anestesia, e ormai sarà diventato l'ordinario, il confine è labile tra ragione e follia, attenzione attenzione, sì sì è codesta che senti adesso, che ti sale dappertutto: è la paura che fa diventare matti.
Detestatemi per l'incoerenza, mi lascio trasportare dalla musica senza seguire lo schema dell'inizio.
Chiuderei la questione relativa all'amore, che se poi ho le corna giuro che m'ammazzo, proprio voglio fare una morte plateale da turbare tutti i bambini del Mugello. No, non mi ammazzo, proprio no, dal patrimonio familiare ho ereditato una certa protezione dal fondo della fossa. Qualcosa mi invento. Comunque se dovesse avere un altro sarebbe una cosa brutta, magari non è nessuno di quei tre che ho in mente, quelli ai quai ho rivolto le parole sopra. Cornuto no, cazzo no. Potrebbe essere anche una certa risposta plausibile alla scarsa quantità di sesso nel nostro rapporto. Comunque un po' fissato, come lei dice che io sia, è facile sia anche vero. 
Toglietevi la giubba, accendete tutte le luci, sedetevi tutti. É stato rubato il mantello del redentore, questa è la pistola, si spari il colpevole. Un uomo si alzò, era basso e brutto, tutto biondo, coi capelli lunghi e la barba. Poi guarda tutti e dice che sì, è vero. Si accende anche l'ultima luce al neon che aveva provato ad accendersi in solitudine, senza che nessuno se ne fosse accorto, ma la sua luce è debole. Prende la pistola e la lucida, e poi la riguarda. La punta in alto, aprendo in maniera storta la bocca se la batte sui denti. Tremante ma con coraggio, un vero uomo con le palle. Poi gli occhi fermi puntati verso il cielo, nessuna goccia di sudore ma tanto tremore, il muscolo del braccio si gonfia lentamente poi il dito rilascia la sua energia nel grilletto. Eccolo là, disteso e ancora tremante, gli altri tutti che fanno cenno di sì con la testa. Tutti ancora seduti, senza giubbe,con quella luce che poi s'è spenta col botto della pistola, e il cervello e il sangue là attorno, vicino un po' a tutti, sangue col suo odore, proprio tanto, anche sul tuo volto. Sì, sangue sul tuo volto che mi hai seguito in questo peregrino peregrinare, io ho una grandissima stima di te, tu hai resistito, ardito sei, degno della migliore stima, un altro stimato tra gli stimati. Io dico che sarete in tre o forse quattro, e vi stringerei volentieri la mano a tutti. Per carità non diciamo niente di chi ha abbandonato l'impresa prima del tempo, ma solo voi siete pronti, lettori virtuosi e prestanti: abbandonano gli ammalati. Adesso andiamo a seppellire il corpo nella neve, al resto ci peseranno i lupi.
Che cambio repentino di stato d'animo, brutto che me ne sono accorto troppo presto. Interessantissimo sarebbe stato leggere l'incastro, come si sfumano e si declinano emozioni opposte e per un poco contrapposte, con la storia della memoria e tutto quanto. La musica riesce ad influire in maniera micidiale sull'umore e dunque cambia il ritmo al nostro corpo, lo scambio di due generi musicalmente opposti conduce a degli scompensi, la necessità di sbadigliare e di respirare forte, di guardare alla resa.
Perché c'è successo tutto questo? Perché non abbiamo cenato insieme? Tuona da dietro la collina, oscuri presagi raccomandano a stare cauti, calma. Respiro con profondità, abbiamo perso il controllo della situazione. Inutile agitarsi sterilmente e fare cose a caso o incomplete. Tipo un riso freddo senza maionese, non vale nulla. Come una pipa senza ingoio. Scusatemi. Fermati Satanasso, risparmiati per domani. Poi tiro le somme. Si dice che va tutto bene, che le api quest'anno hanno fatto meno miele, che i cani stanno bene, che l'amicizia va alla grande, davvero sono circondati da degli ottimati. E allora perché mi ritrovo a scrivere con tanta foga? Perché tanta necessità di muovere le mani in coordinazione con i pensieri? Tutte le volte che scrivo, qualcosa è nell'aria. I moti rivoluzionari.
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Sono passati almeno dieci giorni dalla stesura della prima parte, quella che avete appena letto.
Oggi ho scritto tipo una poesia, l'ho messa sul blog.
L'inferno è veramente lastricato di buone intenzioni. La buona intenzione era quella di scrivere una riflessione coerente relativa all'approdo ai ventisei.
Ci sarebbero tante cose belle da dire, molte da inventare. Domani vado al mare con la mia ragazza, ho voglia di mettere le palle a mollo nell'acqua salata e di stare un po' con lei. Va bbastanza bene, solite paranoie che abbia un altro. Anche oggi ho corso mezz'ora.
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Il Mela aveva ragione quando diceva che le donne o volano o erano troie. Lo comprendo ora. Rientro anticipato dal mare dopo che ho ascoltato di nascosto una sua telefonata, non si è scomposta più di tanto, io neanche. È andata come non avrei voluto. Non posso combattere, sarebbe una lotta impari: ama unA donna. Ventisei è un punto di partenza verso una meta ignota. I cani stanno con me.